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giovedì 2 settembre 2021

“Una vita da ricostruire” di Brigitte Riebe: il primo capitolo della bellissima trilogia berlinese tra guerra e passioni

Una vita da ricostruire, Brigitte Riebe

"Non erano gli unici a spasso sul Ku’damm, dove erano ricomparsi i primi cartelloni pubblicitari, seppure ancora vuoti. Coppie innamorate, genitori con carrozzine e anziani approfittavano del bel tempo per concedersi una passeggiata domenicale. Nessuno era più costretto a nascondersi o a preoccuparsi per i raid aerei e anche se il passaggio tutt’intorno restava una distesa di macerie, il sollievo della gente era palpabile.”

Berlino, 1945, la guerra è finita, la città è un cumulo di macerie e in macerie sono le anime degli abitanti. La famiglia Thalheim ha sempre lavorato nel commercio dell’abbigliamento ma con la guerra hanno dovuto chiudere il magazzino nel Ku’damm, la via della moda di Berlino. 

L’inizio della nuova vita apre uno spiraglio anche su questo ed ecco che le sorelle Rike, Silvie e Florentine decidono di riaprire l’attività attingendo a nuove stoffe, nuovi modelli e facendo leva sulla voglia delle persone di ritrovare i colori e allontanarsi dal grigiore della guerra. Potrebbe essere non troppo complicato ma le cose nono sono ancora così chiare, i segreti di famiglia irrisolti sono tanti così come le gelosie e anche i nuovi amori potrebbero intralciare il buon andamento dei piani.

“Una vita da ricostruire” (Fazi Editore, 2021, traduzione di Teresa Ciuffoletti e Nicola Vincenzoni) è il primo capitolo della trilogia delle sorelle del Ku’damm della scrittrice tedesca Brigitte Riebe.

Tra una settimana esatta sarà possibile leggere il proseguo, “Giorni felici” e vi anticipo che si tratta di una saga di cui vi innamorerete all’istante!

L’ambientazione, Berlino, è perfetta per il periodo storico che viene narrato, la distruzione della città corrisponde allo stato d’animo dei suoi abitanti e come per ogni guerra risollevarsi non è semplice, soprattutto quando le parte coinvolte sono differenti e decidono di suddividere la città in settori.

Le tre sorelle sono giovani e hanno la voglia necessaria per riaprire un’attività per troppo tempo rimasta chiusa ma dovranno anche realizzare il fatto che il padre abbia perso la sua intraprendenza e che il fratello probabilmente non tornerà più a casa. Silvie è la più ribelle e indisciplinata ma sarà necessario l’aiuto di tutte e tre e in quel momento diventa evidente il loro profondo e bellissimo legame, nonostante i litigi, le divergenze di opinione e i segreti nascosti.

Brigitte Riebe
Non mancano gli amori, anche questi non semplici e Rike viaggerà anche in Italia per degli incontri galanti.

“Rike sentì che un angolo della sua bocca iniziava spontaneamente a tremare. L’amore, due volte nello stesso giorno. Due giovani donne che se ne infischiavano del decoro e della decenza. Entrambe con un uomo straniero. Coincidenza o destino? Di colpo si sentì vicina a sua sorella come non le succedeva da tempo.”

Le tensioni e il ritmo serrato rendono questo romanzo coinvolgente fin dalla prima pagina e gli elementi storici (con tanti aspetti in gran parte poco noti) ci portano ad un periodo sì conosciuto ma che ritroviamo più di rado nei libri di narrativa.

Ci sono i libri e la voglia di arte e di cultura, in una città nella quale gli stimoli da questo punto di vista non sono mai mancati.

“Eppure, fin da quando ne aveva memoria, aveva sempre adorato leggere, specialmente sotto il vecchio ciliegio del giardino, il suo luogo di lettura prediletto. I genitori l’avevano sempre sostenuta in quella passione ma, da quando sopravviveva a fatica, non aveva più avuto né tempo né soldi da dedicare ai libri. Un’altra delle cose che andavano rimandate a un futuro ancora incerto.”

Una trilogia appassionante, donne che sanno il fatto loro (sono loro le vere fautrici della rinascita della Germania), amori non scontati e abiti stupendi a completare questa bellissima storia berlinese.

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domenica 3 settembre 2017

“Dunkirk” di Christopher Nolan: in guerra tra terra, mare, cielo, sguardi ed eloquenti silenzi

“La paura è il destino che ti preme nelle budella.”
Un ticchettio di sottofondo incessante, le strade di Dunkirk, cittadina sul mare del nord della Francia, sono vuote, o così sembra. Poi gli spari a raffica e quel povero soldato solleva le mani gridando che è inglese. Passa perciò dal lato sicuro ed ecco la spiaggia, immensa, sulla sabbia migliaia e migliaia di soldati che attendono una nave che possa portarli via da quella che è diventata una vera e propria trappola. Ecco quindi aprirsi tre diversi scenari: il molo, il mare, il cielo. I diversi personaggi si muovono in questi tre luoghi e tra salti temporali discostanti e attacchi continui le vite di alcuni di loro si incontrano e scontrano imprevedibilmente.

