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venerdì 3 febbraio 2023

“Storia del figlio” di Marie-Hélène Lafon: intrecci, assenze e profumi di una saga familiare da ricostruire pezzo per pezzo

Storia del figlio, Marie-Hélène Lafon

“Amélie ha l’odore del fiume in primavera, il fiume alto della neve sciolta. Paul ha l’odore del vento e della lama fredda dei coltelli che sono in cucina e che loro non possono toccare.”

André è figlio di Gabrielle ma viene cresciuto dalla sorella della madre, Hélène, e suo marito. Il padre è sconosciuto ma i suoi genitori ‘adottivi’ e le cugine sono così amorevoli con lui che del resto non gli importa. Ogni estate la madre, per lui una misteriosa signora, torna al paese da Parigi per trascorrere le vacanze con loro. 

Gli anni passano e le vicende narrate coprono un argo lungo cento anni, ci vengono svelati il prima e il dopo del figlio e della madre e conosciamo quel padre tanto cercato in età adulta ma mai desiderato realmente da André. 

Ripercorriamo il passato della madre, sola in un appartamento parigino e della sua relazione con quel giovane ragazzo; ci vengono narrati infanzia e adolescenza di due bambini gemelli di Chanterelle a inizio Novecento. 

Una saga familiare vera a propria in meno di duecento pagine sufficienti però a raccontare quanto andava raccontato.

“Storia del figlio” (FaziEditore, 2022, traduzione di Antonella Conti) è il capolavoro della francese Marie-Hélène Lafon, vincitore del prestigioso premio Renaudot, campione di vendite, amato dai lettori e dalla critica, per la prima volta nelle librerie italiane.

È la storia di più famiglie con le loro esistenze e finzioni, con i loro legami, i segreti, i silenzi e le tragedie. Tutto ruota intorno alla ricerca di quel padre, non esclusivamente per la conoscenza di quell’uomo ma per la comprensione delle dinamiche tra le persone, di quelle assenze incomprensibili, di ciò che non è accaduto e sarebbe potuto accadere.

“Paul ha l’odore del vento e della lama fredda dei coltelli che sono in cucina e che loro non possono toccare. Per sua madre è incerto, cambia sempre, gli viene in mente la neve quando la sera diventa blu ai margini del bosco, il caffè caldo, a volte odora anche di rosso. Per suo padre forse il minestrone, ma non ne è proprio sicura, si ferma,
qualcosa gli si blocca dentro e preferisce non insistere. Gli odori sono un gioco e col padre non si può giocare.”

Marie-Hélène Lafon
Un complesso mosaico che ci trascina nell’incanto di una storia per nulla semplice ma con una sua bellezza intrinseca ed una delicatezza che contribuisce a realizzare un romanzo davvero bello e ben scritto.

“Non gli piacevano quelle acque nere che scavano abissi nell’oscurità. Lui aveva scelto la luce il calore il giorno la gioia.”

E alla fine il mistero viene svelato e un alone di pace avvolge tutto ma nulla si dimentica e questo libro rimane nel cuore per lungo, lungo tempo.   

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giovedì 19 gennaio 2023

“Il ragazzo” di Annie Ernaux: l’arte di raccontarsi, di essere donna e di mostrarsi senza veli

Il ragazzo, Annie Ernaux

“Il mio corpo non aveva più età. Era necessario lo sguardo carico di disapprovazione dei clienti del tavolo accanto al nostro ristorante perché tornasse a manifestarsi. Sguardo che, ben lontano dal provocarmi vergogna, rafforzava la mia determinazione a non nascondere quella relazione con un uomo <<che avrebbe potuto essere mio figlio>>, mentre un tizio qualunque di cinquant’anni poteva presentarsi con una ragazza con ogni evidenza non era sua figlia senza suscitare la minima riprovazione.”

Ogni anno ci si chiede chi si aggiudicherà il prestigioso Premio Nobel per la Letteratura e da tempo speravo di sentire pronunciare, prima o poi, il nome della scrittrice francese. Nessuno più di Annie Ernaux meritava tale riconoscimento, ancora più in questo periodo storico nel quale tanto si parla di donne, del loro ruolo nella società, di diritti negati.

