mercoledì 4 luglio 2018

“Ciclamini al re” di Cristina Biolcati: quando l’amicizia e la cultura vanno oltre il bullismo e il disprezzo


“Due giorni e suo padre sarebbe tornato. Cosa aveva da offrirgli, dopo tanto tempo? Niente. Lui era solo un ragazzino di dodici anni, in sovrappeso e senza amici. Un figlio che lo aveva scordato e lo stava aspettando privo di trasporto, così come si attende uno sconosciuto. Avesse avuto qualcosa di bello da raccontare, papà sarebbe stato orgoglioso.”
Giulio ha dodici anni e attende con ansia il ritorno del padre. Ha letto tutti i classici, tranne quelli russi che sono troppo pesanti. Le sue pagelle scolastiche sono le migliori della classe ma purtroppo tutto ciò non interessa al padre che ama gli amici e i cani. Giulio non ha cani e neppure amici ma per quest’ultimo si può rimediare reclutandone uno a pagamento per l’occasione. Peccato che venga preso in giro dai più e trovare qualcuno che lo stia a sentire non sarà certo semplice. E se poi si aggiungesse persino un leone?

Cristina Biolcati, scrittrice ferrarese, padovana d’adozione, è tornata con un racconto, stavolta lungo, edito dalla Delos Digital.
“Ciclamini al re” conquista dalla prima pagina, con quella voce narrante onnisciente che sa dialogare così bene con il lettore. Sarebbe bello se questo fosse un racconto per bambini
Ciclamini al re, Cristina Biolcati
ma ciò che accade va oltre e i risvolti sono inaspettati.
Giulio è tenerissimo e spontaneo e questo è uno dei motivi per il quale si ritrova bullizzato: i suoi interessi sono diversi dai coetanei e il fatto di vivere in un piccolo paese della Pianura Padana, nel quale tutti sono dediti al lavoro fisico, non gli è certo di aiuto.
L’amicizia tra lui e Sabina è bellissima, e forse in lei riuscirà a trovare un po’ di quella umanità che nessuno gli ha mostrato prima d’allora, non il padre sempre lontano e forse neppure quella nonna che lo ha cresciuto attenta a tenerlo nella bolla dell’illusione e della falsità.
“E poi corse via, là dove la notte era più buia, a inseguire le luci di un paese che ormai era in mezzo a loro. A cercare la sua casa, per immergersi nell'indifferenza, dove non c’era mai stato niente di troppo forte che così non ti uccide.”

Cosa c’entra il leone, simbolo di orgoglio, coraggio e nobiltà? C’entra, ve lo assicuro, ma solo leggendo capirete.
“Ciclamini al re” si fa divorare ed emoziona, racconti di libri, di ragazzi che leggono e sanno andare oltre le apparenze, di adulti che sottovalutano i loro figli e nipoti, di bulli che possono essere neutralizzati, di un mondo che ancora esiste e che all'occorrenza può essere narrato in maniera variopinta da penne capaci.

Biografia di Cristina Biolcati: 
Cristina Biolcati
Cristina Biolcati è ferrarese, ma padovana d’adozione. Laureata in lettere, ama molto leggere. Scrive poesie e racconti brevi. Fra le sue passioni: gli animali, l’arte e la filosofia. Collabora con alcune riviste digitali, dove scrive recensioni di libri e articoli letterari.
Opere pubblicate: Nessuno è al sicuro (Edizioni Simple, 2013), un saggio sugli attacchi di squalo in Italia dal 1926 a oggi; Ritorna mentre dormo (DrawUp Edizioni, 2013), una silloge poetica; L’ombra di Luca (Leucotea Edizioni, 2014), una raccolta di racconti brevi; Allodole e vento (Pagine srl, 2014), una seconda raccolta di poesie; Balla per me (Youcanprint, 2017), un romanzo breve; Se Robin Hood sapesse (Delos Digital, 2017), racconto rosa.
Partecipa spesso a concorsi letterari (e diversi li vince), ed è presente coi suoi racconti e poesie in molte antologie collettive.