“Dunkirk”, (Regno Unito, Stati Uniti d'America, Paesi Bassi, Francia, 2017, durata 106 min.) uscito nelle sale cinematografiche statunitensi il 21 luglio 2017 e il 31 agosto 2017 in Italia, è il nuovo acclamato film di Christopher Nolan. Da anni progettava di mettere in scena l’evacuazione di Dunkerque avvenuta nel 1940, in piena Seconda guerra mondiale. Il regista britannico ha abituato il pubblico a film spettacolari e non è stato da meno neppure stavolta.

“Dunkirk” è un film sulla guerra, su un episodio specifico, diverso dai precedenti visti fino ad ora. Quella che Nolan ci offre è una visione inedita, non per questo fedele ai fatti storici (numerose le polemiche al riguardo e le accuse secondo le quali il regista avrebbe manovrato la storia a favore dei britannici), in cui l’uomo con le sue paure è l’unico vero protagonista.

“Dunkirk” è un oscillare di navi, di corpi, di sguardi disorientati alla ricerca di una via di fuga da quella trappola che è la guerra e, talvolta, la vita stessa.

Le parole non servono di fronte a simili contesti, i dialoghi sono infatti ridotti al minimo, scarni, come l’animo dei protagonisti che vaga incerto. Mai in alcun momento lo spettatore si annoia, anzi, ogni scena aumenta l’ansia e le aspettative. 

L’arrivo poi di quel siluro, silenzioso come un serpente, devastante come una tempesta dopo la presunta quiete. E la spiaggia bianca che violata si riempie di spuma e diviene fanghiglia immonda.
Il nemico non si vede mai ma aleggia sui protagonisti lungo tutta la pellicola. Sappiamo trattarsi dei tedeschi ma non un volto né una bandiera ce li mostrano mai.

E poi quei subdoli flashback, la narrazione temporale non lineare (tratto caratteristico delle opere di Nolan) che a tratti potrebbero portare confusione ma che in realtà risultano più azzeccati che mai dato il disordine della guerra e la confusione delle persone. In questa maniera ha riunito coloro che amano ragionare guardando un film e coloro che amano i grandi effetti indipendentemente dal resto.

Il giovane Fionn Whitehead è il protagonista principale di “Dunkirk”, insieme a Aneurin Barnard,
quel soldato trovato sulla spiaggia, il personaggio più silenzioso e dallo sguardo più eloquente di tutti.
Come non ricordare poi un sublime Kenneth Branagh, non importa per quanto tempo lo si veda. Ritroviamo Cillian Murphy nei panni di un soldato sotto shock, Mark Rylance a rappresentare uno tra i tanti partiti dalle coste inglesi per salvare i connazionali e Tom Hardy protagonista, grazie ai soli occhi, tra i cieli francesi.

Parte del pubblico più giovane sarà stato attirato dalla presenza di Harry Styles (ex degli One Direction), il quale si difende bene ma le cui battute cadono talvolta (forse volontariamente?) nel ridicolo.

Un film che vale la pena di essere visto al cinema (e che sarà certamente tra i protagonisti della prossima edizione dell’Academy Award) e che colpisce ancora di più se ammirato in IMAX. 

La nuova tecnologia (e parlo nello specifico della nuova sala dell’UCI Cinemas di Orio, Bergamo) permette di vivere un’esperienza cinematografica senza pari, che va oltre il 3D. Lo schermo enorme (oltre 490 metri quadri), il sistema laser con doppio proiettore 4K e la tecnologia audio IMAX creano un coinvolgimento mai provato prima. 


Lo spettatore si ritrova sulla spiaggia di Dunkirk, la può quasi toccare, sente il vibrare delle poltrone ad ogni attacco, sobbalza ad ogni colpo di arma da fuoco e ciò che manca sono solamente gli spruzzi dell’acqua.

Last but not least la splendida colonna sonora dell’insuperabile Hans Zimmer. Senza di questa ogni scena perderebbe di significato e nulla sarebbe lo stesso, soprattutto in un film come questo in cui tutto si basa su suoni e sguardi. 




giovedì 9 settembre 2021

“Giorni felici. Le sorelle del Ku'damm”: il secondo capitolo dell’appassionante saga familiare di Brigitte Riebe


“Quanto ne era successe da allora! Una guerra persa, una ricostruzione lenta e faticosa; solo ora sembrava affacciarsi un’epoca in cui la vita poteva essere goduta senza troppi pensieri. Il cibo abbondava, i negozi erano pieni di merci allettanti e i nuovi elettrodomestici alleggerivano i lavori in casa o tenevano compagnia nel tempo libero. Era più felice adesso di prima?”