Annie Ernaux ha saputo raccontarsi come poche sono riuscite a fare, lo ha fatto sempre senza alcuna pretesa ma con la piena consapevolezza di cosa significasse un tempo e di cosa significhi oggi essere donna.

Ogni suo scritto è così (purtroppo) fortemente attuale e lo stesso si può dire per “Il ragazzo” (L’orma editore, traduzione di Lorenzo Flabbi), scritto tra il 1998 e il 2000 ma pubblicato solamente nel 2022 sia in Francia (Éditions Gallimard) che in Italia.

Una donna racconta la relazione con un ragazzo di circa trent’anni più giovane. Lui frequenta ancora l’università, mentre lei è già madre e con un notevole bagaglio di esperienza. Quella che inizialmente era una semplice avventura si trasforma in una storia d’amore nella quale entrambi prendono qualcosa l’uno dall’altra e si osservano consci della differenza generazionale che non costituisce però motivo di contrasto. Ad osservarli e a vederci qualcosa di scandaloso sono gli altri, soprattutto perché il membro della coppia grande di età è lei e non lui. Ma la passione è la loro e di nessun altro, così come il piacere della compagnia reciproca.

“Era un segno, il segno che il suo ruolo di scoperchiatore del tempo nella mia vita era finito. Probabilmente era finito anche il mio, di iniziatrice nella sua.”

Per la protagonista questa storia è un tuffo nel passato, una visione di vita passata che può ancora essere rievocata, con le stesse incertezze e lo stesso desiderio di libertà. Quel giovane ragazzo è un mezzo per ritrovare se stessa, la sua femminilità, il suo essere donna degna di apprezzamento e fonte di passione e arricchimento.

Le circa trenta pagine di racconto sono arricchite dalla presenza di tre discorsi della stessa Ernaux pronunciati in altrettante occasioni, due in Italia, una in Francia, nella sua cittadina d’infanzia.

Annie Ernaux

In questi ripercorre parte della sua esistenza, la ragione del suo scrivere e l’importanza delle sue origini. Ed è piacevole ritrovare accenni e situazioni che riguardano suoi precedenti libri che contribuiscono a renderli ancora più chiari ed intellegibili.  

“Il ragazzo” è amore, è un pezzo di vita di una scrittrice che sa colpire ogni volta con le sue parole e con le sue esperienze, che sa come condurci a vecchie e nuove riflessioni sulle donne, sugli uomini, e sui tempi che stiamo, seppure con fatica, attraversando.

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mercoledì 9 novembre 2022

“La definizione della felicità” di Catherine Cusset: la difficoltà e il fascino di essere donne e l’attrattiva della condivisione

La definizione di felicità, Catherine Cusset

“I libri, le ceramiche giapponesi – quelle che si erano salvate dalla furia di Boris -, le marionette indonesiane, il batik che ricopriva il divano, tutto sarebbe scomparso. Compresi la sua faccia, il ricordo del suo sorriso, dei suoi occhi neri e vivaci. E la sua voce. Mi vedevo davanti l’immagine di un torrente che travolge, che spazza via tutto. Anche la memoria è friabile, come gli argini di un fiume, e si sparpaglia come polvere.”

Francia, anni Sessanta. Due donne trascorrono le loro esistenze in modi differenti e senza avere la minima idea dell’esistenza l’una dell’altra.

Clarisse ha subito un evento traumatico a sedici anni e anziché affrontarlo o superarlo ha tentato di dimenticarlo. Con gli anni si è ritrovata in una vita caotica tra tentativi di amori contrastanti e passionali e giornate vissute come arrivavano, senza troppe pretese.

Ève ha sempre avuto una famiglia stabile e dopo gli studi classici ha incontrato quello che sarebbe diventato il marito con il quale è espatriata conducendo un’esistenza borghese e diventando cuoca a domicilio. Le sue decisioni sono sempre state ponderate, forse fin troppo.

Poi un giorno le vite delle due donne, così diverse tra loro, si incrociano ed intrecciano grazie ad un legame che avevano sempre ignorato. E qualcosa cambia per entrambe che rivivono il passato e rielaborano il presente tenendo conto l’una delle esperienze dell’altra e diventando così indispensabili.

