lunedì 29 luglio 2019

“Attraverso la finestra di Snell” di Paolo Pergola: tra squali, mucche dormienti e scienziati appassionati con le loro esilaranti scoperte

Attraverso la finestra di Snell, Paolo Pergola

“E quindi non c’era da stupirsi che si stesse occupando della collaborazione tra animali. Lo faceva anche Tarzan, credo. E Alan era la versione marina di Tarzan. Alan si mise a raccontare a Anders Dahl dei suoi studi. Gli spiegò come funzionava questa storia della collaborazione tra cernie e murene. È da un po’ che ci si è accorti che certe cernie da queste parti vanno a caccia con altre specie, soprattutto con le murene.”
Ci sono piccole case editrici che nascono, si acquietano e poi rinascono cambiando veste e proponendo al mondo della letteratura delle piccole grandi opere d’arte che non possono sfuggire al lettore con la L maiuscola.

Mi riferisco alla Italosvevo con la sua Piccola Biblioteca di letteratura inutile ideata e curata dallo scrittore e poeta Giovanni Nucci.

Volumi di piccolo formato, carta pregiata, rilegatura in brossura a filo refe e pagine intonse da tagliare col tagliacarte. 

Immaginate di avere in mano un libro ancora vergine, da esplorare in ogni sua caratteristica, non solo contenutistica ma anche fisica. Qualcosa che non capita spesso. 

“Attraverso la finestra di Snell – Storie di animali e degli umani che li osservano” (marzo 2019) è un qualcosa di unico nel suo genere. L’autore, Paolo Pergola, è un ricercatore in zoologia membro dell’Opificio di Letteratura Potenziale, un'unione di studiosi di varie discipline che opera principalmente nel campo della sperimentazione linguistica applicata alla prosa e alla poesia italiana.

E Pergola la lingua italiana la sa usare molto bene, con stile, giocando con le parole e con un’ironia che ricorda lo stile delle incredibili “Cosmicomiche” di Calvino.

Non è un’opera di divulgazione scientifica, e non pretende di esserlo, ma una raccolta di racconti con protagonisti non tanto gli animali quanto gli studiosi che se ne occupano in modo talmente appassionato da sfociare nell’esilarante.

Studieremo i mitocondri in religiosa contemplazione, gli squali della Groenlandia con gli occhi dello zoologo Anders Dahl Jakobsen, le rotte migratorie delle tartarughe, gli attacchi
Paolo Pergola
alle aringhe da parte delle orche, Drabek ci introduce nel mondo delle mucche che dormono perpendicolari alle ombre degli alberi al tramonto, paragoneremo le capacità di volo delle urie e quelle dei pinguini, analizzeremo l’altezza dalla quale le cornacchie lanciano le cozze per farle aprire e poterle mangiare.

Sono queste e altre le storie che vengono raccontate, con la particolarità che tutte si mescolano a situazioni assurde, per gli scienziati protagonisti si tratta di affari serissimi, davvero singolari e divertenti.

Persino la migrazione delle farfalle Monarca ha del comico grazie al racconto di Pergola, per non parlare di Glenn Johnson, accademico con uno scarsissimo senso dell’orientamento.

Poco meno di centocinquanta pagine irresistibili, la dimostrazione di ciò a cui può portare una passione incontrastata per il proprio mestiere.

“Attraverso la finestra di Snell” è un vero e proprio varco verso il mondo della cultura, quella vera, fatta di letture particolari, di ironia intelligente, di tradizione letteraria italiana.

Concludendo, se siete veri Bibliofili questa è una pubblicazione (ma dovreste vedere gli altri titoli della stessa casa editrice!!) che proprio non potete perdervi!


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lunedì 15 luglio 2019

“Favola di New York” di Victor Lavelle: gli amori e gli incubi delle nostre realtà quotidiane

Favola di New York, Victor Lavalle

“Tu ed Emma siete finiti in una fiaba dell’orrore. Tutte le donne su quest’isola hanno vissuto quello che state vivendo voi, e chiudere gli occhi e fingere che non sia così non ti aiuterà. Hai raggiunto l’altra riva e non puoi più tornare indietro. Su una cosa William aveva ragione: siamo streghe. Però ti dico una cosa: quell'uomo ha a che fare con entità mostruose.”
Se fosse un film sarebbe un horror, se fosse una fiaba sarebbe una delle più truculente dei fratelli Grimm. Certamente si tratterebbe di qualcosa di sconvolgente.