Gli anni trascorrono e siamo ormai nel 1952. Berlino è sempre protagonista e la famiglia Thalheim continua ad andare avanti con la sua attività con passione, coraggio e tante difficoltà. Rike è sposata e in dolce attesa e nel frattempo Silvie sta provando a godersi la vita con però il pensiero costante di essere arrivata ai trent’anni senza ancora un uomo da sposare e con il quale poter costruire una famiglia.

I suoi amori sono sempre tormentati e la situazione non sarà differente con l’affascinante attore Wanja Krahl, un uomo passionale che non si è accontenta però della relazione con Silvie, la illude, la perseguita, la vuole per sé e basta. Ma per fortuna lui non sarà l’unico e arriverà qualcuno che potrebbe finalmente mostrargli cosa significa veramente amare con sincerità.

Oskar, il gemello di Silvie, risparmiato dalla guerra, è tornato a casa. Il padre vuole che sia lui ad occuparsi della gestione dei Grandi magazzini di famiglia ma Oskar preferisce fare festa e abbandonarsi ai piaceri della notte. Non sa quale strada intraprendere e rischierà di farsi rovinare da un concorrente minaccioso che gli prometterà grandi affari.

“Giorni felici” (Fazi Editore, settembre 2021, traduzione di Teresa Ciuffoletti e Nicola Vincenzoni) è il secondo volume (dopo “Una vita da ricostruire”, marzo 2021) della trilogia delle sorelle del Ku'damm, il noto viale berlinese dello shopping.

I periodi post-guerra sembrano superati ma la storia ci racconta ben altro ed è con i nuovi avvenimenti che la famiglia Thalheim dovrà, in modo più o meno indiretto, scontrarsi.

Sono passati i tempi delle donne delle macerie ma restano intatti i ricordi dei periodi più bui, in città e sui campi di combattimento; Oskar ne è testimone ferito, fatica a tornare alla normalità e ne svela alcuni terribili retroscena in comune a migliaia di altri ragazzi come lui.  

“Pervitin, lo prendevamo tutti, nessuno escluso. Una droga miracolosa, Silvie! Non senti né la fame né il freddo, la paura non sai più cosa sia. Se serve, puoi marciare per tre giorni di fila senza stancarti e spari quando te lo ordinano, a patto che tu ne abbia ingoiato abbastanza…”

Brigitte Riebe
Se nel primo capitolo abbiamo seguito le vicende attraverso i movimenti di Rike, stavolta è Silvie a guidarci e a raccontarci quanto accade in famiglia ed attorno a lei. E accade davvero di tutto, non c’è un attimo di sosta, nel bene e nel male.

Il ritmo incalzante ci fa volare tra le quattrocentocinquanta pagine che non sono mai sembrate più brevi.

“Risero tutte e tre e per un attimo fu come subito dopo la guerra, quando si erano sostenute a vicenda, imparando ad affrontare insieme le avversità della vita di ogni giorno.”

Si piange e si ride, si scoprono nuovi abiti in voga ai tempi, nuovi film, nuovi libri visitando la Fiera del libro di Francoforte, si spera quando il peggio è alle porte e si sospira quando il presente non può essere modificato.

Un romanzo ancora una volta al femminile che ruota attorno alle decisioni, alle gioie e alla difficoltà di donne che non si arrendono mai e che ci insegnano quanto la forza d’animo sia il vero segreto per andare avanti raccogliendo soddisfazioni e sogni di un futuro felice.  

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lunedì 31 luglio 2023

“Le sette lune di Maali Almeida” di Shehan Karunatilaka: amore, guerra, magia, mistero tra vivi e morti nello Sri Lanka della guerra civile

Le sette lune di Maali Almedia, Shehan Karunatilaka

“Stai dormendo per forza, di questo sei sicuro. Tra poco ti sveglierai. E poi ti viene in mente un pensiero terribile. Più terribile di quest’isola di selvaggi, di questo pianeta senza Dio, di questo sole morente e di questa galassia in letargo. E se in realtà fosse stato per tutto questo tempo, fino adesso, che hai continuato a dormire? E se da questo momento in poi tu, Malinda Almeida, fotografo, giocatore d’azzardo e puttana, fossi destinato a non chiudere gli occhi mai più?”

Maali, giovane fotografo singalese, si è appena risvegliato, con la sua macchina fotografica al collo, in uno strano ed indecifrabile luogo; poco dopo gli è chiaro di essere morto ma non capisce se quel posto è il paradiso o qualcosa di simile. Ciò che scopre nell’immediato è che il suo corpo sta affondando nelle acque del lago Beira, nel centro di Colombo, capitale commerciale dello Sri Lanka. Come è finito lì e perché?

Ora deve preoccuparsi del tempo che scorre rapidamente nell’aldilà, ha a disposizione solamente sette lune, ovvero sette giorni e sette notti, per capire cosa è accaduto e soprattutto riuscire a contattare DD e Jaki, gli amori della sua vita, per condurli alla sua scatola segreta contenente le fotografie compromettenti che potrebbero sconvolgere lo Sri Lanka e portare allo scoperto fatti nascosti dai politici più in vista. 

