venerdì 3 novembre 2017

"Un marito illuminato” di Ryūnosuke Akutagawa: l’arte, l’amore e l’incontro delle culture

Un marito illuminato, Ryūnosuke Akutagawa
“Fosse quel che fosse, non perciò riuscivo a vedere la loro vita insieme come illuminata da quel breve scambio, quasi si fosse trattato di un fulmine rivelatore. A pensarci ora, mi sento come se fossi stato presente al sipario che si stava aprendo sulla tragedia della vita di Miura. A quel tempo, comunque, si trattò solo di un’ombra leggera di ansia che momentaneamente velò il mio spirito; subito dopo tutto tornò normale, mentre io e lui iniziammo un allegro scambio di calici.”
Ci sono piccole case editrici che si occupano di grandi autori e pubblicano perle della letteratura mondiale. Una di queste è l’italiana, o meglio pistoiese, Via del Vento Edizioni, fondata nel 1991 da Fabrizio Zollo con l’intento di pubblicare testi inediti e rari di grandi letterati italiani e stranieri del Novecento. Da allora sono innumerevoli i testi pubblicati e le collane sono oggi ben quattro (due cessate di recente).

“Un marito illuminato” (maggio 2017, Collana «I quaderni di via del Vento», traduzione di Mami Tanaka e Francesco Cappellini), libretto di pregiata fattura, edito in sole duemila copie singolarmente numerate, è un racconto di Ryūnosuke Akutagawa (1892 – 1921), inedito in Italia.

Molti tra voi avranno sentito parlare di “Rashōmon” (reso noto dalla trasposizione cinematografica di successo di Akira Kurosawa del 1950) ma avete mai letto qualcosa di questo poliedrico autore giapponese che visse un’esistenza travagliata e la cui fine giunse troppo precocemente?

“Un marito illuminato” è un piccolo capolavoro per la maestria con la quale descrive il sentimento di straniamento imperante in quegli anni in cui l’Occidente, più o meno volontariamente, cominciava ad inserirsi nel mondo orientale. Un Occidente che attraeva ma che metteva anche a rischio la tradizione millenaria giapponese. Il tono non è però serio come si potrebbe pensare, l’ironia impera subdolamente, a partire dal titolo.
Ryūnosuke Akutagawa

E poi c’è l’arte, quella del periodo Edo di Hiroshige, di Utamaro e Hokusai, con i loro mondi fluttuanti (l’ukiyo-e) e i tratti così riconoscibili e fortemente radicati in quella cultura unica al mondo che ancora oggi è rimasta intatta, nonostante tutto.

“La baia di Tokyo incisa con onde spumeggianti; piroscafi con le bandiere al vento; stranieri, uomini e donne, camminavano per le strade; alberi di pino alla Hiroshige, i loro rami protesi verso edifici in stile occidentale…”

E infine l’amore, il vero protagonista del racconto, visto sotto diverse sfaccettature e messo a confronto con la tradizione nipponica, con quella francese e con la percezione, inaspettatamente molto attuale, che se ne aveva allora, con donne che, anche per via del passato dell’autore stesso, sono crudeli e avvolte da un’aura non certo positiva.

Un libretto prezioso, da conservare con cura, da leggere e rileggere e del quale godere pienamente grazie alla curatela di Francesco Cappellini. 

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mercoledì 1 novembre 2017

"Il pesce che scese dall'albero" di Francesco Riva: perché crescere felici e in autonomia è possibile nonostante la dislessia

Il pesce che scese dall'albero, Francesco Riva
“Credo infatti che ognuno di noi nasca per compiere una missione, una personalissima rivoluzione umana, e credo che ognuno venga al mondo con le capacità necessarie per poterla attuare e diventare quindi un esempio per gli altri. Grazie all’impegno costante nel coltivare le proprie passioni e credere nei propri sogni, con gli strumenti giusti si possono raggiungere risultati che nessuno si aspetterebbe. Nemmeno noi.”
Di recente avrete sentito parlare della settimana dedicata alla dislessia, o meglio ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). Se prima l’argomento era quasi tabù ora se ne comincia a parlare ovunque e sorgono anche i primi dubbi sui numeri che crescono di giorno in giorno. C’è chi si chiede se oggi tutti sono dislessici, se stiano nascendo speculazioni riguardo le certificazioni (i cui costi non sono per nulla bassi) e se chi opera nelle scuole (a partire dalla primaria) sia adeguatamente preparato a cogliere caratteristiche degli alunni che facciano presagire ad un disturbo dell’apprendimento e soprattutto ad utilizzare misure dispensative e strumenti compensativi che non penalizzino gli studenti.