“Favola di New York” (Fazi Editore, giugno 2019, traduzione di Sabina Terziani) è la storia di Lillian e Brian che si innamorano e hanno un bellissimo bambino, ma un giorno il padre scompare e al figlio restano solo una scatola con un libro dentro e un incubo ricorrente. 

È anche la storia di Apollo ed Emma, anche loro si innamorano e hanno un bellissimo bambino. Lui compra e vende libri antichi, lei fa la bibliotecaria. La nascita del figlio scombussola la routine dei due, lei torna a lavorare troppo presto ma lui non si rende conto del disagio che la moglie sta vivendo e quando accade il terribile fatto lui non se ne capacita. Vuole vendetta, ma per cosa? Siamo certi che lui sia consapevole di ciò che ha vissuto in quel periodo? È se quella tragedia nascondesse dell’altro? Qualcosa di lontano da ogni immaginazione?

“Quel momento in cui il tempo si era fermato e il bimbo aveva esitato sulla soglia tra due mondi – realtà ed eternità – e sia Apollo sia Emma, toccandolo, avevano indugiato sulla soglia. Erano stati una famiglia, tra l’attuale e l’eterno. Insieme.”

“Favola di New York” nasce come una storia di amore, di culture differenti, di amore sviscerato per i libri, per finire poi verso qualcosa di incredibile, negativamente parlando.

Se vi aspettate una storia lineare fatta di sentimenti positivi avete sbagliato libro. In questo accade di tutto, si viaggia in una New York fatta di parchi, di foreste nascoste, di isole, di scantinati abbandonati. Una New York pregna di superstizioni e di leggende, sacro e profano si mescolano per dirigersi verso le origini di una città che ha visto arrivare sulle sue coste persone da ogni parte del mondo.

Non scambiatela però per un dark fantasy, no, nulla del genere. Si tratta di un romanzo molto attuale che racconta fatti che non si allontanano troppo dalla realtà, raccontato con una fusione di culture, di visioni, di tradizioni lontane nel tempo e nello spazio.
Victor Lavalle

“La mattina i ratti facevano jogging insieme alla gente: i fumi della spazzatura incendiata arroventavano l’aria, I cinque borroughs erano dati per spacciati. Eppure l’aria doveva per forza essere pervasa anche da una certa folle magia se Lillian e Brian si incontrarono proprio in quella settimana di sciopero. Venivano entrambi da paesi remoti e si erano ritrovati nel Queens. Nessuno dei due immaginava che innamorarsi avrebbe scatenato un tale scompiglio.”


Brian Kagwa è un giovane uomo che crede di conoscere la sua città ma si rende ben presto conto di aver vissuto in una realtà parallela e quando gli occhi gli si aprono si ritrova sbattuto in un luogo che vede per la prima volta, più oscuro e più malvagio di come lui avesse mai immaginato. I libri lo avevano protetto per tanto tempo ma questi nascondevano anche la verità.

“Era andato a vivere da solo a diciannove anni, in un monolocale a Jackson Heights talmente pieno di libri che c’era a malapena lo spazio per un letto singolo.”

“Favola di New York” fa riflettere (e rabbrividire) sul mondo fatto di connessioni in rete illimitate che stiamo vivendo. Abbiamo mai realmente valutato i pro e i contro? Sappiamo a cosa stiamo andando incontro ogni qualvolta navighiamo su Internet, apriamo il nostro portatile o accediamo ai social network?

“Bene: cosa credi che sia un computer o un cellulare? È la tua casa, ci vivi dentro. Ma una casa reale, fatta di mattoni e cemento, perlomeno ha una porta e delle finestre che puoi chiudere. La tecnologia invece non ha porte che puoi sbarrare. Oggigiorno la gente condivide tutto.”

“Favola di New York” è una storia di amore, di separazione, di famiglia e di solitudine; è una storia che parrebbe lontana dal nostro mondo ma leggetela e scoprirete quanto ci riguarda tutti, nel profondo, perché racconta di noi, di ciò che ci circonda, nel bene e nel male.

Un romanzo unico nel suo genere, bellissimo, profondo, fantastico e sconvolgente al tempo stesso.

“Perché temere le streghe quando Internet riusciva a creare una minaccia peggiore?”

