giovedì 15 febbraio 2018

“Una lettera lunga una vita” di Loredana Limone: l’amore, la passione e il coraggio delle donne

Una lettera lunga una vita, Loredana Limone
“Mario aveva bisogno di una famiglia. Assuntina aveva bisogno di Mario. E desiderava dividere tutto con lui, dal risveglio del mattino, dalla colazione che gli avrebbe preparato ogni giorno; desiderava essere un sassolino e stare sempre nella sua tasca, il manubrio arrugginito della sua bicicletta, il guanciale che accogliesse la sua stanchezza. Fu allora che sviluppò il senso di appartenenza a lui da cui non sarebbe mai guarita.”
Assuntina trascorre una vita serena lontano dall’Italia che la vide nascere e crescere ma un giorno arriva una chiamata che la sconvolge e che la fa tornare indietro nel tempo. Ecco riemergere così quell'antico amore mai sopito, il ricordo dell’adolescenza nella sua Napoli tra gioie e sofferenze fino alla comparsa di quel militare americano che la porterà lontano dall’Italia. 

Gli anni passano e quando il telefono squilla Tina non può far altro che prendere carta e penna e cominciare a scrivere quella lettera d’amore lunga un’intera vita.

“Una lettera lunga una vita” (Edizioni Cento Autori, 2017) è l’ultimo romanzo di Loredana Limone, scrittrice napoletana di adozione milanese nota per la saga di Borgo Propizio tradotta in Spagna, Germania e Bulgaria e insignita di diversi Premi letterari.

Un romanzo al femminile, una storia d’altri tempi che rievoca un’Italia che solo in piccole realtà si è mantenuta tale. Tina è una donna ambiziosa che crede nell'amore, quello più forte e resistente ad ogni distanza. 

Ma la vita è imprevedibile e dovrà fare i conti con ciò e con chi trova sul suo cammino.
Loredana Limone

Un romanzo intenso e commovente che fa riflettere, una donna piena di sogni e aspirazioni che non è mai riuscita a dimenticare quell'amore intenso divenuto col tempo quasi platonico.

Tormento e sofferenza sono tra i protagonisti principali; nello sfondo la guerra con la povertà e la morte. 

E poi Assuntina, detta Tina, che mostra al lettore come si possano trascorrere più di cinquant’anni sentendo la mancanza di una persona, senza darsi pace, desiderando e sperando che qualcosa possa cambiare ma al tempo stesso con la consapevolezza che le vite talvolta si dividono, ma non i cuori.

“Una lettera lunga una vita” è un viaggio dell’anima, una storia di migrazione e coraggio, di amore, di afflizione per ciò che è stato ma non potrà più essere, è emozionante, incredibilmente reale e regala un personaggio femminile che prende un posto importante nel cuore dei lettori.

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giovedì 8 febbraio 2018

“Oltrebosco” di Lorenzo Bosisio: la lotta tra il bene e il male e la paura di essere divorati dalla bestia

Oltrebosco, Lorenzo Bosisio
“I suoi occhi erano così bianchi che sembravano illuminare tutto intorno a loro come piccole lune argentee. Sedevano l’uno accanto all’altra su due massicci rami di un grande albero, a diversi metri da terra. Sotto di loro, nascosta alla loro vista, strisciava in silenzio la creatura che li braccava da tempo. Lui scosse leggermente il capo, non voleva renderla più ansiosa di quanto non fosse già.”
Un ragazzo ed una ragazza, due adolescenti, si ritrovano insieme in un bosco oscuro e inquietante. Non si conoscono e faticano a comprendere il perché si trovino lì. Poi, improvvisamente, si rendono conto di essere osservati e seguiti, una terribile minaccia incombe sulle loro vite ma cosa o chi è? 

Lui ha paura, una paura tremenda mentre lei pare non cogliere appieno la presenza di quella che lui definisce “bestia”. Ma qualcosa gli dice che deve proteggerla, ma perché? E da cosa di preciso? 

Non resta loro che correre e prestare attenzione ad ogni piccolo rumore, persino l’enorme palazzo diroccato potrebbe nascondere delle trappole. Ma lei è così sfuggente e lui fa fatica a comportarsi con gentilezza e senza i suoi soliti scatti d’ira. Chissà se riusciranno a salvarsi…

Oltrebosco” (ottobre 2017) è l’ultimo romanzo di Lorenzo Bosisio, brianzolo classe 1975, il primo pubblicato con la nuova casa editrice La strada per Babilonia incentrata sugli scrittori esordienti e nata dall'esperienza accumulata nel campo editoriale da "Milena Edizioni" e dall'associazione culturale "Destinazione libri".

