domenica 12 luglio 2026

“La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin” di Emma Cortesi: un intrigante giallo nel quartiere più affascinante di Parigi

La portinaia del 17, Emma Cortesi

“Parigi si svegliava, quella mattina, sotto un cielo indeciso, in bilico tra pioggia e sole. La luce lattiginosa si appoggiava delicata sui tetti, come un velo ancora umido di sogni. Si era in quell’orario incerto tra il torpore della notte e il baccano del giorno, quando anche i clacson sono poco inclini alla protesta e le finestre esitano ad aprirsi.”

Avevo alte aspettative per questo giallo – thriller ambientato in uno dei quartieri più belli di Parigi e posso ora dire che non mi ha per nulla deluso, anzi!

Ma prima ecco un minimo di trama: nel cuore di Montmartre, in rue des Saules, la vita scorre tranquilla in un palazzo signorile e la portinaia, Berthe, sa tutto degli inquilini tutti un po’ strampalati a modo loro. 

Così, quando una mattina Monsieur Gorin non ritira il suo giornale, Marthe si allarma immediatamente e con l’aiuto del commissario in pensione Lefevre s’introduce nell’appartamento di Gorin dove lo trovano morto. Si tratta di un semplice infarto, lo dimostra anche la posizione, dice il collega di Lefevre ancora in servizio ma con non troppa volontà di andare oltre, ma i due novelli investigatori capiscono che qualcosa non va, è tutto troppo perfetto e su quel tappeto ci sono delle strane macchie. 

Quando poi trovano alcuni vecchi diari e misteriose fotografie realizzano che c’è molto di più e che quell’uomo solitario e sempre cordiale nascondeva un passato tanto affascinante quando doloroso.

“La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin” (Fazi Editore, luglio 2026) è il romanzo di esordio della giovane Emma Cortesi, classe 2001, un bellissimo mistery che ci trasporta in una delle zone più belle e particolari di Parigi, tra i suoi abitanti e le loro abitudini ma senza quei luoghi comuni che spesso e volentieri infastidiscono solamente.

I gialli ambientati in palazzi, condomini, sono sempre affascinanti e quando uno scrittore o una scrittrice riesce, come in questo caso, a delineare dei personaggi così interessanti e a creare una trama degna dei più grandi, allora l’esperienza di lettura è al top. Ancora meglio se le atmosfere e le situazioni ci ricordano quelle di alcuni libri di Georges Simenon

“Ma so che il male, quando arriva, non fa rumore. E che a volte basta un’ombra su una porta per farlo entrare.”

Emma Cortesi
A rendere ancora più bello questo romanzo è una storia d’amore tra i palchi dei teatri della
capitale francese nei quali si mescolano libri e arte e subito ci immaginiamo in uno dei caffè storici parigini nel fermento culturale dei primi del Novecento, tra gli artisti più importanti e influenti di quegli anni che il quartiere di Montmartre lo vivevano e riproducevano nelle loro tele e nei loro libri.

Oltre duecento pagine in cui investigare con Berthe e Lefevre, immergersi in un passato parigino tra i più interessanti e misteriosi, con quel tocco di ironia che non guasta mai, e le atmosfere rétro che fanno di questo romanzo una vera e propria dichiarazione d’amore per la città francese.

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venerdì 5 giugno 2026

“Nella carne” di David Szalay: la vita di István nel romanzo vincitore del Booker Prize 2025

Nella carne, David Szalay

“István ha qualcosa di strano, qualcosa che non gli quadra del tutto. Come entrambi però sottolineano, è un periodo in cui il personale qualificato scarseggia e alla fine gli offrono il posto di lavoro.”

Se questo romanzo fosse terminato con un E visse felice e contento sarebbe stato corretto formalmente ma non contestualmente.

Perché dire che il protagonista di questo romanzo è o è mai stato felice è davvero complicato da affermare, così come asserire che qualcuno sia mai riuscito a non trovarlo un tipo enigmatico.

A pensare questo sono in tanti ma per un motivo o per un altro un lavoro István lo trova sempre.