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lunedì 1 luglio 2019

“Ultimo tango all’Ortica” di Rosa Teruzzi: una nuova indagine al femminile tra i vicoli di una Milano più frenetica e romantica che mai

Ultimo tango all'Ortica, Rosa Teruzzi

“Libera scosse il capo, infastidita. Era davvero troppa la confusione che regnava nella sua testa e nel suo cuore e mai, come in quel momento, avrebbe avuto bisogno di un vero amico con cui aprirsi, ma le persone di cui si fidava erano tutte, chi più chi meno, coinvolte nei suoi conflitti e nonno Spartaco, l’unico che avrebbe saputo ascoltarla senza giudicarla, non c’era più.”
Quando Katy occupa il centro della pista da ballo tutti la guardano e rimangono ammaliati dai movimenti sinuosi del suo corpo mentre si esibisce in un appassionante tango, ogni volta con differenti ballerini. 

La balera dell’Ortica, nella periferia di Milano, è piena di gente quella sera di agosto, non appena la musica si ferma lei fugge e la stessa notte un giovane e molesto uomo, ex della ballerina, viene ritrovato morto, ucciso da un colpo di pistola. È stata forse la donna ad ammazzarlo, stanca dei pedinamenti, o qualche altra spasimante? La polizia arresta il maggiordomo di una ricca signora, un uomo taciturno nella cui agenda vengono trovate delle foto di Katy, ma qualcosa non torna e serviranno le abilità delle Miss Marple del Giambellino per svelare il mistero e scagionare l’innocente. Contemporaneamente si intrecciano al delitto dei fatti irrisolti nel tempo e un mistero di famiglia mai sondato fino in fondo.

“Ultimo tango all’Ortica” (Sonzogno, maggio 2019) è il quarto volume che vede protagoniste le investigatrici milanesi e benché vi sia un filo conduttore ad unirli possono tranquillamente essere letti in autonomia.

Libera e Iole, figlia e madre, sono ancora una volta le protagoniste indiscusse, insieme a Vittoria, un po’ più in disparte, ma non meno importante, da quando l’omicidio del padre è stato risolto.

Il presunto colpevole dell’omicidio sul quale indagano è una cara amica di famiglia, coetanea di Iole, e questo le fa sentire ancora più coinvolte. Le loro tecniche nell’indagare si sono fatte più precise e la loro stravaganza le rende spassosissime.

Libera continua a svolgere la professione di fioraia, confezionando bellissimi bouquet
Rosa Teruzzi
oramai famosi ovunque, e Iole non abbandona la sua indole da figlia dei fiori tra sedute di yoga improvvisate e furtivi incontri con spasimanti di volta in volta differenti.   
  
La fioraia non perde il suo romanticismo e la sua immagine di donna innamorata, delusa dall’uomo che credeva avrebbe potuto accompagnarla negli anni a venire, è più bella che mai. Finalmente si sente donna e rivendica il suo essere capace di prendere decisioni senza interferenze esterne.  

“Gabriele, l’unico uomo che in tutti quegli anni avesse mai davvero desiderato, era lì, seduto al suo fianco, e solo sfiorarlo le metteva i brividi. Era lì, ma non poteva più essere suo. E allora come era possibile che lei si sentisse al contempo devastata e quasi sollevata? La paura della sofferenza che può derivare dall’amore era più forte, per lei, del piacere che l’amore porta?”

Ogni libro è un crescendo e ogni indagine è coinvolgente e intrigante.

Rosa Teruzzi ci regala una nuova avventura in una Milano frenetica, romantica ed inedita fatta di libri, di fiori, di gente, di splendidi caselli ferroviari ristrutturati, e di verità nascoste e di donne.

Sì, perché le donne sono le vere protagoniste di questo libro, con la loro forza, la loro debolezza e il diritto di essere rispettate indipendentemente da luoghi comuni maschilisti o da stupidi pregiudizi privi di fondamento.

Le poco più di centoquaranta pagine scorrono velocemente e ora non ci resta che attendere la prossima indagine!