“Oltrebosco” si presenta come un fantasy e in parte lo è ma, proseguendo con la lettura, molto piacevole e scorrevole, ci si accorge di come la storia rappresenti una metafora della
Lorenzo Bosisio
vita e proprio per questo è adatto sia al pubblico degli adolescenti che a quello degli adulti.

Una storia in bilico tra fantasia e realtà con quest’ultima che tenta in continuazione di prevalere con prepotenza.

“Oltrebosco” mostra quanto possa essere complicato dividersi tra bene e male, con l’amore che si affaccia da uno spiraglio rendendo il tutto ancora più complicato.

Ciò che all'inizio sembra l’avventura di due ragazzi smarriti si rivela poi come qualcosa di più terribile trattando un tema molto attuale.

La poesia si contrappone all'ira, i paesaggi bucolici si tramutano in tunnel bui e spaventosi, nessuno si salverà se non lo desidererà con forza.

Una storia importante, da leggere con leggerezza e consapevolezza al tempo stesso, una copertina davvero bella, pagine arricchite dalle pregevoli illustrazioni di Valentina Brostean.

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domenica 4 febbraio 2018

“Sono sempre io” di Jojo Moyes: Lou sbarca a New York pronta a vivere, amare e fare nuove emozionanti scoperte

Sono sempre io, Jojo Moyes
“Chi era Louisa Clark, a proposito? Ero una figlia, una sorella, perfino una specie di madre per un certo periodo. Ero una donna che si prendeva cura degli altri ma che non sembrava non avere idea di come prendersi cura di se stessa, perfino in questo momento. Mentre la ruota scintillante girava davanti a me, cercai di pensare a ciò che volevo realmente, piuttosto che a ciò che tutti volevano per me. Pensai a quello che mi aveva ripetuto Will, ossia di non vivere accontentandomi dell’idea di un’esistenza piena, ma di vivere il mio sogno fino in fondo.”
Fino a qualche giorno fa non sapevo neppure che sarebbe uscito il terzo capitolo delle vicende di Louisa Clark e ora mi ritrovo a pensare a lei con nostalgia perché anche queste 440 pagine sono volate via rapidamente e chissà se ci sarà un continuo!

Sono sempre io” (Mondadori, 30 gennaio 2018) è forse il romanzo, tra i tre, più bello e in un certo senso completo. Certo, “Io prima di te” (2013) è insuperabile e non si possono dimenticare le lacrime versate per la bellissima storia tra Lou e Will, e anche il secondo (“Dopo di te”, 2016) a me non dispiacque, sebbene non tutti possono dire lo stesso. Per tanti il ritorno di Louisa venne definito una forzatura ma a mio parere non era altro che un voler rievocare Will e comprendere le varie sfumature dell’elaborazione del lutto.

In ogni caso Lou è tornata, più in forma che mai, e comincia una nuova avventura a New York alla ricerca di se stessa. L’avevamo lasciata con Sam con il quale ora dovrà affrontare la relazione e distanza. Nel frattempo ha cominciato a lavorare come assistente di una ricca e giovane donna di origine polacca sposata con un uomo d’affari. 

Deve così abituarsi a serate di beneficienza, a limousines, cibi raffinati e abiti costosi. Non così male
Jojo Moyes
penserete, ma c’è anche l’altra faccia del lusso, quella che prevede che si guardi senza vedere, di parlare ma solo se richiesto, di comportarsi come la società comanda e non come ci si sente. Se conoscete già Louisa immaginerete che non è per nulla facile per lei ma non vanno sottovalutati il suo spirito di adattamento e la dilagante positività.

Accade di tutto in questo nuovo capitolo, la vita di Lou è sempre, se non più, disordinata e lei è la solita eccentrica che ama differenziarsi dagli altri e vestire in maniera singolare (come dimenticare le sue calze a righe gialle e nere!). Lou sta crescendo e tenta di seguire gli insegnamenti di Will, anche stavolta onnipresente. Lo smarrimento è sempre in agguato ma chi più della nostra ragazza inglese può vivere con pienezza ogni momento della sua vita!

Ci sono poi i genitori di Louisa, il nonno, la sorella che finalmente si innamora (e che amore!), Lily che ormai vive con la nonna (la madre di Will), l’amico Nathan e tanti nuovi personaggi, compresa una scorbutica vecchietta che si rivelerà essere molto di più.