 Link per l'acquisto qui


lunedì 2 luglio 2018

“La bambina che urlava nel silenzio” di Daniele Amitrano: un’indagine dell’ispettore Lorenzi tra sospetti e amori perduti


“Più avanti, in prossimità dell’auto ferma, si riconoscevano gli infermieri e il medico. L’ambulanza, coi lampeggianti accesi, tratteggiava a intermittenza le loro figure. Samuele aveva sempre visto l’alba come una sorta di momento romantico. Il fatto di dover sopraggiungere sul luogo di un suicidio spezzava quell'aurea che aveva sempre idealizzato nel suo immaginario. Quell'alba aveva impresso il volto della morte e della sofferenza.”
Il brigadiere Pinna è stato trovato morto nella sua auto. Si tratta di suicidio, o meglio questo è quanto dicono le indagini. La situazione familiare, da tempo, non era delle migliori e questa sembra la conclusione più scontata ma Samuele Lorenzi, giovane ispettore di Polizia dal grande intuito, non si ferma davanti alle apparenze. Ad incrementare l’idea che non si sia trattato di un semplice suicidio un sogno ricorrente nel quale una bambina cade dentro un pozzo sul quale si trova uno strano ed enigmatico messaggio. Forse qualcosa lega le due storie? In che modo? E perché poi Santino Pinna avrebbe deciso di farla finita nonostante il
Daniele Amitrano
legame profondo con la figlia?

“La bambina che urlava nel silenzio” (13Lab Editore, giugno 2018) è il nuovo romanzo di Daniele Amitrano (classe 1982, originario di Formia, Latina), dopo il successo di “Figli dello stesso fango” (2016) edito dalla medesima casa editrice. Un giallo che vede protagonista l’ispettore Lorenzi, ligio al dovere ma tormentato dai problemi personali più intimi e da quel sogno terribile, forse ammonitore.

Incubi notturni e realtà si alternano e ad essere protagonista è anche una storia d’amore che coinvolge l’ispettore Lorenzi che pare ossessionato da una figura femminile misteriosa.

“Ma il frastuono più intenso lo stava emettendo il suo cuore. Un’arpa dalle corde raffinate intonò una dolce melodia nel nome di Cinzia. L’unica persona per lui che aveva il magico dono di percuotere il silenzio pur rimanendo assolutamente muta, incastonata in una cornice.”

Una storia ben scritta, scorrevole, che pecca un po’ di originalità a causa dei vari riferimenti a noti fatti di cronaca e a nomi ripresi da alcuni di questi, uno per tutti l’omicidio di Serena Mollicone, caso recentemente riaperto e balzato alla cronaca fin dal 2001, quando la giovane ragazza venne assassinata in circostanze poco chiare.

Forse l’intenzione dell’autore era quella di rievocare questa e altre storie ben note, come una sorta di omaggio a chi ha perso la vita e ancora cerca giustizia?

La bambina che urlava nel silenzio, Daniele Amitrano
Nonostante ciò la lettura è piacevole e gli amanti di programmi nei quali la cronaca nera è protagonista potranno riconoscere i vari indizi disseminati un po’ovunque nel romanzo.




Link per l'acquisto qui

Pagina Facebook 13Lab qui

Pagina Facebook Daniele Amitrano qui





giovedì 28 giugno 2018

“Violet” di Davide Cavazza: quando tormento e sensi di colpa si rifugiano nel silenzio più oscuro

“Poco lontano, si udì il rintocco delle campane di una chiesa. La bambina spinge sempre più forte la sua altalena e per quel solo attimo stacca le manine dalle catene che reggono la seduta, perché non sempre si può fare ciò che si deve. E non si può essere puniti per questo. Quell'istante sbilanciò il suo esile corpicino e le gambe protese aumentarono lo slancio. Quando l’altalena tornò indietro era leggera e senza più un’anima, come se un fulmine avesse interrotto senza preavviso quella parabola che incantava, avanti e indietro. La bambina dalle guance viola iniziò così il suo volo in un mondo silenzioso.”
 Agnese non parla più, il silenzio è divenuto il suo rifugio, insieme al suono della sua viola d’amore, ma mentre la voce è svanita il tormento è lì, stabile e irremovibile. Ogni giorno alle 19 si reca sempre nello stesso luogo mentre la notte si esibisce come cantante in locali nascosti e di bassa lega e termina le serate abbordando ogni volta uomini diversi che la seguono ammaliati. Federico Brandi è il suo terapeuta e durante i loro incontri è lui a parlare
Davide Cavazza
mentre lei cerca di comunicare un qualcosa difficile da recepire. C’è poi don Antonio con le sue omelie e con i suoi tentativi di redenzione per una qualche sconosciuta colpa. I tre provano sentimenti simili e forse anche i loro errori, se di questo si tratta, potrebbero avere qualcosa in comune.