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martedì 25 giugno 2019

“Tutto sarà perfetto” di Lorenzo Marone: un viaggio tra acque cristalline, padri silenziosi e desiderio di non crescere

Tutto sarà perfetto, Lorenzo Marone

“Da allora mi separano oltre trent’anni e quarantacinque centimetri, un tempo e uno spazio che mi hanno portato a credere che non vale la pena riempirsi la testa di troppi dettami, che tanto nulla è mai progettabile e gestibile fino in fondo, e che è meglio anche non farsi tante domande se si vuole arrivare a sera. Tutto il contrario di mia sorella, che ha occupato il suo spazio di regole da rispettare così da giungere a un’illusoria perfezione.”
Mi sono innamorata della scrittura di Lorenzo Marone con “Magari domani resto”, mi è ricapitato con “Un ragazzo normale” e quando sono venuta a conoscenza dell’uscita di “Tutto sarà perfetto” (Feltrinelli, maggio 2019) ho cominciato il conto alla rovescia perché sapevo che sarebbe ricapitato qualcosa di molto bello, è così è stato!

Questa è la storia di Andrea Scotto, quarantenne immaturo che si ritrova a dover accudire il padre anziano e malato, con il quale non ha buoni rapporti, a causa della sorella Marina che con la famiglia è partita a trovare il suocero, anch'esso in cattive condizioni di salute. 

Libero è un comandante di navi ormai in pensione, un uomo rigido, dalle poche parole, che chiede ora al figlio di riportarlo a Procida dove vissero per anni prima di trasferirsi a Napoli, in seguito alla morte della moglie Delphine, di origine belga. Andrea sa che non dovrebbe acconsentire ma si lascia convincere e dopo anni sbarca anche lui su quell’isola che lo vide crescere, innamorarsi per la prima volta, gioire e soffrire. Nulla è perfetto né lo sarà mai ma forse sarà proprio questo a riportare Andrea verso ricordi sopiti e verso un equilibrio per troppo tempo atteso.  

“E se annuso l’aria lo posso sentire l’aroma dei limoni: è l’odore dell’estate, anzi no, è l’odore dell’isola in estate. Procida in questo periodo è come una donna che si fa bella, come mia madre che si truccava un po’ solo le palpebre di turchese e si spruzzava una leggera nuvola di profumo (che lui le portava da paesi lontani) sul collo affusolato per andare ad accogliere il marito sul molo.”

“Tutto sarà perfetto” incarna la perfezione della scrittura di Lorenzo Marone, è il viaggio in un’isola flagellata dal vento i cui odori giungono fino a noi grazie alle descrizioni dell’autore.

È la crisi di un uomo che non sa cosa fare della sua vita, intrappolato tra una madre che lasciò lui e la sorella troppo presto e un padre in fin di vita che non è mai riuscito a comprendere fino in fondo. 

“E io che quasi mi facevo intenerire da un uomo che di
Lorenzo Marone
tenero non ha nulla, quasi avevo creduto che la malattia lo stesse cambiando. Non si cambia mai: come siamo in vita, così moriamo.”

Il rapporto tra padre e figlio e al centro della storia e avvolge tutto, forse per l’egoismo del primo o per l’incertezza del secondo di perdersi qualcosa di indefinito. A legarli l’amore per quella donna, moglie e madre, che il marito lasciava sola per mesi e che i figli, ancora piccoli, tentavano di sostenere nonostante i periodi di depressione.

“Io non sono capace di parlare di morte. Le volte che sono costretto, tento di girarci attorno o me ne esco con una battuta al limite della gaffe. Non prendere le cose sul serio è il mio unico scudo, la fortezza che ti costruisci da bambino con i cuscini del divano.”

La morte aleggia tra i pensieri di Andrea e le case procidane dai muri scrostati dalla salsedine, la commozione è sempre dietro l’angolo ma Lorenzo Marone ci ha abituato a sorridere e lo fa anche stavolta, in particolare con la presenza di Augusto, per Andrea Cane pazzo Tannen, un bassotto esagitato, legatissimo al comandante, che ne combina di tutti i colori.

“Nei suoi giorni sì (se eravamo per strada era per forza un giorno sì) non smetteva mai di farlo, di ridere, tanto che a volte mi faceva vergognare, perché era allegra in un modo nel quale non si può essere allegri, con una forza strana nella gola, e allora capivo che c’era qualcosa che non andava in quelle risate che, come il pianto, a un certo punto dovrebbero finire e che se invece proseguono forse non sono risate.”