Ma non posso dirvi altro. Sono davvero tante le novità e le avventure di Louisa e dopo alcune pagine iniziali forse un po’ lente (ma non lasciatevi scoraggiare, andate avanti!) non vi fermerete più fino alla fine. Jojo Moyes vi farà commuovere ancora una volta, vi farà anche ridere, vi mostrerà una New York incredibile (quella del cosiddetto sogno americano, ma non solo) e vi porterà in luoghi incredibili, biblioteche comprese!

“Non so se fosse semplicemente la gioia di trovarmi circondata dai libri e dal silenzio, ma qui mi sentivo uguale agli altri, quasi invisibile, un cervello, una tastiera, una delle tante persone che cercavano informazioni.”
Non so se vorrei un quarto libro ma sono certa che non dimenticherò Louisa così facilmente e già sento la sua mancanza…  

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sabato 3 febbraio 2018

“Il signor Origami” di Jean-Marc Ceci: il senso dell’esistenza tra silenzi e affascinanti figure di carta

Il signor Origami, Jean-Marc Ceci
“Maestro Kurogiku siede. Da un po’ più di un’ora. In posizione zazen. Davanti a lui c’è un foglio di carta, qudrato. Leggermente sgualcito. Posato su un basso tavolo di legno. Ai suoi piedi la gatta Ima fa le fusa.” 
Il Maestro Kurogiku è partito da giovane dal Giappone portando con sé solo tre piantine di kōzo, il gelso della carta. Si è ritrovato nella campagna toscana, lontano da tutti con la sola compagnia della sua gatta Ima. Fino a quando un giorno arriva un ingegnere che desidera conoscere questo eremita che tutti chiamano “signor Origami” e che ha come intento quello di costruire un orologio con tutte le misure del tempo. Scopre così l’arte del washi, la carta giapponese fatta a mano con la quale il Maestro piega gli origami. E il passato torna insistente svelando fatti ormai lontani mai dimenticati.

“Come comprendere dove si va se non si sa da dove si viene. Come comprendere la semplicità del da dove si viene se non si riesce a comprendere la semplicità delle pieghe di un origami.”

“Il signor Origami” (Salani Editore, ottobre 2017, traduzione di Laura De Tomasi) è uno di quei libri da rileggere più volte nel corso della vita, da riprendere di tanto in tanto in mano ricordando il piacere della prima lettura. Il romanzo d’esordio di Jean-Marc Ceci (autore belga classe 1977, grande conoscitore della cultura giapponese, vincitore in Francia del Prix Edmée-de-La Rochefoucauld e in Italia del Premio Murat) è un susseguirsi di silenzi importanti e profondi.

L’aria che si respira è quella dell’oriente più misterioso e zen, e l’insegnamento è quello di non dare
Jean-Marc Ceci
 

nulla per scontato e di concentrare la propria energia verso ciò che può avere un senso per la nostra esistenza.

“A cosa serve avere, se l’essere ci manca.”

Le parole non servono quando vi è un legame spirituale stretto, ed è ciò che accade tra i due protagonisti che condividono momento importanti dai quali colgono una trasformazione inaspettata e visioni fino a quel momento ignorate.

Pagine piacevoli, leggere e al contempo profonde, un tuffo nell'arte della carta giapponese tra antiche credenze e affascinanti origami, un sogno ad occhi aperti al confine tra leggenda e realtà.

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venerdì 26 gennaio 2018

“Bambinate” di Piergiorgio Paterlini: quando il non agire non giustifica la crudeltà

Bambinate, Piergiorgio Paterlini
“Io dicevo passione. Loro che ero solo arrogante, presuntuoso, saccente. Io dicevo giustizia. Loro mi dicevano megalomane, predicatore da quattro soldi, giustiziere dei miei stivali. Io dicevo schieratevi alzate il culo chi tace acconsente chi è connivente è peggio di chi fa il male chi è complice è peggiore del peggior malfattore. Loro, che ero un esaltato, uno che vedeva la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel proprio, uno di quelli che cercavano di imporre la democrazia con la dittatura.”
Come molti di voi, amanti dei libri, sapranno, sabato 20 gennaio 2018 è ricominciato l’amato “Per un pugno di libri”, ancora una volta condotto da Geppi Cucciari e dal mitico Piero Dorfles. Chi conosce il programma sa che quest’ultimo non manca mai di dispensare interessantissimi consigli letterari ed è in questa occasione che ha presentato “Bambinate” (Einaudi, 2017) di Piergiorgio Paterlini.