Da morto l’impresa è ancora più complicata che da vivo e forze superiori faranno il possibile per ostacolarlo. Ma in tutto questo Maali non dimentica mai la sua morte e cercherà a tutti costi di scoprire chi lo ha ucciso.

“Le parole ti vengono facili, anche se non hai avuto tempo di rifletterci su. Vuoi vedere il tuo cadavere? Rivuoi indietro la tua vita? Oppure la vera domanda su cui dovresti meditare è un’altra. Come diavolo hai fatto a finire qui?”

“Le sette lune di Maali Almeida” (Fazi Editore, giugno 2023, traduzione di Silvia Castoldi) è il romanzo vincitore del Booker Prize 2022 che ha reso l’autore Shehan Karunatilaka il secondo singalese della storia (il primo fu Michael Ondaatje nel 1992 con “Il paziente inglese”) ad aggiudicarsi il prestigioso premio letterario.

Quella di Maali è una storia incredibile ambientata durante la guerra civile nello Sri Lanka degli anni Ottanta, anni di scontri fratricidi e lotte tra governo, Tigri Tamil, singalesi e indiani.  

“Sei nato prima che Elvis interpretasse il suo primo successo. E sei morto prima che Freddie interpretasse il suo ultimo. Nel frattempo, ne hai scattate a migliaia. Hai le foto del ministro che stava a guardare mentre i selvaggi dell’83 davano fuoco alle case tamil e massacravano gli abitanti. Hai i ritratti di giornalisti scomparsi e di militanti svaniti nel nulla, legati e imbavagliati, morti durante la prigionia.”

Fatti poco noti agli occidentali che fanno da sfondo alla trama di questo romanzo che di politico ha però bene poco. Il protagonista è Maali con i suoi amori, la sua passione per la fotografia e la giustizia, un uomo stravagante che non può fare a meno del gioco clandestino e delle sfuggenti relazioni gay clandestine.

Il suo è un amore proibito per un uomo che gli ha cambiato la vita ma essere omosessuali nello Sri Lanka non era (e ancora oggi non lo è) facile né ‘permesso’ ma Maali non si fa mancare nulla e a modo suo ama anche Jaki, intraprendente compagna di gioco e di vita.

“Dicono che la verità vi renderà liberi, ma nello Sri Lanka la verità può farvi finire in gabbia. E tu non hai più bisogno né di verità né di assassini né di amanti dalla pelle perfetta. Ti restano solo le tue immagini di fantasmi. E forse questo basta.”

Shehan Karunatilaka

Il mondo ultraterreno nel quale Maali si trova a transitare, con il rischio di rimanervi bloccato per l’eternità, è inquietante ma al tempo stesso magico e spassoso con personaggi surreali all’inverosimile.

Impossibile non fare riferimento al realismo magico di Salman Rushdie o agli intrecci dei gialli di Agatha Christie e in alcuni tratti ricorda perfino il mitico Beetlejuice di Tim Burton.

Quello di Shehan Karunatilaka è uno stile travolgente, una voce unica e riconoscibile grazie alla quale diventa difficile staccarsi dalle pagine una volta iniziata la lettura.

“Jaki la raccoglie dal tavolo e traffica con il coperchio. Tu ti libri sopra lo spettacolo, fissi le buste impilate all’interno, ciascuna con il nome della carta da gioco. Un flusso di scene ti inonda lo spazio dietro gli occhi che non hai. Ricordi di foto che non ricordi di aver scattato e di immagini che non puoi annullare. Non vuoi sollevare la fotocamera che hai al collo perché hai paura di ciò che potrebbe rivelare.”

Un piccolo grande capolavoro, una grande avventura di guerra, amore, vita e morte che non manca di commuovere, divertire, indignare e con un giallo da sciogliere i cui indizi vengono sparpagliati lungo le quattrocentoottanta pagine e la cui soluzione viene svelata solamente nell’ultima parte.

Leggere “Le sette lune di Maali Almeida” significa immergersi in una storia dalle mille sfaccettature ed emozioni, è un’esperienza tra i vivi e i morti ora fantasmi, è la ricerca di giustizia in un modo ingiusto e crudele. Il tutto con un finale dolce-amaro che… non voglio certo spoilerare e vi lascio perciò alla lettura di questo bellissimo romanzo che non dimenticherete facilmente.

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giovedì 27 giugno 2024

“La porta” di George Simenon: gelosia e ossessione a Parigi tra ferite di guerra e cuori spezzati

La porta, Georges Simenon

“Ma che cosa ne sapeva in realtà? Le mogli che stavano a casa tutto il giorno non avevano a volte gli stessi dubbi riguardo ai loro mariti? Però erano donne, e non erano menomate dalla mancanza delle mani. Quando il loro compagno tornava a casa potevano abbracciarlo e andare a passeggio con lui senza che la gente si voltasse a guardarli con aria di commiserazione. Non soffrivano, nonostante questo, dello stesso tipo di gelosia che ogni tanto assaliva lui? Non accadeva loro di cercare nell’uomo che tornava a casa la traccia di un profumo estremo?”