“Violet” (Leone Editore, 2018) è l’ultimo romanzo di Davide Cavazza, scrittore bolognese consulente per diverse organizzazioni non governative e già autore di “Campagne per le Organizzazioni Non Profit (Emi, 2006), “La gabbia” (2013) e “Diciannove novantuno” entrambi editi dalla Leone Editore.

La storia è avvolta nella nebbia fin dall'inizio, i tre protagonisti navigano nel loro dolore e nelle loro incertezze alla ricerca di espiazione per delle colpe mai esplicitate.

Agnese, che diventa Violet nelle notti più tormentate, cerca rifugio in ogni luogo la circondi, persino in chiesa dove resta ad ascoltare i sermoni di don Antonio, il quale intuisce che qualcosa nel profondo logora quella donna.

La settimana della Santa Pasqua potrebbe essere l’occasione per lavare via ogni negatività ma non è così semplice, per nessuno dei tre. Lo stesso prete diventa umano e manifesta le complessità del suo ruolo, sempre in bilico tra oscurità e solitudine.

Violet, Davide Cavazza
“E la sua debolezza era umana. Solo che un prete confessa gli altri, ma nessuno confessa un prete. Come se indossare un abito sacro ed essere sempre a contatto con Dio rendesse invincibili i suoi ministri. Il non vivere una vita come gli altri è un vuoto che non si riempie di sole preghiere, si riempie di pensieri che la luce divina a volte illumina e a volte no.”

Interessante anche il personaggio di Federico Brandi, terapeuta che arriva a mettere in dubbio la sua professionalità, che riflette sulle difficoltà del suo lavoro e sulle complicazioni date dal coinvolgimento emotivo che non riesce ad evitare.

Ancora una volta lo stile di Davide Cavazza è riconoscibile, con le sue parole colpisce e commuove e chi in precedenza aveva letto il suo "Diciannove novantuno" noterà piacevolmente alcuni piccoli rimandi a questo.

“Violet” è intriso di una tristezza colma di riflessioni, il lettore si domanda da dove derivino tali sentimenti e solamente il finale, tanto sconvolgente quanto inaspettato, rivelerà l’unica verità.

“Agnese non usava mai l’ombrello. Anche quello era un piccolo modo per punirsi. O per lavare via la colpa. Non c’era nulla di fisico o di meccanico che potesse servirle, doveva conservare intatte le sue difese senza sprecare energie nel cercare inutili scorciatoie alla natura. Se Madre Natura voleva l’acqua era giusto che lei si bagnasse senza opporre resistenza. La resistenza doveva tenerla tutta per il suo cuore enorme e viola dal dolore.”

Link per l'acquisto qui 

lunedì 25 giugno 2018

“Quattro madri” di Shifra Horn: la forza, la solitudine, gli amori e la magia di quattro incredibili donne

Quattro madri, Shifra Horn

“Sono nata nel letto di ottone della mia bisnonna Sarah nell’estate del 1948. Le salve dei cannoni giordani salutarono il fatidico evento con adeguati rumori di sottofondo. Le granate fendevano il cielo incandescente di Gerusalemme, cercando l’indirizzo di chi aveva un appuntamento di sangue con il destino. Quel giorno unii la mia voce alla loro, e gridai per la prima volta. Me l’hanno raccontato le tre donne testimoni del mio arrivo in questo mondo.”
Approcciarsi ai romanzi di scrittori israeliani è sempre un’esperienza particolare, quasi trascendente. Se pensiamo a questa parte della letteratura ci vengono subito in mente voci maschili ma avete mai provato a leggere le tante scrittrici che popolano la letteratura ebraica contemporanea?

Se la risposta è no il mio consiglio è di cominciare con Shifra Horn, ne rimarrete stregati come è capitato a me.