Tutto comincia, o meglio riprende con la comparsa di quell'invito alla cena di classe con i compagni delle scuole elementari, cinquant'anni dopo. E basta così poco per riavvolgere il tempo e tornare a quel paesino della Bassa Padana, ai giorni in cui gli amici e lui, spettatore inerme ma cosciente, si divertivano con il più debole in maniera crudele, disarmante. Era la metà degli anni Sessanta, era il Venerdì Santo e i personaggi della tradizione religiosa erano tutti lì, compreso il piccolo Cristo in croce. Tutti guardavano, ma nessuno vedeva. E se gli altri avessero dimenticato questo pesante fardello? Forse solo lui ha continuato a ricordare dolorosamente?

“Bambinate” è un tuffo nel passato più attuale che mai. Il tema principale è il bullismo ma trattato in maniera differente dal solito. I protagonisti sono ormai adulti ed è interessante comprendere quale sia la percezione dei fatti così tanti anni dopo.
Piergiorgio Paterlini

Ad uno ad uno vengono scardinati tutti quei luoghi comuni del genere: ma sì, noi ci divertivamo ma alla fine lui era un pappamolla incapace di difendersi! Erano scherzi da bambini!

Ma quando si oltrepassa il limite? E quale è la reale percezione di chi compie l’atto e chi lo subisce? E quella di chi ha osservato senza fare nulla, evitando di sporcarsi le mani?

Quella di Paterlini (giornalista, autore televisivo e scrittore emiliano classe 1954) è una prospettiva interessante, una storia forte dal linguaggio molto particolare, quasi uno stream of consciousness dato dalla necessità di tirare fuori il dolore e tutte quelle sensazioni tenute dentro per una vita intera.

Un romanzo breve ricco di spunti e dinamiche, a tratti agghiacciante, da divorare ma sul quale continuare a riflettere nel tempo.

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giovedì 18 gennaio 2018

“La felicità domestica” di Lev Tolstoj: l’effimerità dell’amore e della felicità oggi come ieri

La felicità domestica, Lev Tolstoj
“Avrei voluto non uscire da questa cameretta mai, non avrei voluto venisse mattino, non avrei voluto dileguasse questa mia atmosfera d’anima che mi teneva avvolta. Sogni e pensieri e preghiere parevano vive esistenze, qui nelle tenebre viventi con me, aleggianti attorno al mio letto, soprastanti a me. E ciascun pensiero era pensiero di lui: ciascun sentimento, sentimento di lui. Ancor non sapevo essere questo l’amore: io lo credevo possibile sempre così, gratuitamente largito, così.”
Di libri se ne leggono tanti: spesso ci si indirizza verso le nuove uscite e talvolta si viene attratti dai successi internazionali. Ma il vero lettore non manca di tornare ai classici e a quegli autori che sempre faranno parte dell’Olimpo della letteratura. E così perché non dedicarsi alla lettura di un romanzo poco noto (almeno in Italia) del grande Lev Tolstoj?

Si tratta de “La felicità domestica”, scritto nel 1859 (solo tre anni prima Flaubert scriveva “Madame Bovary) dall’autore russo e ripubblicato ora dalla Fazi Editore (traduzione e note di Clemente Rebora) con una copertina davvero bella e fresca. Sì, perché nonostante la storia sia ambientata in anni ben lontani dai nostri questa mantiene una freschezza ed un’attualità che colpiscono subito.

Maria ha diciassette anni e una sorella più piccola, Sonia. Di recente hanno perso la madre e il padre le ha lasciate anni prima. Con loro vive Katia, una vecchia amica di casa e lieto è il giorno in cui Serghièi Mikhàilic torna a far loro visita. Egli è un vicino e amico del padre, quasi quarantenne, tutte gli sono affezionate e la sua presenza le aiuta a dimenticare i dispiaceri. 

Lui non è sposato e lei ricorda quando il padre affermava che si sarebbe augurato per lei un marito così. Maria comincia a prendere dimestichezza con questa idea, nonostante lui le ricordi la loro differenza di età, fino a quando anche Serghièi si ritrova innamorato di lei e si sposano. Lei è giovane e sognante e il matrimonio, con tutto ciò che comporta, sempre ricordando la loro agiatezza, la porta a scontrarsi con la realtà, a crescere davvero per la prima volta e acquisire maggiore consapevolezza, pagando le conseguenze dei suoi comportamenti.
Lev Tolstoj

“La felicità domestica” è l'intensa storia di una ragazza che si fa trascinare dalla giovane età e prende perciò decisioni non troppo ponderate, così come lo saranno poi i suoi comportamenti. 