La storia inizia quando a quindici anni si trasferisce con la madre in una nuova città, fatica a farsi degli amici ma lega con un ragazzo, anch’esso un tipo solitario, fissato con il sesso

La madre si accorge dell’attitudine del figlio e decide di metterlo a disposizione della vicina di appartamento che ha bisogno di qualcuno che l’aiuti con la spesa.

Parte così la storia di formazione di un ragazzo dall’infanzia non semplice che trascorre i suoi anni a tentare di sperimentare e scoprire se stesso e, suo malgrado gli altri.

Ogni cosa, che sia cercare un lavoro o approcciarsi ad una donna, la fa con indifferenza, partendo dalla sua Ungheria, arrivando a Londra e attraversando alcuni tra i fatti storici europei più importanti degli ultimi quarant’anni come il crollo della Cortina di ferro, la pandemia, la seconda guerra del Golfo e l’ingresso nell’Unione Europea dei Paesi dell’ex blocco sovietico.

István è in balia di forze più grandi di lui e non ci è sempre chiaro se gli vada bene essere trascinato o se ancora una volta sia la sua indifferenza a farla da padrone.

David Szalay
“Nella carne” (Adelphi, 2025, traduzione di Anna Rusconi) è il quarto romanzo dello scrittore canadese con cittadinanza ungherese David Szalay, una storia che per tanti aspetti ricorda lo “Stoner” di Edward Williams ma che, a differenza di quest’ultimo, ci porta a sentimenti ancora più contrastanti, tra dispiacere per le sorti del giovano uomo, smarrimento e repulsione.

“Forse è a quell’età, pensa István, che hai la prima
percezione di non coincidere esattamente con il tuo corpo, di occupare lo stesso spazio senza essere proprio la stessa cosa, perché una parte di te resta indietro rispetto alla trasformazione fisica e ne è sorpresa come potrebbe esserlo un osservatore esterno, e a quel punto non ti senti più in totale armonia, ma ti viene da parlare del tuo corpo come fosse un’entità leggermente separata, benché ti riesca sempre meno di opporti ai suoi desideri”.

Alcuni diranno che in queste pagine non accade poi così tanto e che si saranno addirittura annoiati, altri, come me, racconteranno di essere rimasti sorpresi e ammaliati da questo romanzo carismatico e di aver terminato con un pizzico di delusione per la curiosità, al limite del morboso, sulla vita futura dell’ambiguo e disturbante István.  

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mercoledì 3 giugno 2026

“Tre nomi di Florence Knapp”: come la scelta di un nome può sconvolgere una vita

Tre nomi, Florence Knapp

“Si chiede ancora una volta se sta agendo nel modo migliore. Tutto questo, tutto quanto. Forse chiamare il loro figlio con un nome diverso sarebbe una liberazione. Non all’inizio, magari, ma in seguito.”

“Cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave.” – scriveva William Shakespeare in “Romeo e Giulietta” – ma varrà anche per i nomi che diamo ai nostri figli e le nostre figlie?

È una notte di tempesta quella in cui nasce il secondo figlio di Cora.

È felice di poterlo finalmente vedere, toccare e cullare ma sa che a questa felicità seguirà presto una scelta per lei difficile, quella del nome da dare al bambino. Sarebbe semplice accettare l’imposizione del marito che vorrebbe che il figlio si chiamasse Gordon come lui, come suo padre e come tutti i maschi della famiglia ma Cora sente che non è la scelta giusta e che questo potrebbe irrimediabilmente influenzarne l’intera esistenza. 

Pensa che potrebbe chiamarlo Julian, il cui significato è Padre del cielo, forse in questo modo il padre si sentirebbe celebrato, oppure Bear come vorrebbe la sorella Maia, un nome tenero e forte al tempo stesso.

Cora si reca quindi all’anagrafe e ci vengono mostrati tre scenari: uno per ogni nome. Le vite del bambino saranno differenti a seconda del nome scelto, ma lo saranno anche quelle della madre, che dovrà subire le reazioni del marito, e della sorella spettatrice inerme.

“Tre nomi” (Garzanti, febbraio 2026, traduzione di Federica Merati) è l’esordio letterario di Florence Knapp”, londinese, che con questo romanzo ha conquistato le classifiche inglesi e le case editrici di mezzo mondo.