“Quattro madri” (Fazi Editore, giugno 2018, traduzione di Sarah Kaminski) è la storia di quattro generazioni di donne vissute a Gerusalemme nell’ultimo secolo. La voce narrante è quella di Amal, nata nell’estate del 1948, pochi mesi dopo la nascita dello Stato di Israele, l’anno della terribile guerra arabo-israeliana. Amal, appartenente alla quinta generazione, è stata abbandonata dal marito il giorno dopo la nascita del loro figlio maschio ma nonostante ciò la madre, la nonna e la bisnonna sono felici perché finalmente la maledizione che incombeva sulle donne della famiglia è finita e nessuna figlia femmina potrà più ereditarla. 

Ecco che le memorie tornano indietro nel tempo, ricordando Mazal, orfana, dalla quale prese il via la maledizione, seguita da Sarah, una bellezza unica e con capelli dorati simboleggianti i suoi poteri magici, da Pnina Mazal, che sentiva i pensieri di tutti, compresi quelli del fratello che, nato con una disabilità, non poteva parlare, e infine Gheula, la madre di Amal, intelligente, idealista e pronta a difendere i più deboli senza risparmiarsi.

“Quattro madri” andrebbe letto davanti alle fiamme di un falò, in un’atmosfera simile a quelle di un ancestrale passato nel quale le storie, le leggende, si tramandavano per via orale.

Storia e fantasia si incrociano in quello che è certamente un romanzo superlativo, un capolavoro della narrativa che non può che ammaliare il lettore, anche quello più esigente.

In poco meno di quattrocento pagine scorrono cento anni di storia e di tradizioni, si respirano i profumi di una Gerusalemme da sempre epicentro di culture, di lingue, di voci e speranze.

“Continuando a parlare di guerra, raccontai loro anche dell’altra guerra, dell’assedio di Gerusalemme, della fame e della carestia e di come, quando le foglie di malva si seccavano nei campi d’estate, la mia bisnonna sapesse preparare delle gustose leccornie con le foglie di gelso ripiene di riso che comprava al mercato nero, e di come riuscivo ancora a sentire in bocca quel sapore agrodolce.”

Ci sono le tradizioni e cerimonie ebraiche come il Bar Mitzvà, c’è il ricordo del passaggio
Shifra Horn
della cometa di Halley, che in tanti temevano mortalmente, ci sono i pensieri di donne che hanno amato e sofferto, rinchiuse in una solitudine propria del mondo femminile per antonomasia.

C’è quel letto di ottone sul e attorno al quale si sono avvicendate le storie delle donne protagoniste, tutte madri, tutte amanti, tutte affascinanti e tutte prima o poi abbandonate.

“E così, cullata nel suo letto di ottone che mi risucchiò nel suo grembo con la gentile insistenza del silenzioso, discreto, vecchio materasso, che aveva soffocato i singhiozzi di persone da tempo perdute, e inghiottito i lamenti appassionati di quanti erano affogati nella sua morbidezza, mi immersi in quella montagna di foto. In quella notte insonne, fra un cambio di pannolini e l’allattamento, mi preparai a imbarcarmi per un viaggio in cerca della mia famiglia.”

I vortici della sensualità ci introducono tra le tradizioni ebraiche e quelle arabe, in un mondo orientale che alimenta il surrealismo della narrazione.

“Quattro madri” è una corale potente e commovente di voci femminili che, come le donne di ogni etnia e tempo, si ribellano al tentativo di apparire, agli occhi degli uomini, inferiori.

Mazal, Sarah, Pnina Mazal e Gheula sono appassionate, ognuna a modo proprio, e le loro incredibili storie sono la memoria, non sempre fedele alla realtà storica, di un popolo tormentato alla ricerca, proprio come loro, di indipendenza, di libertà, di speranza e disincanto.

Link per l'acquisto qui

venerdì 15 giugno 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti, lo strazio dell’amore, l’intolleranza dell’uomo


Il figlio prediletto, Angela Nanetti
“I ricordi adesso erano una poltiglia di terra impastata di rosso, ce l’avevo in bocca, scricchiolava tra i denti, gli colava sul mento. Aveva l’odore che saliva dalla tonnara durante la mattanza. Si alzò di scatto rovesciando la sedia e corse fuori, si sporse dal parapetto e vomitò l’anima.”
Giugno 1970, piccolo paese della Calabria. Tutto comincia dentro una macchina, dove Nunzio e Antonio, giovani promesse del calcio, consumano il loro amore segreto.