Bernard Foy e Nelly sono sposati, vivono in un bel quartiere di Parigi e si amano da più di vent’anni, oggi ancora come allora. Bernard non ha più le mani, perse in guerra saltando su una mina, e da tempo ormai trascorre il suo tempo dipingendo abat-jour, osservando ciò che accade fuori dalla finestra e soprattutto aspettando il rientro dal lavoro della moglie. 

Questa routine è divenuta di recente un’ossessione a causa della gelosia per quella vita più movimentata della sua che conduce Nelly.

A peggiorare il tutto la richiesta da parte di un’amica di sbrigare piccole commissioni per il fratello illustratore che, inchiodato su una sedia e rotelle, si è trasferito nel loro palazzo.

Quello di Bernard è ora un vero e proprio malessere fisico per il quale neppure i medici sanno cosa fare; il consiglio del dottor Aubonne è di prendersi una vacanza lontana da casa ma per lui sarebbe un ulteriore motivo di stress e il suo controllo maniacale potrebbe venir meno. 

Si tratta di angosciosi pensieri senza fondamento o c’è qualcosa di più? Il loro amore è davvero ancora saldo come i primi tempi o il passato complicato di entrambi ha modificato il loro rapporto senza che loro siano in grado di ammetterlo?

“La porta”, scritto da Georges Simenon nell’estate del 1961, appartenente al ciclo romanzi duri è ora tradotto in italiano da Laura Frausin Guarino e pubblicato dall’Adelphi (giugno 2024).

Simenon ci ha abituato alle storie di uomini sposati (e non) in crisi e questa volta si aggiungono la guerra, quella che gli ha rubato le mani insieme a tutto ciò che riguarda il senso del tatto, e la storia di abusi e di un passato per nulla semplice della moglie.

Il protagonista maschile non può non riportarci a Jeffries, il protagonista costretto in sedia a rotelle del racconto di Cornell Woolrich reso poi famoso da “La finestra sul cortile” di Hitchcok. Come lui anche Bernard osserva tutto ciò che accade al di là della sua finestra, sa ciò che fanno i vicini di casa, saluta la moglie dalla finestra e conosce l’orario esatto al quale rientra ogni sera, ogni minuto di ritardo peggiora la sua ansia e le ossessioni volano ancora più alte.

“Perché, dopo tutto, erano vent’anni che viveva con lei e non si era sempre tormentato a quel modo. Era geloso, certo, come, aveva ragione di credere, la maggior parte degli uomini sono gelosi. Era perché si sentiva invecchiare mentre sua moglie, al contrario, ringiovaniva? Oppure i medici si sbagliavano e lui si trovava in condizioni di salute molto precarie?”

Georges Simenon
E poi c’è la porta di casa spesso socchiusa di quel nuovo giovane inquilino e la moglie sembra sempre più bella e desiderabile, probabilmente non è l’unico a pensarla in quel modo.

E se fosse solo malato e i medici non fossero in grado di stilare una diagnosi corretta?

Vi è un’unica certezza: tra Bernard e Lucy qualcosa è cambiato e nonostante i loro tentativi di mascherare la situazione questa non potrà che precipitare in un finale inaspettato ma col senno di poi intuibile fin da subito.

Uno dei romanzi più belli di Simenon, un crescendo di tormenti, gelosie e sensi di colpa circondati da un amore profondo presumibilmente senza fine.

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lunedì 25 giugno 2018

“Quattro madri” di Shifra Horn: la forza, la solitudine, gli amori e la magia di quattro incredibili donne

Quattro madri, Shifra Horn

“Sono nata nel letto di ottone della mia bisnonna Sarah nell’estate del 1948. Le salve dei cannoni giordani salutarono il fatidico evento con adeguati rumori di sottofondo. Le granate fendevano il cielo incandescente di Gerusalemme, cercando l’indirizzo di chi aveva un appuntamento di sangue con il destino. Quel giorno unii la mia voce alla loro, e gridai per la prima volta. Me l’hanno raccontato le tre donne testimoni del mio arrivo in questo mondo.”
Approcciarsi ai romanzi di scrittori israeliani è sempre un’esperienza particolare, quasi trascendente. Se pensiamo a questa parte della letteratura ci vengono subito in mente voci maschili ma avete mai provato a leggere le tante scrittrici che popolano la letteratura ebraica contemporanea?

Se la risposta è no il mio consiglio è di cominciare con Shifra Horn, ne rimarrete stregati come è capitato a me.

“Quattro madri” (Fazi Editore, giugno 2018, traduzione di Sarah Kaminski) è la storia di quattro generazioni di donne vissute a Gerusalemme nell’ultimo secolo. La voce narrante è quella di Amal, nata nell’estate del 1948, pochi mesi dopo la nascita dello Stato di Israele, l’anno della terribile guerra arabo-israeliana. Amal, appartenente alla quinta generazione, è stata abbandonata dal marito il giorno dopo la nascita del loro figlio maschio ma nonostante ciò la madre, la nonna e la bisnonna sono felici perché finalmente la maledizione che incombeva sulle donne della famiglia è finita e nessuna figlia femmina potrà più ereditarla. 