“Tutto sarà perfetto” è la lettura ideale per questa estate, c’è tutto ciò che un libro deve avere: una storia importante, un passato difficile, delle donne affascinanti, un’isola magica, un giallo, un primo amore mai scordato, un cagnetto simpatico, l’immagine di noi figli di fronte alle scelte, non sempre condivisibili, dei nostri genitori e la voce inconfondibile di uno scrittore unico nel suo genere.

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lunedì 17 giugno 2019

“Nel silenzio delle nostre parole” di Simona Sparaco: quando il non detto può cambiare la vita delle persone


“Io qui mi sono innamorata della mia bicicletta, della luce di ottobre, del paesaggio lunare a gennaio, del verde, della brutalità e di quella non bellezza accattivante che è difficile descrivere a parole. Tu vorresti da me una descrizione di quello che vedo, ma io posso offrirti solo quello che sento. Credo di essermi sentita finora io stessa uno spazio vuoto. Per la prima volta nella mia vita mi sto sentendo piena. E forse è un uso temporaneo quello che sto facendo di me, anche se il mio cuore riesce solo a pensare in termini definitivi.”
Erano due anni che attendevo di poter leggere qualcosa di nuovo di Simona Sparaco, una delle migliori scrittrice dell’attuale panorama letterario italiano. Le sue storie sono sempre molto reali e forti e non c’è romanzo che non mi abbia profondamente toccato.


Le mie aspettative erano quindi piuttosto alte e posso ora dire che non sono state disattese.

“Nel silenzio delle nostre parole” (DeA Planeta Libri, maggio 2019) nasce da fatti realmente accaduti. Forse ricorderete l’incredibile incendio del 2017 nel quale la Grenfell Tower di Londra fu completamente distrutta. Tra i tanti morti anche un ragazzo ed una ragazza italiani. 

Tale evento colpì Simona Sparaco (romana, classe 1978, autrice, tra gli altri, di “Nessuno sa di noi” e “Equazione di un amore”, entrambi per Giunti, “Sono cose da grandi”, Einaudi) che ha deciso di ricreare nel suo romanzo corale le voci di alcune delle potenziali vittime. 

La città protagonista non è la capitale britannica ma la tedesca Berlino, con i suoi incredibili musei, la storia, la musica ma soprattutto le vite di persone che lì ci sono nate o che ci sono arrivate per altri motivi. Il plesso nel quale i protagonisti vivono è un palazzo di quattro piani: Alice è italiana si trova lì perché sta svolgendo il suo periodo di Erasmus, alla ricerca dell’arte che ha imparato a conoscere grazie al padre, e si è innamorata del tedesco Matthias; Bastien è invece il figlio di una signora che soffre del fatto di non avergli mai raccontato alcuni fatti importanti e lui non trova il coraggio di rivelare alla madre qualcosa che potrebbe sconvolgerla; Polina era una talentuosa ballerina classica e ora che ha appena partorito non concepisce il fatto che il suo corpo sia cambiato così tanto, si sente sola con quel bambino che considera ancora estraneo; Hulya è una spettatrice esterna, le piace osservare, riprendere le persone durante la loro quotidianità e pensa spesso a Polina senza averglielo mai però confessato.

“Nel silenzio delle nostre parole”, poco più di duecento pagine, è il vincitore del Premio DeA Planeta 2019, una vittoria meritata per l’intensità della narrazione, per la particolarità e la maestria nel delineare ogni singolo personaggio e per essere tanto brava nel farci ascoltare i loro più reconditi pensieri.


Le storie sono tante e differenti tra loro ma c’è un momento nel quale queste si avvicinano e intrecciano e Simona Sparaco ci mostra come persone all’apparenza così differenti tra loro possano invece rivelare affinità inaspettate.

“Hulya, invece, ai sogni non dà credito; le sembrano un’inutile fuga dalla realtà. Ha elaborato un metodo alternativo per negoziare con la vita: la riprende con il suo cellulare, dividendola in piccoli fotogrammi gestibili, poi la rimonta e la corregge, inserendo filtri, effetti e una colonna sonora.”

Vita e morte diventano una cosa sola ma nonostante tutto è la prima a prevalere, facendo di questo romanzo un vero e proprio inno alla vita, tra sogni, speranze ed esperienze condivise che permangono nel tempo.