Solitamente diffido dei libri in alto nelle classifiche ma questa volta ho sentito che non potevo non leggerlo perché tutte e tutti abbiamo un nome che è stato scelto per noi e che tante volte non ci piace o non ci fa sentire a nostro agio o che perfino decidiamo di modificare all’occorrenza.

“Questa certezza, tuttavia, non le risparmia continue diatribe con se stessa: basti pensare a tutte le volte in cui ha contemplato la possibilità che un nome potesse aver influenzato il corso della vita di una persona.”

Florence Knapp
Un nome può essere una condanna, tanto più se deciso, o meglio imposto - nessuno appena nate o nati ci chiede quale nome desideriamo - da un genitore per il quale si nutrono
sentimenti contrastanti.

Ed è così che la Knapp ci regala una storia di dolore, di perdita ma anche rinascita.

Una storia che ci porta a riflettere su tanti temi, l’amore, il non amore, la fratellanza e la sorellanza, il rapporto tra figli e genitori.

“Tre nomi” scorre sotto i nostri occhi (o tra le nostre orecchie nel caso di audiolibro) con potenza e tenerezza, un romanzo molto bello, molto attuale, in tanti momenti irrimediabilmente toccante e impossibile da dimenticare. 

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martedì 2 giugno 2026

“Ogni passo che fai” di C. L. Taylor: quando la paura ci porta a non avere più fiducia di nessuno


“Dov’è? Era vicinissimo quando gridato: era sicura che avrebbe scoperto il suo nascondiglio. Rimane impietrita, respirando a stento, e tende l’orecchio per percepire lo schianto di un ramoscello o lo scricchiolio di una foglia – o qualcosa, qualsiasi cosa che lo tradisca -, ma non si sente niente, neanche un rumore. Come se anche il bosco trattenesse il respiro e stesse a guardare, in attesa che lui la trovi.”

“Every breath you take / And every move you make / Every bond you break /Every step you take/ I'll be watching you […] Oh, can't you see / You belong to me? / How my poor heart aches / With every step you take?” Così cantavano The Police in “Every Breath You Take” del 1983 e come non pensare a questa canzone leggendo il titolo dell’ultimo romanzo dell’inglese C. L. Taylor, “Ogni passo che fai” (Fazi Editore, collana Darkside, febbraio 2026, traduzione dall’inglese di Giuseppe Marano).

Natalie, Alexandra, Lucy, Bridget e River sono cinque amici londinesi incontratisi per qualcosa che hanno in comune: sono tutti perseguitati da anni da uno stalker. Natalie viene uccisa pochi giorni dopo l’uscita di prigione del suo ex fidanzato e gli altri non sanno come comportarsi.

La tensione è alle stelle e tutto peggiora quando al matrimonio dell’amica i quattro ricevono una corona funebre con una scritta che dice che tra dieci giorni uno di loro morirà. Dieci giorni dopo è proprio il compleanno di Bridget, forse a lasciare il messaggio è stato il suo stalker? L’unica cosa da fare è restare uniti e pianificare un piano per proteggersi a vicenda e provare a rimanere vivi. Qualcosa però non torna, alcuni fatti sono sospetti, forse qualcuno non dice la verità?

“Ogni passo che fai” è un thriller agghiacciante, disturbante e reso ancora più realistico dal fatto che sia tratto da una storia vera accaduta all’autrice.

La tensione non manca mai, la scrittura è scorrevole e le sensazioni che qualcuno stia seguendo i protagonisti diventa sempre più tangibile.

C.L. Taylor
L’intreccio è interessante e ben pensato e grazie ad asso il finale risulta inaspettato e da brividi.

“Ogni passo che fai” è una storia di paura, quella profonda e difficile da scacciare provata dai singoli protagonisti le cui storie ci vengono raccontate per capire come sono arrivati alle situazioni attuali.

A un certo punto le loro storie si intersecano con il rischio di complicare maggiormente il tutto ed è qui che intervengono amicizia, solidarietà e paranoie che hanno origine dal controllo psicologico esercitato sulle vittime.

Un romanzo molto attuale, che fa riflettere, perfetto per gli amanti della suspense e delle storie ricche di colpi di scena dalle quali non ci si riesce a staccare fino all’ultima pagina.