Ecco che le memorie tornano indietro nel tempo, ricordando Mazal, orfana, dalla quale prese il via la maledizione, seguita da Sarah, una bellezza unica e con capelli dorati simboleggianti i suoi poteri magici, da Pnina Mazal, che sentiva i pensieri di tutti, compresi quelli del fratello che, nato con una disabilità, non poteva parlare, e infine Gheula, la madre di Amal, intelligente, idealista e pronta a difendere i più deboli senza risparmiarsi.

“Quattro madri” andrebbe letto davanti alle fiamme di un falò, in un’atmosfera simile a quelle di un ancestrale passato nel quale le storie, le leggende, si tramandavano per via orale.

Storia e fantasia si incrociano in quello che è certamente un romanzo superlativo, un capolavoro della narrativa che non può che ammaliare il lettore, anche quello più esigente.

In poco meno di quattrocento pagine scorrono cento anni di storia e di tradizioni, si respirano i profumi di una Gerusalemme da sempre epicentro di culture, di lingue, di voci e speranze.

“Continuando a parlare di guerra, raccontai loro anche dell’altra guerra, dell’assedio di Gerusalemme, della fame e della carestia e di come, quando le foglie di malva si seccavano nei campi d’estate, la mia bisnonna sapesse preparare delle gustose leccornie con le foglie di gelso ripiene di riso che comprava al mercato nero, e di come riuscivo ancora a sentire in bocca quel sapore agrodolce.”

Ci sono le tradizioni e cerimonie ebraiche come il Bar Mitzvà, c’è il ricordo del passaggio
Shifra Horn
della cometa di Halley, che in tanti temevano mortalmente, ci sono i pensieri di donne che hanno amato e sofferto, rinchiuse in una solitudine propria del mondo femminile per antonomasia.

C’è quel letto di ottone sul e attorno al quale si sono avvicendate le storie delle donne protagoniste, tutte madri, tutte amanti, tutte affascinanti e tutte prima o poi abbandonate.

“E così, cullata nel suo letto di ottone che mi risucchiò nel suo grembo con la gentile insistenza del silenzioso, discreto, vecchio materasso, che aveva soffocato i singhiozzi di persone da tempo perdute, e inghiottito i lamenti appassionati di quanti erano affogati nella sua morbidezza, mi immersi in quella montagna di foto. In quella notte insonne, fra un cambio di pannolini e l’allattamento, mi preparai a imbarcarmi per un viaggio in cerca della mia famiglia.”

I vortici della sensualità ci introducono tra le tradizioni ebraiche e quelle arabe, in un mondo orientale che alimenta il surrealismo della narrazione.

“Quattro madri” è una corale potente e commovente di voci femminili che, come le donne di ogni etnia e tempo, si ribellano al tentativo di apparire, agli occhi degli uomini, inferiori.

Mazal, Sarah, Pnina Mazal e Gheula sono appassionate, ognuna a modo proprio, e le loro incredibili storie sono la memoria, non sempre fedele alla realtà storica, di un popolo tormentato alla ricerca, proprio come loro, di indipendenza, di libertà, di speranza e disincanto.

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sabato 27 novembre 2021

“Dimmi soldato”: la poesia di Cristina Biolcati

 

Eccoci tornati alla poesia di Cristina Biolcati, al sesto appuntamento che ci permetterà di conoscere ancora più in profondità l’estro creativo di questa scrittrice.

Come “Meriggio”, “Tracce di te (a mio padre)” e “Salsedine”, anche “Dimmi soldato” è un inedito, per il quale ringrazio ancora una volta l’autrice.

Siamo a novembre, un mese malinconico per antonomasia e in questa lirica il protagonista è un soldato che non potrà mai scordare la guerra vissuta. 

Un pesante fardello da portare sulle spalle: quali pensieri lo attraversavano mentre si trovava tra le trincee?

Quali sensi di colpa hanno pervaso la sua persona ricordando chi a casa lo aspettava speranzoso?

Cristina Biolcati
E quali le ripercussioni psicologiche di un conflitto che da esterno e terreno è divenuto interno e profondamente doloroso?

Cristina Biolcati, scrittrice e poetessa ferrarese e padovana d’adozione, da anni ormai ci fa sognare e riflettere con i suoi racconti e con le sue liriche (per e con entrambi si è aggiudicata numerosi premi letterari); di recente abbiamo potuto leggere il suo primo romanzo thriller “Le congetture di Bonelli” (Delos Digital), ad inizio estate l’abbiamo ritrovata nel racconto breve “Al riparo dai sogni” (Officina Milena, per la nuova collana Milena in love), ne “Il castigo dell’acqua” (il cui ricavato va a sostenere “Sorriso in viaggio”, associazione che supporta i bambini malati e le famiglie che devono affrontare spese di viaggio e assisterli nei continui spostamenti per le visite specialistiche) e nel nuovo romanzo breve “Il suono delle sue ferite” (Delos Digital Passport). 