“Nel silenzio delle nostre parole” esplicita ciò che troppo spesso, per diverse ragioni, omettiamo, ripromettendoci di rimediare quando avremo trovato le parole e il momento giusti, e il tempo passa, talvolta esaurendosi. Ci ricorda l’importanza delle relazioni, tra genitori e figli, tra amici o semplicemente tra amici di casa e ci insegna ad andare oltre le apparenze e le prime impressioni.

Se perciò avete voglia di un libro nel quale perdervi e ritrovarvi, che vi racconti storie importanti, difficili e felici, e vi faccia commuovere, allora questo è quello giusto.

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martedì 4 giugno 2019

“Il club delle pecore nere” di Pierpaolo Mandetta: perché ciò che conta davvero è rimanere se stessi

Il club delle pecore nere

“Ma se non fossi destinato a essere felice? Se alle pecore nere come me non spettasse un posticino nel mondo in cui godersi la pace?”
Samuele, Nicole, Ivan, tre giovani trentenni che vivono a Milano, tre caratteri differenti ma con un aspetto in comune: la difficoltà nell’essere loro stessi. Samuele ha di recente fatto coming out e poco dopo ha abbandonato il promesso marito, Gilberto, sull’altare, si sentiva soffocare; Nicole fa la spogliarellista, è una femminista convinta e usa tranquillamente la carta di credito del padre che disprezza; Ivan è un manager che aspira ad arrivare ai piani alti, guadagnando sempre di più, e per farlo è obbligato a trovarsi una finta fidanzata. 

E poi c’è Rocco, un tredicenne abbandonato dalla madre a casa dei tre amici, il più fragile all'apparenza ma in realtà il più saggio ed assennato. Tra storie complicate di famiglia, idee strampalate e conflitti interni i quattro vivono una serie di avventure che fanno sbellicare dalle risa e al contempo riflettere su una serie di questioni che ci coinvolgono, in un modo o nell'altro, tutti.

“Ricominciare dal principio ogni volta per conoscersi meglio. Antichi vezzi inconcludenti di cui sbarazzarsi, fobie da sviscerare, angoli bui su cui far luce. Ma dov’è che ci nascondiamo davvero? Dov'è la verità sul nostro conto?”

“Il club delle pecore nere” (Rizzoli, 2019) è il nuovo romanzo, fresco di stampa, dello scrittore cilentano, classe 1987, Pierpaolo Mandetta, autore, per la stessa casa editrice, di “Dillo tu a mammà” (maggio 2017) e diventato famoso grazie al blog prima e ai suoi profili Facebook e Instagram ora.    

Avevo amato i libri precedenti ma con questo mi ha definitivamente conquistato, principalmente per un fatto, quello di riportare e trasmettere una serie di verità indiscutibili.

“A volte è la considerazione rigida che abbiamo di noi stessi a fotterci, a toglierci la libertà che nessun altro ci nega. Siamo carnefici e vittime, mentre il resto del mondo se la spassa.”

È da subito chiaro che Mandetta non ha scritto questo romanzo tanto per scrivere qualcosa, ma lo ha fatto ponderando la sua esperienza e quella delle persone con le quali ha avuto contatti tramite i
Pierpaolo Mandetta
social e la sua Posta del Cuore. 

I protagonisti sono quattro ma le storie, che finiscono per intrecciarsi tra loro, sono molte di più. Si parla di uomini e donne, di etero e di omosessualità, di speranze e di traguardi spesso disattesi. Si parla di amore, di delusioni, di sesso, della Milano frenetica e delle sue librerie, di legami affettivi, di genitorialità, di amicizia, femminismo e maschilismo, di adolescenza, di matrimonio, di figli, di fatica di vivere.

Mandetta regala una voce ad ogni suo personaggio con credibilità e inconsapevolmente la dona ad ogni lettore che ride, si commuove, si arrabbia e ritrova se stesso nel profondo.

“Tutti amano l’idea di sposarsi, e considerano il matrimonio il massimo traguardo della gratificazione. Come mai la gente vuole farlo? Perché il matrimonio rende normali. E la normalità ripaga con l’accettazione.”

Quante volte ci siamo chiesti perché certe coppie decidono di sfornare figli a caso per poi lasciarli a casa da soli, come si trattasse di uno spiacevole dovere?

“Sembra che siamo diventati una seccatura! Perché fate figli se poi ci date la colpa di avervi tolto la libertà?”