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lunedì 22 dicembre 2025

"Il cacciatore di colori" di Giorgio Valerio Galli: un viaggio da incubo tra le emozioni e la ricerca di sé

Il cacciatore di colori, Giorgio Valerio Galli

“Continuò a urlare, gridando a lungo la sua frustrazione, fino a sentire raspare gola, e la voce incepparsi in estenuanti colpi di tosse; fino a che quel dolore straziante che le mordeva la testa e le lacerava le spalle e riuscì a domare ogni traccia della sua furia. Era orribile: non solo il fatto di essere prigioniera, nuda e totalmente indifesa, ma anche dover reprimere ogni gesto, ogni scatto e non poter dare libero sfogo a tutto l’orrore e la pena che le si agitavano dentro.”

Quanto le dinamiche di famiglia influiscono sul nostro presente, sul nostro futuro e sulle nostre azioni? Julie, ragazza timida e taciturna, lo sa bene e vorrebbe solamente potersi distanziare da tutto questo e vivere la vita che ha sempre sognato, senza paure, con un lavoro che la soddisfi e con l’unica compagnia dell’amato gatto Hans.

Poi, una sera, decide finalmente di lasciarsi andare, di andare oltre la sua routine e di uscire a ballare. Qui viene avvicinata da un ragazzo che le dice di essere un cercatore di colori. Per lei è la scoperta di qualcosa di nuovo, la prova che nel mondo c’è un posto anche per lei.

Qualcosa però non va come aveva immaginato e da quel momento di supposto riscatto si ritrova in una stanza buia, nuda e incatenata ad una sedia. Quel ragazzo non è chi dice di essere ma si rivela un sadico carceriere che ha visto in Julie la preda perfetta da drogare, rapire e rendere protagonista di un raccapricciante rituale.

“Il cacciatore di colori”, menzione d'onore al premio SetArt 2023 e vincitore del concorso letterario "Romanzi e generi" 2023 indetto da Edizioni Italiane che ne ha garantito la pubblicazione nel 2024, è il thriller psicologico di Giorgio Valerio Galli.

Quello che dovrebbe essere un viaggio alla ricerca di se stessa si trasforma in un vero e proprio incubo e Julie rischia di non poter mai portare a compimento il suo desiderio di cambiamento.

Giorgio Valerio Galli
Tutto ciò che le accade ha un significato simbolico, i colori non sono casuali, vi troviamo persino della filosofia, e presto Julie capirà che se non vuole rinunciare a quanto ha iniziato a costruire dovrà resistere e non arrendersi.

“Ma non sarebbe stato quello il modo di ritornare a
prendere le redini della sua vita, lo capiva bene: se voleva cercare di darsi una smossa doveva per forza di cose smetterla di arrendersi e non continuare ad accettare passivamente tutto ciò che il mondo le propinava.”

Si può uscire indenni da una situazione simile senza avere un briciolo di fiducia in sé?

“Non contava nemmeno il dolore che tornava vivo sul collo ora che, afflosciandosi su sé stessa, premeva con forza sul filo spinato: era tutto distante, insignificante e inutile. Proprio come lei.”

Due personaggi interessanti, una storia intrigante con l’unica pecca di non aver sviluppato a dovere la figura dell’aguzzino. Forse nel prossimo romanzo?

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mercoledì 16 luglio 2025

“Pesca estiva in Lapponia” di Juhani Karila: un luccio, un giallo, un balorso tra stagni e folclore lappone

Pesca estiva in Lapponia, Juhani Karila

“A quel punto, all’altra estremità dello stagno si materializzò Näkki. Sorse dall’acqua lentamente, come un’antica statua rivelata dalla marea. Bello come un dio greco. Elina sapeva che Näkki assumeva sembianze maschili, femminili o androgine a seconda della persona che voleva attrarre. Chiunque commettesse l’errore di guarda i suoi occhi vi si perdeva.”