 

Dimmi soldato se quello che senti

somiglia soltanto a un’eco di storia.

Se ancora ricordi l’odore dei fossi,

ferroso e ramingo, fra i fuochi caduti

insieme agli amici, nelle strette trincee.

Dimmi soldato se ancora la tieni

la testa reclina; se sempre ti pieghi

e raggiungi carponi la meta agognata.

Se nella penombra rivedi tua madre,

con gli occhi esangui e le preci

e la sua voglia di farsi abbracciare.

Dimmi soldato se tuttora ti penti

per le ore sottratte a quel padre malato

e ai fratelli cresciuti come foste stranieri.

Se sono le bombe a svegliarti nel sonno

e la guerra in ogni luogo ti attende,

in questa landa desolata.





lunedì 28 ottobre 2019

“Una merce molto pregiata” di Jean-Claude Grumberg: la guerra e il treno dei desideri

Una merce molto pregiata, Jean-Claude Grumberg

“Per loro grande fortuna – non tutte le disgrazie vengono per nuocere – il povero boscaiolo e la povera boscaiola non avevano bambini da sfamare. Tutti i giorni il povero boscaiolo ringraziava il cielo per quella benedizione. La povera donna, invece, in cuor suo, se ne rammaricava. È ben vero che non aveva bambini da sfamare, ma non aveva nemmeno bambini da amare.”
Immaginate di fare un viaggio nel tempo, sono gli anni ’40 in una delle zone più povere d’Europa. Vivete tra i boschi, vostro marito fa quello che può per portare qualcosa da mangiare a casa ma non è semplice, inoltre anche lui si è indurito e la casa non è più il rifugio confortevole di una volta. 

Ogni giorno provate a raccogliere qualcosa da mettere sotto i denti e vi trovate davanti a quei binari sui quali più volte avete visto passare il treno. 

Voi non ci siete mai salite ma vi piacerebbe perché lì sopra è certo che ci siano chissà quali ricchezze e chissà quali bontà. La fame è tanta e nonostante il treno non sia lussuoso, ma voi non ne avete mai visto altri, la vostra fantasia vola alta. Sapete solo che si tratta di un treno merci e quella parola è piuttosto allettante. Immaginate che poi davanti a quel treno troviate un fagottino con dentro un bambino, quello mai avuto, un dono dal cielo o forse un dono da parte di quel treno tanto misterioso.

Questo è “Una merce molto pregiata” (Guanda, aprile 2019) del drammaturgo e scrittore di libri per bambini francese Jean-Claude Grumberg, la storia di due boscaioli che in piena Seconda guerra mondiale ricevono un dono davvero inusuale e particolarmente pregiato. Chi lo manda? Perché? E come sarà prendersene cura? 

 Le pagine sono poche ma la storia, che parte come si trattasse di una delle fiabe, talvolta terrificanti, dei fratelli Grimm, una di quelle ambientante nella Foresta Nera, è bellissima, intensa, più reale di quanto potremmo immaginare, e straziante.

“C’erano una volta, in un grande bosco, una povera boscaiola e un povero boscaiolo. No no no, state tranquilli, non si tratta di Pollicino! Nient’affatto. Io, proprio come voi, detesto quella storia ridicola. Quando mai, e dove poi, si sono visti dei genitori abbandonare i loro bambini perché non potevano sfamarli? Ma andiamo…”

“Una merce molto pregiata” è una piccola opera d’arte, un incontro di storia, storie e sentimenti mai sopiti, la testimonianza di un tempo che fu e che mai dovrà essere scordato.

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martedì 4 ottobre 2022

“Gioventù” di Tove Ditlevsen: la poesia e l’emancipazione di una giovane donna danese

Gioventù, Tove Ditlevsen

“Finché abito qui sono condannata alla solitudine e all’anonimato. Il mondo non avrà mai alcuna considerazione di me, e ogni volta che ne afferrerò un brandello, mi scivolerà via di mano. Le persone muoiono, e le case vengono abbandonate sopra di loro. Tutto è in continuo mutamento, l’unico mondo che permane è quello della mia infanzia.”

La piccola Tove ha dovuto lasciare la scuola, non si poteva permettere di proseguire gli studi, nonostante la sua attitudine per le materie letterarie. È così che comincia la sua vita da giovane lavoratrice, da un luogo di lavoro all’altro, con la perenne speranza di trovarne uno che la soddisfi. 

Pare che nessuno comprenda le sue potenzialità e quando finalmente riesce ad ottenere un posto da impiegata la collega di lavoro non le permette di imparare il mestiere. 

L’infanzia è ormai passato ma la voglia di scrivere poesie si mescola al desiderio di comporne di più mature. Alcuni incontri importanti le permetteranno di acquisire maggiore consapevolezza al riguardo ma non mancheranno le mortificazioni e anche l’aver lasciato l’abitazione dei genitori non sarà come se l’era immaginato. A complicare maggiormente le cose la guerra che sta coinvolgendo l’Europa intera, Danimarca compresa.