“La definizione della felicità” (Astoria Edizioni, settembre 2022, traduzione di Margherita Belardetti) è l’ultimo romanzo della scrittrice francese (che per anni ha vissuto a New York dove ha insegnato Letteratura francese del Seicento) Catherine Cusset.

“A Clarisse piaceva improvvisare e lasciarsi sorprendere. Spariva in un vicolo o in un bazar, da cui emergeva due ore più tardi con un magnifico oggetto appena acquistato, mentre lui smaniava, preoccupato e snervato. Per farsi perdonare lo coccolava. Più lui voleva spicciarsi, più lei tergiversava. Non erano per niente affiatati. Ma arrivava la sera. Un indiano tirava fuori una chitarra, Hendrik cantava. Neil Young o i Beatles. Clarisse sentiva sciogliersi ogni riserva.”

Una doppia storia al femminile, due percorsi di vita, con una forte componente spirituale, che le vede viaggiare per il mondo, seppure in maniere differenti.

Catherine Cusset
Una istintiva e priva delle paure che travolgono quotidianamente la maggior parte delle persone; l’altra sempre molto coscienziosa e con progetti futuri dalle basi solide.

“La paura era ciò che i suoi genitori alimentavano in lei, così che sarebbe restata per sempre vergine e timorata. Non le sarebbe successo niente, se non avesse avuto paura.”

Un romanzo che si fa divorare e che fa riflettere in continuazione, sulle storie delle protagoniste, sulle nostre vite, su quanto può capitare ad una donna dall’infanzia alla maturità passando per l’adolescenza.

"La definizione della felicità" è intenso, emozionante, bello da tenere in mano e toccare e sfogliare; ci conduce oltre le apparenze e, tra una difficoltà e l’altra fa anche sognare e ci ricorda quanto essere donne possa essere complicato e meraviglioso al tempo stesso.

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venerdì 4 giugno 2021

“La donna gelata” di Annie Ernaux: lo smarrimento e la passione di una ragazza sulla strada dell’età adulta tra sentimentalismo e sessualità

La donna gelata, Annie Ernaux


“Percorso ammirevole, quello di una libertà senza scarti o deviazioni, ma io non ne sono mai stata capace. Mi attendono anni di tira e molla con me stessa, di compromessi. È pieno di ragazze che stanno sole per mesi, le si vedono andare in giro tutte le sere, quasi sdegnose, per poi un bel giorno essere beccate in un anfratto buio con un tale, urletti di sorpresa e di riprovazione, da loro non ce lo saremmo mai aspettare, e poi rivederle di nuovo sole. Lascia perdere, quelle è stramba. Sono una stramba anche io.”

Dopo “L’evento” la casa editrice L’orma editore è tornata con “La donna gelata” (febbraio 2021, traduzione di Lorenzo Flabbi), non l’ultimo romanzo (risale infatti al 1981 la pubblicazione da parte delle Éditions Gallimard) ma l’ultima traduzione in italiano della francese Annie Ernaux.

La scrittrice, classe 1940, all’epoca aveva quarantuno anni e quella che racconta è la sua storia di ragazza adolescente verso l’età adulta.

Sono gli anni Cinquanta, siamo nella provincia francese, le donne conducono le loro esistenze seguendo i dettami di un’epoca che le vedeva brave mogli e casalinghe, costrette dai dettami di una società tradizionalista che si preparava alla liberazione degli anni Settanta.

Lei trascorreva le giornate tra la scuola e l’attività commerciale dei genitori. Una madre amante dei libri che non amava dedicare il proprio tempo a spolverare o ad attività casalinghe non indispensabili. Un padre che non si faceva problemi a lavare i piatti, sbucciare le verdure o cucinare. Nonostante ciò, entrambi i genitori cominciarono ad un certo punto a chiedersi quando la figlia avrebbe deciso di sposarsi e costruire una famiglia. 