Elina Ylijaako giovane donna, torna ogni estate nella sua terra di origine ma stavolta ha un unico pensiero: catturare quel luccio, non uno a caso, entro il 18 giugno. Il luccio non abbocca e il tritone Näkki, dio delle acque capace di far innamorare perdutamente chiunque lo guardi negli occhi, è deciso a ostacolare Elina. A complicare la situazione l’arrivo in paese della detective finlandese Janatuinen, che sta indagando proprio sul suo conto e che non è abituata ad un luogo che sembra autogovernarsi.

Ben presto scoprirà che la famiglia Ylijaako non gode affatto di una buona reputazione e decide di accertarsene di persona. A farle compagnia un enorme balorso che la seguirà ovunque andrà. Ma perché Elina vuole catturare a tutti i costi il luccio? Forse ha a che fare con il suo passato? 

La Lapponia orientale è una terra selvaggia, ricca di laghi e paludi, la terra dei sami, di tradizioni antiche, di una mitologia per la quale la natura non doveva essere disturbata o distrutta senza motivo e non sorprende che una storia così originale e divertente venga ambientata proprio qui.

Pesca estiva in Lapponia” (Fazi Editore, 2025, traduzione di Delfina Sessa) è l’esordio letterario del finlandese Juhani Karila.

Ciò che inizia in modo strano, con questa donna che sta impazzendo per un luccio di stagno, prosegue poi con una storia molto bella che vede Elina silenziosa e solitaria a causa di una storia d’amore non finita come avrebbe sperato. I ricordi rischiano di ammazzarla, così come la maledizione che incombe su di lei ma c’è chi le vuole bene e riceverà aiuti inaspettati tra dei furiosi e accuse più o meno fondate.

“Era maggio, e la neve ancora resisteva nei fossi e ai bordi delle case, dove d’inverno era stata raccolta in grandi cumuli. Intorno a quelle montagnette gorgogliavano senza sosta rivoli e rivoletti d’acqua. I fringuelli cinguettavano sui pini, sui campi imperversavano i chiurli. Dalle grondaie cascavano grosse gocce d’acqua sfavillanti, ma Elina non sapeva ancora che da quel momento in poi lo scorrere dell’acqua e i versi degli uccelli le avrebbero riportato alla mente quei giorni felici.”

Oltre trecento pagine che ci portano nel suggestivo paesaggio lappone, tra leggende e credenze a noi sconosciute. La storia è surreale ma realistici sono i sentimenti della protagonista e la sua adolescenza.

“Figlia insignificante di una casa insignificante. Però è nata nel bel mezzo di un temporale e perdipiù in un punto del pianeta dove le creature fantastiche migravano tra i mondi e facevano volare scintille.”

Juhani Karila
Realismo fantastico, magia e giallo si alternano in un romanzo davvero bello, particolare e divertente. Provate a immaginare una finlandese sempre vissuta in città che finisce in un paese lappone con una specie di grosso orso che la segue persino nella sua piccola utilitaria: già solo questo fa ridere per la sua assurdità.

“Osservò la luce argentea della notte degli spettri
illuminare a poco a poco le pareti e accolse la paura che filtrò nella stanza insieme alla luce, perché la paura era un’alternativa auspicabile al malessere. Senza neppure andare alla finestra sapeva che dall’altra parte c’erano i suoi genitori che guardavano dentro, nella casa che era stata loro.” 
 

Aggiungete una storia d’amore ed un contesto affascinante con una natura rigogliosa e una volta letto non vi scorderete più di questo libro. Anche perché, purtroppo, di scrittori finlandesi tradotti in Italia, ce ne sono ancora troppi pochi. Ma ogni volta è una garanzia di originalità e di umorismo.

“Dall’altro lato della strada, nel piazzale della stazione di servizio, c’era un’anziana con le braccia abbandonate lungo i fianchi che pareva imbambolata. L’agente si domandò per quale motivo in Lapponia si vedessero in giro poche persone alla volta. Come se, per uscire di casa, bisognasse aspettare il proprio turno.”

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lunedì 14 luglio 2025

“Il giorno dell’ape” di Paul Murray: il disfacimento di una famiglia tra follia e finto perbenismo

Il giorno dell'ape, Paul Murray

“Prima di diventare padre, Dickie si immaginava che crescere un figlio fosse una versione più impegnativa di dell’avere un animale domestico. Un bambino, pensava, era una creatura essenzialmente passiva, un recipiente da riempire con il tuo amore. Quelle era almeno l’impressione che se ne ricavava dalla tv.”