Improvvisamente alcuni uomini incappucciati e armati tirano fuori i due giovani dal veicolo e li colpiscono violentemente, uccidendo Antonio. 

Tre giorni dopo Nunzio Lo Cascio, dolorante nel corpo ma soprattutto nell’anima, viene fatto salire su un treno con destinazione Londra. Il padre e i fratelli hanno voluto tutto questo e ora Nunzio dovrà trovare da solo la forza per andare avanti e costruirsi una nuova vita. Anni dopo a ripensare a questa storia è la nipote di Nunzio, Annina, giovane donna anche lei in fuga da una realtà nella quale gli uomini comandano e le donne ubbidiscono, approdata in una Londra dalle mille possibilità con sempre in mente il pensiero della madre e della nonna rimaste a casa.

“Perché le madri non muoiono, sono come le montagne, anche le sante Rosalie. Muore l’Aspromonte? No, moriamo noi.”

Il figlio prediletto” (Neri Pozza, 2018)  è una storia straziante e davvero forte. Da una parte la ribellione nei confronti di una realtà assurda, dall'altra la mancanza di fiducia nell'umanità.
Angela Nanetti

Nunzio e Annina sono legati da un filo rosso che non può essere spezzato, nonostante le differenze di età. Entrambi lottano per una libertà della quale sono stati privati, ma qualcosa di forte li riporta alle origini, verso madri enigmatiche e sofferenti e padri da cancellare. 

A fare da cornice il contesto storico, quello dell’Italia con i suoi immigrati verso il nord dell’Europa e quella dell’Inghilterra che vedeva una donna, Margaret Thatcher, imporsi al governo, nel bene e nel male.

“Il figlio prediletto” colpisce dritto al cuore, il lettore soffre con Nunzio, con Antonio, con Annina, e non li dimentica, mai, neppure dopo aver lasciato quelle pagine così importanti e grevi. 

Un romanzo inquieto, una scrittura, quella di Angela Nanetti (scrittrice e autrice principalmente di libri per ragazzi), che si mostra con tutta la sua forza e prepotenza; è davvero un peccato che non sia presente nella cinquina dell’ambito Premio Strega 2018.
  
Link per l'acquisto qui

lunedì 11 giugno 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “Anni luce” di Andrea Pomella, on the road tra le capitali europee sulle orme della generazione grunge anni ‘90

Anni luce, Andrea Pomella

“È la storia di un’amicizia, e riguarda, certo, anche i Pearl Jam, Ma non solo i Pearl Jam. Riguarda tutto ciò che si metteva in moto quando dalle casse dello stereo usciva una loro canzone, il vortice di angosce, divertimenti, memorie, furori, gioie, inquietudini che si incanalava attraverso la loro musica. Non solo i Pearl Jam, perché non si possono raccontare i Pearl Jam senza accennare a cosa è stato il grunge, e quindi senza allargare il cerchio a quelle band di Seattle che, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, sconvolsero il mondo della musica scatenando l’ultima, grande fluttuazione della storia del rock, prima dell’attuale glaciazione.”
Tutti noi abbiamo vissuto quello strano e contrastante periodo che va dall'adolescenza all'età adulta, ognuno in modo differente e con sfondi e colonne sonore diverse. Il protagonista del romanzo è un giovane ragazzo romano degli anni ’90, frontman di una band che ha come punto di riferimento la musica grunge ed in particolare i Pearl Jam

C’è l’amicizia con Q, il chitarrista con il quale si crea un rapporto quasi simbiotico. E poi quel viaggio in Europa, sui treni e per le strade delle capitali e delle città più piccole e se il whisky è finito tornare in Italia perché lì costa meno e poi ripartire subito, macinando chilometri ed esperienze nuove e inaspettate. Un viaggio iniziatico che porta verso la conclusione di quel primo periodo della vita, o forse addirittura verso la conclusione di un’intera generazione.

“Anni luce” (ADD Editore, febbraio 2018) è la visione di quegli anni di Andrea Pomella, l’autore di questo particolare romanzo di formazione che rievoca emozioni e sensazioni forti che si mescolano con le parole di Eddie Vedder che hanno narrato una generazione. Ma non è necessario amare i Pearl Jam per apprezzare questa storia on the road: è sufficiente dotarsi di sensibilità e voglia di osservare questi ragazzi in balia di un’età bastarda la cui
Andrea Pomella
voce andava seguita per godere appieno, o così almeno credevano, di ciò che la vita offriva loro proprio in quel momento.