“Gioventù” (Fazi Editore, ottobre 2022, traduzione di Alessandro Storti) che arriva pochi mesi dopo la pubblicazione di “Infanzia”, è il secondo capitolo della trilogia di Copenhagen, grande classico della letteratura danese oggi riscoperto e acclamato a livello internazionale.

È poesia pura e cruda, la vita di una donna che dovete rimboccarsi le maniche in una società non esattamente propensa al successo femminile. Il suo desiderio di comporre versi venne più volte messo a repentaglio e più volte lei provò a convincersi, inefficacemente, che quella non era la sua strada.

“Ho smesso di comporre versi, perché nella mia quotidianità non c’è nulla che mi ispiri a farlo.”

Quella di Tove Ditlevsen è una storia di emancipazione, di crescita, di distacco e ritorno al tempo stesso a quella infanzia compresa solamente nel momento in cui questa lascia spazio, seppur troppo presto, all’età adulta.

“Quando andiamo al cinema, io mi pago il biglietto da
sola, non soltanto perché lui non potrebbe permettersi di pagare per tutti e due, ma anche perché trovo che questo gesto mi emancipi un po’ di più.”

Tove Ditlevsen
Non erano anni semplici, la Seconda guerra mondiale era alle porte e trovare punti di riferimento nella vita quotidiana era ancora più complicato. L’amore poteva essere una strada ma nulla contava di più per lei della voglia di vivere a pieno la vita reale, l’arte, la letteratura, la poesia.

Come Annie Ernaux o Simone de Beauvoir la Ditlevsen trasforma la propria esistenza in una vera e propria opera d’arte, in un romanzo che di fittizio non ha nulla e che, nonostante l’ambientazione, è fortemente attuale e nel quale chiunque può scorgere qualcosa di sé.

Un ritratto personale che coinvolge e colpisce per la sua schiettezza ed eleganza, per la maestria nel raccontare ogni aspetto senza filtri, per la freschezza della narrazione e l’intensità di ogni visione che ci viene regalata come testimonianza di una storia che non possiamo permetterci di far cadere nell’oblio.

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lunedì 17 dicembre 2018

“Davanti alla mia porta” di Käthe Kollwitz: l’amore per l’arte e per quel figlio portatole via dalla guerra

Davanti alla mia porta, Käthe Kollwitz

“Sono due anni che sei morto e ora sei solo terra. Dov’è il tuo spirito? Eppure posso sperare di rincontrarti, spero che quando anch’io sarò morta ci ritroveremo in un nuovo aspetto, che torneremo a scorrere insieme. Non tu per te e io per me."
Ci sono piccole case editrici che si occupano di grandi autori e pubblicano perle della letteratura mondiale. Una di queste è la pistoiese Via del Vento Edizioni, fondata nel 1991 da Fabrizio Zollo con l’intento di pubblicare testi inediti e rari di grandi letterati italiani e stranieri del Novecento. Da allora sono innumerevoli i testi pubblicati e le collane sono oggi ben quattro (due delle quali cessate di recente).

“Davanti alla mia porta” (ottobre 2017, collana iquadernidiviadelvento, testi inediti e rari del Novecento, cura e traduzione di Claudia Ciardi), libretto di pregiata fattura, edito in sole duemila copie singolarmente numerate, è una raccolta di pensieri sull’arte e la vita della pittrice, scultrice e xilografa tedesca Käthe Kollwitz (1867-1945), inediti in italiano.

Gli estratti di questo libro provengono dai diari di Käthe Kollwitz e coprono quegli anni che vanno dal 1909 al 1936. Grazie a questi è possibile osservarne l’evoluzione della vita artistica ed anche privata, dal momento che queste si sono mosse quasi sempre di pari passo.

I disegni per la rivista Simplicissimus, i periodi sterili seguiti da altri più produttivi, la noia, l’amore per il marito e soprattutto per Peter, il figlio portatole via dalla guerra, insieme a tutti quei ragazzi che “volevano vivere e invece sono morti”.

Tra queste pagine emerge l’influenza dell’evento tragico nella sua arte, il lavoro dedicato al
Käthe Kollwitz
monumento a Peter, l’importanza di avere accanto a se il marito Karl.

“Lavoro al gruppo d’amore in cui la ragazza siede sulle ginocchia dell’uomo. La grande depressione dopo le vacanze estive si è di nuovo dissolta, ma un vero e proprio senso di fiducia non son più riuscita a recuperarlo. Se almeno potessi ancora imparare dalle nuove tendenze pur restando indipendente.”

A corollario delle parole della Kollwitz le immagini delle sue acqueforti e di alcune litografie, tutte cariche di sentimento e di storia, proprio come i diari, espressione di una donna che non si accontentava ma neppure si lasciava calpestare dalle tragedie e dal periodo tra i più delicati e terribili della storia.  

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