E quante volte, noi donne in particolare, ci ritroviamo a subire le idee degli uomini, ad avere a che fare con la dominante mentalità maschilista che permea la società? E cosa significa davvero essere femministe? Dobbiamo continuare a prostrarci dinanzi ad Adamo per quella costola mancante?

“Il club delle pecore nere” è un libro importante, una sorta di compendio, in chiave tragicomica, dell’attualità che stiamo vivendo. È anche l’esempio di come il volere tutto e subito, che caratterizza le nuove generazioni, non porti a nulla di buono, sia nel breve che nel lungo termine.

“Mamma pensò poi di ficcarmi in una scuola tenuta da implacabili suore svizzere, dove suor Lucidalba ci insegnò tutto sulla devozione della donna nei confronti dell’uomo. E ci credo: suo marito era Dio, mica ce l’aveva tra i piedi tutto il giorno a chiedere ‘dove sono i calzini’, anche se dopo venticinque anni di matrimonio sono sempre nel secondo cassetto.”

“Il club delle pecore nere” si fa divorare, ti entra dentro e va oltre, oltre le ideologie, oltre i luoghi comuni, oltre quelle che ancora oggi vengono definite tradizioni, oltre l’odio e verso un’unione fatta di amore, comprensione, dolore, fatica e difficoltà nel portare avanti ciò in cui crediamo.

Perché alla fine ciò che conta davvero è solamente essere se stessi, o almeno provarci, e fregarsene di tutti quelli che continueranno a vederci come pecore nere. 
Dopotutto immaginate che noia se tutte le pecore fossero bianche!

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giovedì 23 maggio 2019

“Blankets” di Craig Thompson: un romanzo di formazione a fumetti tra silenzi e spazi vuoti che si tingono di bianco


“Steve, il padre di Raina, sembrava entusiasta che fossi lì, ma io sapevo che il NOSTRO entusiasmo era più vero. Mentre lui parlava, noi OSSERVAVAMO come il peso e il sapore dell’aria fossero diversi adesso che eravamo insieme.”
Blanket significa coperta, mantello, coltre, ma blank significa vuoto, assente, spazio. Avrete magari sentito l’espressione blank space come sinonimo di white space.

Tali definizioni riportano tutte alla storia raccontata in “Blankets” (Rizzoli Lizard, ottobre 2010, traduzione di Claudia Manzolelli, prefazione di Luca Sofri), l’opera che ha portato al successo (e che gli è valso quattro Harvey Awards, due Eisner Awards e due Ignatz Awards il fumettista statunitense, classe 1975, Craig Thompson.

“Blankets” è un graphic novel autobiografico che racconta l’infanzia e poi l’adolescenza in Wisconsin, stato nel Midwest degli Stati Uniti, in un paesino di agricoltori e di persone dedite, fin troppo, alla Chiesa.

Sembra una storia di altri tempi ma non è poi così lontana dai nostri e Craig racconta il disagio vissuto soprattutto in età adolescenziale, il primo innamoramento, il timore di prendere scelte sbagliate e incorrere nel castigo divino.

“Forse non dovrei ringraziare, pensai, forse dovrei pentirmi, chiedere perdono… forse dovrei sentirmi in colpa…”

Alle normali incertezze e alle ribellioni che tutti viviamo in certi periodi della nostra esistenza si aggiunge l’educazione religiosa che scombina ogni pensiero ed ogni esperienza. 

Persino
Craig Thompson
l’incontro con Raina viene influenzato da questo, nonostante l’evoluzione in una bellissima, dolce e acerba storia d’amore.

 “Blankets” con le sue quasi 600 pagine conquista il lettore, perché la storia che racconta è bellissima e spietata al tempo stesso, i disegni sono proprio come dovrebbero essere. Il bianco e nero avvolge tutto, nessun colore avrebbe potuto rendere meglio fatti ed emozioni.

“Di notte, quando stai sdraiato a pancia in su e guardi la neve che scende, è facile immaginare di librarti in volo tra le stelle.”

“Blankets” è silenzio, è amore, è spazi vuoti che si tingono di bianco, è neve silenziosa che copre tutto come una coperta, è l’incertezza di ciò che sarà, è le voci di chi ci sta accanto senza comprenderci.

Thompson ha creato una piccola opera d’arte che lascia a cuore aperto, che non può essere dimenticata, da leggere e rileggere nelle notti più fredde; un bellissimo romanzo di formazione a fumetti unico nel suo genere.

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