Al tempo stesso a scuola le voci erano diverse: le più ammiravano le madri che tiravano a lucido la casa quotidianamente e speravano di trasformarsi il prima possibile nelle loro sosia; altre, una minoranza, guardavano oltre, o almeno così era all’apparenza. Troppi tabù, troppe incoerenze, troppa voluttà in alcuni casi, per comprendere come comportarsi, chi ascoltare, cosa e a chi credere. Educazione sociale, sentimentale e sessuale vanno di pari passo, la donna che non poteva esprimersi liberamente, l’universo maschile che dettava le regole, l’inesistenza della collaborazione tra marito e moglie.

Annie Ernaux

Sono trascorsi diversi anni ma le parole di Annie Ernaux sono ancora una volta attualissime. Di strada se ne è fatta tanto, in quanto a diritti delle donne, ma tanto c’è da fare e troppo ci ricorda ancora un passato che fatica a trasformarsi una volta per tutte annullando la distanza tra uomo e donne, tra ruoli maschili e femminili.

“Quanto a me, non avrei mai voluto avere una madre il cui volto non si fosse illuminato di piacere davanti a libri e riviste, che non si fosse concessa quei momenti di follia settimanale, lontana dai barattoli di marmellata e dai clienti a credito, da tutto quel cibo in scatola, freddo, no, non la volevo una madre convinta che leggere fosse una perdita di tempo.”

Tra i titoli più attesi di questo nuovo anno, “La donna gelata” è un flusso di coscienza, uno sgorgare di parole che dovevano essere tirate fuori come uno sfogo necessario, una liberazione che venisse resa nota per aiutare a comprendere meglio la società nella quale viviamo oggi.

Passione e desiderio, in tutte le loro forme, non mancano mai e rendono così unica questa scrittrice unica nel panorama letterario contemporaneo.

Per quanto ancora dovrà essere complicato per una donna farsi avanti, esprimere le proprie ambizioni senza essere sottoposta ad un giudizio maschile, vivere una vita di coppia che vada oltre i luoghi comuni, distaccarsi dall’immagina sempiterna dell’angelo del focolare dedito allo stiraggio e alla lettura di riviste femminili?

Annie Ernaux ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, è una donna che ha vissuto tanto, e sempre ardentemente, ed è proprio questo il motivo per il quale è necessario che venga letta, perché possa essere un esempio o se non altro un riferimento importante per chi come lei si è sentita disorientata, e lo si sente ancora, in una realtà non ancora abbastanza pronta a cancellare un mondo che del maschilismo ha fatto la sua forza.

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giovedì 23 aprile 2020

“L’evento” di Annie Ernaux: un inno alla femminilità tra aborti clandestini e maschilismo radicato

L'evento, Annie Ernaux
“Può darsi che un racconto come questo provochi irritazione, o repulsione, che sia tacciato di cattivo gusto. Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori. E se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo.”
Avete mai letto niente di Annie Ernaux? Parlo della scrittrice francese, ancora vivente, autrice, tra gli altri, de “Gli anni” con il quale ha vinto numerosi premi letterari (Marguerite Duras, François Mauriac, del Prix de la langue française, Premio Strega europeo 2016).

La sua è una scrittura davvero particolare, o meglio particolare è ciò che scrive, con quella mescolanza di autobiografia e fatti storici che la rendono unica nel suo genere. La sua passione per la sociologia incontra in maniera così naturale le esperienze personali e riportare queste ultime su carta diventa quasi un obbligo, una necessità o, in ogni caso, questo è ciò che il lettore percepisce.

“L’evento” (L’orma Editore, novembre 2019, traduzione di Lorenzo Flabbi) racconta di un aborto, il suo.

Era la fine del 1963, in quella Francia nella quale abortire era ancora illegale e anche solo nominare quella parola era considerato reato. Lei ha poco più di 23 anni, il padre del bambino è interessato a ben altro, per quanto finga per un po’ di essere presente.  

Cosa le rimane se non affidarsi a qualcuno che pratichi aborti clandestini? Anche questo non è così semplice e il percorso sarà lungo, impegnativo e doloroso.

Quella che ci offre Annie Ernaux è una cronaca quasi tangibile di ciò che accadde alla ragazza, la strada permeata di momenti di solitudine, di vicinanza da parte di una compagna di studi, di ricerca di un coraggio che non poteva mancare.