Ha la fortuna di avere un marito buono ma ben presto si fa trascinare dalla vita mondana, dalle lusinghe, da un’idea di amore che esiste solamente nella sua mente

A narrare la storia in prima persona è la stessa Maria che di pagina in pagina si rende conto di ogni sua azione e le sue parole vogliono quasi essere da monito per i lettori inesperti come lei stessa si mostrò in gioventù.

Sì, erano altri tempi, i matrimoni tra persone con una certa differenza di età rappresentavano quasi la norma, ma allora le donne erano coloro che si dovevano occupare del focolare e dei figli. Maria, una tra queste, tenta in qualche modo di ribellarsi, ma non è semplice, le manca la necessaria esperienza, si adagia e la noia persiste nella sua esistenza.

Gli scenari, la campagna russa e le case di cura europee, sono splendide, così come i bellissimi vestiti indossati e le immagini dei balli ai quali partecipavano solamente gli eletti. E la rappresentazione della vita coniugale è quanto mai realistica e pervasa da quegli aspetti oscuri e talvolta inquietanti che possiamo a ragione trasporre ai nostri tempi.

“Ci andammo: e il piacere ch’io ne provai, superò ogni mia aspettazione. Qui, più ancora di prima, ebbi il senso di essere io il centro attorno a cui tutto movesse, e che per me soltanto avessero illuminato questo salone, e la musica sonasse, e si fosse data ritrovo questa folla di gente, in visibilio per me. Tutti, a cominciar dal parrucchiere e dalla cameriera fino ai danzatori e ai vecchi, che s’incrociavano per la sala, pareva mi dicessero e dessero a vedere di amarmi.” 

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mercoledì 20 dicembre 2017

“Il burattinaio” di Nicola Rocca: quando passato e presente si scontrano con effetti impensabili

Il burattinaio, Nicola Rocca
“Che quel cane di Silvio volesse incastrarlo? Che stesse organizzando una fuga? Magari dall'altra parte del mondo? Anzi, magari si era già imbarcato sul primo volo disponibile per Ilpiùlontanopossibile. E lui lì, in quella casa che puzzava di morte. Gli occhi di Carlo saettarono sul corpo esanime di Ilenia.”
Tutto andava bene prima di quella chiamata. Silvio era disperato e non sapeva cosa fare con quel cadavere. Alla fine l’aveva fatto, aveva ammazzato Ilenia, preso da un momento improvviso di follia. E ora se la deve sbrigare Carlo Noccia che non può certo dire di no all'amico di una vita. 

Prova così a chiedere aiuto a dei conoscenti, alcuni tra i quali sono esperti in simili situazioni. Ma nessuno vuole prendersi il carico di una simile responsabilità, inoltre lo stesso Carlo teme di ritrovarsi tra le mani di qualche traditore. Meglio quindi sbrigarsela da solo ma qualcosa va storto e le cose precipitano

Dov'è Silvio e Carlo e sicuro di ciò che sta per fare? E perché continuano a tornargli in mentre i racconti del nonno?

Nicola Rocca, scrittore bergamasco classe 1982, insignito di diversi riconoscimenti per i suoi scritti, è tornato con un nuovo romanzo. Ormai ha abituato bene i suoi lettori e ne sforna uno all'anno, con l’intramezzo di qualche racconto nei mesi precedenti. Il genere, lo sappiamo, è il thriller e va detto che di libri in libro diventa sempre più convincente e avvincente.
Nicola Rocca

Anche questa volta a farla da protagonista è l’aspetto psicologico, tutto passa infatti per la psiche del protagonista con un epilogo incredibile che fa intuire l’immensità della mente umana.

Ne “Il burattinaio” (ENNEERRE, ottobre 2017) i colpi di scena non mancano, nulla è come sembra in un primo momento ed è un piacere per il lettore indagare sul terribile omicidio e cercare, insieme al protagonista, di nascondere quello scomodo cadavere.

Anche perché non è così difficile mettersi nei panni di Carlo Noccia e chiedersi cosa avremmo fatto noi al suo posto. Avremmo rischiato tanto per un amico?

Quasi duecento pagine che scorrono in maniera piacevole, un thriller in piena regola, con vari momenti di riflessione per il lettore, da gustare durante queste feste natalizie e da far trovare sotto l’albero di chi ama il genere.
“Il passato è fatto di ricordi, è certezza allo stato puro. Il futuro, al contrario, è un punto interrogativo. Oggi siamo qua e domani… Chi lo sa?! Il presente, invece, dipende solo da te. Tu e tu solo puoi decidere quale direzioni fargli prendere, quale consistenza conferirgli. Hai la facoltà di stravolgerlo, o di lasciare tutto com'è.” 

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