La famiglia Barnes sembrava perfetta prima che il padre, Dickie, portasse al fallimento la concessionaria affidatagli dal padre. Questo è sufficiente a creare un disequilibrio che potrebbe non risolversi mai: Imelda, la moglie, ha iniziato a vendere gioielli e mobili per guadagnare qualche soldo, la povertà vissuta fino a poco prima del matrimonio la spaventa; Cass, la figlia più grande, prima della classe, sta precipitando e crede che potrà più frequentare l’università a Dublino; PJ, il figlio dodicenne, improvvisa vittima di bullismo, tenta la fuga da casa per cercare di risolvere la situazione.

Cosa accadde veramente il giorno dell’ape? E siamo sicuri che il problema sia il tracollo lavorativo di Dickie? Come si è arrivati a tutto questo?

“Il giorno dell’ape” (Einaudi, 2025, traduzione di Tommaso Pincio), libro dell'anno per «The New York Times», «The Guardian», «The Washington Post», «The New Yorker», «The Economist». Finalista al Booker Prize, vincitore dell'Irish Book of the Year, del Nero Book Award per la narrativa e del Premio Strega Europeo 2025, è l’ultimo romanzo di Paul Murray, scrittore irlandese classe 1975.

Un romanzo il cui successo è innegabile ma i cui pareri sono spesso contrastanti, talvolta, a mio parere, a causa di una non comprensione dell’intento dell’autore e delle psicologie dei personaggi.

I capitoli, dedicati ai singoli personaggi, si alternano ed ognuno presenta caratteristiche differenti e personali. Lo stile resta lo stesso ma, per fare un esempio, quando la protagonista è Imelda, dal passato difficile e con il desiderio di cambiare radicalmente vita, la punteggiatura sparisce e tutto diventa un flusso di coscienza che ha fine solo con il termine del capitolo. Ciò non rende meno piacevole la lettura né la appesantisce ma ci permette di immedesimarci ancora di più in questa donna, ora madre e moglie, le cui origini non smettono di avere un peso non indifferente.

“Le dispiaceva anche per l’ape. Le api stavano morendo ovunque, in tutto il mondo: PJ ne parlava di continuo. Nessuno conosceva la causa, ma era un male perché le api portavano il polline di pianta in pianta e, senza di loro, anche la natura sarebbe morta.”

“Il giorno dell’ape” è anche un mistero nel momento in cui Cass viene a sapere che il matrimonio della madre non andò come doveva a causa di un’ape e con il coinvolgimento di uno zio, fratello del padre, del quale lei ha sentito parlare solo in rarissimi casi.

Siamo in un’Irlanda con i suoi traumi, con le sue università prestigiose e la vita non sempre semplice ed era quasi d’obbligo, tra le oltre settecento pagine, ricordare l’orrore delle Case Magdalene.

“Facevano parte del convento, un tempo; per sessant’anni ci avevano mandato le ragazze che avevano <<smarrito la retta via>>, per tenere la comunità al riparo dai loro comportamenti peccaminosi. Alcune non ne uscivano più; passavano la vita dietro quelle alte mura grigie a lavare lenzuola dei preti e delle suore in punizione per i loro vecchi peccati. Erano tutte morte adesso.”

Paul Murray
I fatti che accadono sono davvero tanti e anche quando si parla della routine dei protagonisti c’è sempre qualcosa di intrigante che ci fa andare avanti con curiosità. 

“Quando chiedevano a Frank cosa volesse fare da grande, lui diceva: Il criminale, e tutti ridevano. Dickie si sentiva oscurato dal fratello. Frank era il preferito di papà; Frank era il preferito di chiunque, madre a parte, che ovviamente preferiva lui solo per pietà, per cui con contava.”

Gelosie tra fratelli, sessualità incerte, drammi familiari, tresche più o meno nascoste, violenza domestica, povertà e ricchezza, il fascino di Dublino e quello contrapposto delle zone rurali di un’Irlanda sempre meravigliosa.

Un romanzo che ho amato, ben scritto, che rileggerei e che non sarà semplice dimenticare.

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