Ci ritroviamo immersi in una situazione quasi assurda, ma più reale di quanto potremmo mai
immaginare, in compagnia di una ragazza che deve sbrigarsela da sola e che dimostra una caparbietà non usuale.

Non solo deve combattere per un diritto che in quegli anni non era ancora tale ma deve farlo anche contro un mondo maschilista rafforzato dalla differenza di classi sociali, se così possono essere definite.

Paradossale il momento nel quale il medico si rende conto che quella ragazza è una studentessa universitaria, come lo era stato lui fino a pochi anni prima, e che merita quindi un trattamento privilegiato rispetto alle altre povere ignoranti ricoverate nella stessa struttura.

“E, come al solito, era impossibile determinare se l’aborto era proibito perché era un male o se era un male perché era proibito. Si giudicava in base alla legge, non si giudicava la legge.”

“L’evento” è la voce cristallina di una donna consapevole e risoluta che parla a uomini e donne per raccontare loro dei fatti storici ancora realtà in diversi Paesi del mondo.

È un lungo percorso che dal buio iniziale sfocia verso la luce, un ritorno alla vita che non pretende di essere giudicato ma che ha come intento quello di far riflettere e di andare oltre il mondo maschilista e bigotto che ancora oggi ci circonda.

Agghiaccianti i fatti e il racconto di come l’aborto è stato praticato ma ancora più agghiacciante è la consapevolezza che quella società degli anni Sessanta francese a volte non è così lontana da quella che stiamo vivendo ora.

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giovedì 5 marzo 2020

“Il ragazzo con gli occhi grigi” di Gilles Perrault: uno squarcio di amore in uno sfondo di guerra


Il ragazzo con gli occhi grigi, Gilles Perrault
“I suoi occhi grigi non la mollavano un secondo. Aveva l’impressione che in quei pochi giorni lui l’avesse guardata più che Robert in un oceano di anni. Era abituata agli sguardi degli uomini. Per forza, una donna con le gambe così lunghe. Compreso quel grosso porco puzzolente. Il ragazzo era diverso: lui le contemplava il viso.”

Estate del 1940, una donna della buona società parigina, moglie di un ufficiale dell’esercito, sta scappando verso il sud con i suoi due figli a causa dell’invasione tedesca.

La strada è lunga e quando gli aerei cominciano a sparare contro i civili le cose si complicano e non è semplice controllare le reazioni istintive di Philippe, dieci anni, e Sylvie, sei anni. All’improvviso un ragazzo si avvicina loro, prende con sé i bambini e permette alla famiglia di salvarsi. Il ragazzo ha sedici anni, si chiama Jean, parla poco ma i suoi occhi grigi come la guerra sono magnetici. Insieme raggiungono una villa abbandonata con l’intenzione di rifocillarsi e ripartire il giorno dopo ma gli spari in lontananza li portano a trascorrere lì un periodo più lungo di quello previsto. I bambini sono felici, vanno molto d’accordo con Jean e la madre è incuriosita da questo ragazzo così coraggioso ma misterioso, dagli occhi che raccontano tanto nonostante le poche parole da lui pronunciate. 


“Il ragazzo con gli occhi grigi” (Playground, 2016, traduzione di Maruzza Loria) è uno degli ultimi romanzi dello scrittore, sceneggiatore e giornalista francese Gilles Perrault.
Gilles Perrault

L’ambientazione è quella della Francia vessata dal nazismo ma i protagonisti sono due anime in cerca della loro vera natura che forse tentano solamente di sfuggire alla realtà. 

Il rapporto tra Jean e la giovane madre si intensifica di pagina in pagina e ciò che emerge è l’inquietudine di una donna che riflette sulla sua esistenza fino a quel momento e sulla sua figura di moglie. 

Una donna che sceglie di andare oltre le convenzioni, oltre la violenza e i tradimenti concessi agli uomini, oltre ciò che viene ritenuto accettabile. 

Ne nasce una bellissima storia di scoperta, di piacere, di sensibilità, di conforto reciproco, che si nutre di sguardi e va oltre inutili parole. 