“Ero la vittima di uno scippo o forse quello era l’unico momento di tutta la mia vita in cui l’alba, la volpe, la città, il cielo rosato, il vento che proveniva dal mare, la fame e la sete, la via lattea, il gelo vellutato che copriva l’erba del prato, il mio zaino da vagabondo, le anime calde che ancora dormivano intorno ai piedi della collina nelle loro case di Scozia, tutto – all'improvviso – faceva di me un’unica, immensa cosa consapevole.”

Ci sono le incertezze, le speranze, la voglia di cristallizzarsi in quei giorni incredibili così pieni di vuoto e paura. C’è una società italiana che stava cambiando inevitabilmente, nella quale anche il pensiero mutava e finalmente il divorzio era legale. “Credo di appartenere alla prima generazione dei figli di divorziati” scrive Pomella, e non si sapeva bene come parlare di quella ‘cosa’ che provocava ancora scandalo, e gli altri “non sapevano come comportarsi con me”.

“Anni luce” è intenso, veloce, disorientante, ricco di musica, di impressioni, di ricordi, di passato e soprattutto uno dei più interessanti candidati al Premio Strega 2018.

Link per l'acquisto qui

lunedì 4 giugno 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “La madre di Eva” di Silvia Ferreri: la disforia di genere e la ricerca di sé stessi

La madre di Eva, Silvia Ferreri

“È un sogno che avevo messo da parte finché non è rispuntato fuori e mi è arrivato in faccia violento e secco come un ceffone. Come una profezia inascoltata. Quando mi è tornato improvvisamente quel giorno, ricordo che mi fermai immobile sulla sedia, col fiato sospeso per paura che mi sfuggisse di nuovo. Perché non me l’ero ricordato prima? Per anni mi sono chiesta se quel sogno avesse potuto dirmi qualcosa, se avessi potuto darmi un indizio. O se fosse solo un sogno. Per anni mi sono tormentata con l’idea che avrei potuto fare qualcosa per cambiare il corso delle cose. Se solo fossi stata più attenta, più pronta. Invece che così lenta a capire.” 
Eva si è sempre sentito Alessandro, fin dai primi anni di vita. Da piccolissimo credevano si trattasse di un gioco da bambini ma ben presto genitori e insegnanti si rendono conto che c’è dell’altro sotto. Eva è nata nel corpo sbagliato, un corpo femminile che come un abito che non piace non sente suo e desidera solamente togliersi. Sono anni di tormento e malcontento, di contrasto con i genitori, di derisione

Finalmente al compimento dei diciotto anni può entrare nella sala operatoria di una clinica serba e cambiare sesso. A raccontare l’attesa di quei diciotto anni è la madre, stanca, impaurita, arrabbiata ma soprattutto piena di amore per quella figlia che non riesce a trovare pace.

La madre di Eva” (Neo Edizioni, 2017) è il primo romanzo della giornalista e scrittrice Silvia Ferreri, uno tra i dodici finalisti del Premio Strega 2018.

Una storia forte, l’immersione in un mondo ancora parzialmente sconosciuto, quello di coloro che necessitano di cambiare sesso a causa di un corpo che nulla ha a che fare con ciò che si sentono dentro di sé. 

Un viaggio lungo diciotto anni durante il quale l’intera famiglia è coinvolta: da una parte il desiderio
Silvia Ferreri
di vedere la propria figlia felice, dall'altra la difficoltà nell'accettare le scelte più difficili come quella di sottoporsi a delicati interventi chirurgici.  

Eva, un nuovo evocativo, la prima donna che procreò la stirpe umana, un nome beffardo che qui nulla ha a che fare con la femminilità e tutto ciò che le gira intorno.

Difficile schierarsi da una parte o dall'altra, entrambi hanno le loro motivazioni, le loro sofferenze, i loro dubbi. 

Ed entrambi infine si riconoscono in uno stesso obiettivo, per quanto percepito da differenti prospettive.  

Un romanzo attuale, crudo, spiazzante, un grido di libertà contro una natura che si mostra in tutta la crudeltà.

Un ottimo candidato al Premio Strega 2018!

Link per l'acquisto qui