“Jean, hai già fatto l’amore con una donna? 
Lui abbassò lo sguardo e scosse la testa.”


Una storia che si insinua nelle viscere del lettore, novanta pagine intense che affascinano, commuovono, fanno rabbrividire e sorprendere con un finale davvero ma davvero inaspettato. 

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venerdì 28 dicembre 2018

“Non si diventa mai adulti. E altre cose che ho impiegato quarant'anni a imparare” di Pamela Druckerman


Non si diventa mai adulti, Pamela Druckerman
“Hai quarant'anni quando… sai come deludere qualcuno; hai smesso di frequentare persone che ti fanno sentire malissimo; sai che se una donna vuole passare il suo tempo libero con te, ci sono buone probabilità che ti apprezzi; hai talmente poco tempo da sacrificare il sonno, ma hai bisogno di dormire per poter fare tutto quel che devi, il paradosso ti rende perpetuamente improduttiva; sai che la maggior parte dei conflitti coniugali è causata o dalla mancanza di sesso o dalla mancanza di sonno.”
C’è chi si lamenta degli anni che passano e chi preferirebbe smettere di festeggiare i compleanni ma dopotutto ogni anno che passa significa che ci siamo ancora quindi perché non prenderla con filosofia e trovare il modo di godersi al meglio l’età che si ha?

Deve averla pensata così anche Pamela Druckerman, la giornalista e scrittrice autrice di “Non si diventa mai adulti. E altre cose che ho impiegato quarant'anni a imparare” (Sonzogno, agosto 2018, traduzione dall’inglese americano di Paola Bertante). Lei ha superato di recente i quarant’anni e ha iniziato a riflettere sul suo passato accostandolo al suo presente. Cosa cambia quando si supera questa età? Ci si sente ancora come dei ventenni o si è proiettati verso il futuro?

Pamela la prende con filosofia e si gode il presente giorno per giorno e con tutta la sua ironia ci racconta come è arrivata ai quarant’anni, quale è la percezione degli altri e come questa età era concepita fino a qualche anno fa.

Oltretutto non solo è una quarantenne ma è anche una donna americana che si è trasferita in Francia! Sono perciò diversi i motivi che portano l’autrice, protagonista del suo stesso libro – diario, a sentirsi disorientata dopo anni di presunte certezze.
Pamela Druckerman

Il suo sguardo è ironico e il suo modo di analizzare ciò che accade e ciò che gli altri pensano e dicono è originale, divertente e fa capire quanto l’esperienza di vita e gli anni già vissuti contino per i giorni e gli anni che verranno.

“Una volta terminato il libro sull'educazione dei figli, invece, avevo l’impressione di aver dato il massimo. Non avrei cambiato una virgola. A quarant'anni non mi preoccupavo più delle mie potenzialità. Finalmente, davo il meglio di me stessa.”

C’è il marito, ci sono i figli, c’è soprattutto una donna con la sua indipendenza, con tutto ciò che le piace e che non le piace, con i momenti felici, quelli di incertezza, le malattie, la scrittura.

Una lettura piacevole, scorrevole, un inno alla femminilità, al non prendersi mai, o quasi, sul serio, al tenere conto della propria età ma con positività ed emozione.

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domenica 3 settembre 2017

“Dunkirk” di Christopher Nolan: in guerra tra terra, mare, cielo, sguardi ed eloquenti silenzi

“La paura è il destino che ti preme nelle budella.”
Un ticchettio di sottofondo incessante, le strade di Dunkirk, cittadina sul mare del nord della Francia, sono vuote, o così sembra. Poi gli spari a raffica e quel povero soldato solleva le mani gridando che è inglese. Passa perciò dal lato sicuro ed ecco la spiaggia, immensa, sulla sabbia migliaia e migliaia di soldati che attendono una nave che possa portarli via da quella che è diventata una vera e propria trappola. Ecco quindi aprirsi tre diversi scenari: il molo, il mare, il cielo. I diversi personaggi si muovono in questi tre luoghi e tra salti temporali discostanti e attacchi continui le vite di alcuni di loro si incontrano e scontrano imprevedibilmente.

“Dunkirk”, (Regno Unito, Stati Uniti d'America, Paesi Bassi, Francia, 2017, durata 106 min.) uscito nelle sale cinematografiche statunitensi il 21 luglio 2017 e il 31 agosto 2017 in Italia, è il nuovo acclamato film di Christopher Nolan. Da anni progettava di mettere in scena l’evacuazione di Dunkerque avvenuta nel 1940, in piena Seconda guerra mondiale. Il regista britannico ha abituato il pubblico a film spettacolari e non è stato da meno neppure stavolta.

“Dunkirk” è un film sulla guerra, su un episodio specifico, diverso dai precedenti visti fino ad ora. Quella che Nolan ci offre è una visione inedita, non per questo fedele ai fatti storici (numerose le polemiche al riguardo e le accuse secondo le quali il regista avrebbe manovrato la storia a favore dei britannici), in cui l’uomo con le sue paure è l’unico vero protagonista.

“Dunkirk” è un oscillare di navi, di corpi, di sguardi disorientati alla ricerca di una via di fuga da quella trappola che è la guerra e, talvolta, la vita stessa.

Le parole non servono di fronte a simili contesti, i dialoghi sono infatti ridotti al minimo, scarni, come l’animo dei protagonisti che vaga incerto. Mai in alcun momento lo spettatore si annoia, anzi, ogni scena aumenta l’ansia e le aspettative. 

L’arrivo poi di quel siluro, silenzioso come un serpente, devastante come una tempesta dopo la presunta quiete. E la spiaggia bianca che violata si riempie di spuma e diviene fanghiglia immonda.
Il nemico non si vede mai ma aleggia sui protagonisti lungo tutta la pellicola. Sappiamo trattarsi dei tedeschi ma non un volto né una bandiera ce li mostrano mai.

E poi quei subdoli flashback, la narrazione temporale non lineare (tratto caratteristico delle opere di Nolan) che a tratti potrebbero portare confusione ma che in realtà risultano più azzeccati che mai dato il disordine della guerra e la confusione delle persone. In questa maniera ha riunito coloro che amano ragionare guardando un film e coloro che amano i grandi effetti indipendentemente dal resto.

Il giovane Fionn Whitehead è il protagonista principale di “Dunkirk”, insieme a Aneurin Barnard,
quel soldato trovato sulla spiaggia, il personaggio più silenzioso e dallo sguardo più eloquente di tutti.
Come non ricordare poi un sublime Kenneth Branagh, non importa per quanto tempo lo si veda. Ritroviamo Cillian Murphy nei panni di un soldato sotto shock, Mark Rylance a rappresentare uno tra i tanti partiti dalle coste inglesi per salvare i connazionali e Tom Hardy protagonista, grazie ai soli occhi, tra i cieli francesi.

Parte del pubblico più giovane sarà stato attirato dalla presenza di Harry Styles (ex degli One Direction), il quale si difende bene ma le cui battute cadono talvolta (forse volontariamente?) nel ridicolo.

Un film che vale la pena di essere visto al cinema (e che sarà certamente tra i protagonisti della prossima edizione dell’Academy Award) e che colpisce ancora di più se ammirato in IMAX. 

La nuova tecnologia (e parlo nello specifico della nuova sala dell’UCI Cinemas di Orio, Bergamo) permette di vivere un’esperienza cinematografica senza pari, che va oltre il 3D. Lo schermo enorme (oltre 490 metri quadri), il sistema laser con doppio proiettore 4K e la tecnologia audio IMAX creano un coinvolgimento mai provato prima. 


Lo spettatore si ritrova sulla spiaggia di Dunkirk, la può quasi toccare, sente il vibrare delle poltrone ad ogni attacco, sobbalza ad ogni colpo di arma da fuoco e ciò che manca sono solamente gli spruzzi dell’acqua.

Last but not least la splendida colonna sonora dell’insuperabile Hans Zimmer. Senza di questa ogni scena perderebbe di significato e nulla sarebbe lo stesso, soprattutto in un film come questo in cui tutto si basa su suoni e sguardi.