Di storie ce ne sono tante e di recente mi sono ritrovata a leggere quella di Francesco Riva, autore de “Il pesce che scese dall'albero” (settembre, 2017) edito dalla Sperling & Kupfer, casa editrice che ultimamente ha pubblicato altri interessanti libri sull'argomento.

Francesco racconta il suo percorso dalle scuole elementari ad oggi. Comincia con le difficoltà nella lettura e nell'imparare le tabelline a memoria. Ecco quindi le classiche accuse, Francesco non ha voglia di studiare, è pigro, e finisce in fondo all'aula. Ma se fosse solamente dislessico? A pronunciare tali parole una maestra lungimirante che cambia la prospettiva di Francesco e dei suoi genitori. 

Francesco Riva
Sarebbe bello poter dire che da quel momento in poi fu tutta discesa ma senza dubbio ebbe inizio il cammino alla scoperta delle sue capacità e degli strumenti che gli sarebbero stati utili per compensare le sue difficoltà che altro non sono che una maniera differente di funzionamento del cervello e non una malattia come tanti forse credono. 

E in mezzo a tante battaglie Francesco diventa così bravo da entrare in un’accademia teatrale dove scopre che recitare è una passione un’occasione per sperimentarsi. Nasce così uno spettacolo teatrale, un monologo, che gira l’Italia e che racconta la sua storia di ‘dislessico felice’ come lui stesso ama definirsi.

“Il pesce che scese dall’albero” è la storia di riscatto di un bambino, ora divenuto uomo, che non si è mai lasciato trascinare dalla negatività o dagli ostacoli incontrati lungo la via. Sono passati tanti insegnanti e tanti pregiudizi, ci sono stati tentativi di sminuirlo affidandogli compiti differenti dai compagni, di farlo sentire ‘diverso’ nel senso più negativo del termine. Ma Francesco non è mai stato solo e in tanti, i genitori prima di tutto, l’hanno aiutato a comprendere e a trovare gli strumenti più adatti a lui.

“Insomma, stavo applicando lo strumento compensative delle mappe concettuali mentali: visualizzavo eventi e concetti in forma di immagini e sensazioni, così da creare un piccolo schema logico su cui basare il discorso senza perdermi in arzigogoli."

I disagi a scuola prima o dopo li vivono tutti e spesso gli insegnanti contribuiscono a diffondere un’aura negativa. Francesco espone, con anche esempi pratici, le sue difficoltà e immedesimarsi nella sua storia risulta molto semplice. Al tempo stesso mostra i suoi punti di forza e tutti quegli aspetti che hanno fatto sì che riuscisse ad esprimersi al massimo nonostante tutto.


Francesco è sceso da quell'albero ed è salito su un altro ancora più alto sul quale solo lui è in grado di arrampicarsi. E chissà che le sue parole non possano essere di conforto per chi ha vissuto una storia simile alla sua o per chi solo ora per la prima volta scopre i disturbi specifici dell’apprendimento e ha voglia di capire e saperne di più. 

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domenica 29 ottobre 2017

“Il cacciatore di sogni” di Sara Rattaro: quando storia e narrazione si intrecciano magicamente

Il cacciatore di sogni, Sara Rattaro
“E così, mentre mio fratello e decine di altri passeggeri cercavano di ottenere l’autografo di Diego Armando Maradona, mia madre sfogliava una rivista di viaggi e l’aereo conquistava il cielo, io ho ascoltato la parte più emozionante della storia più bella del mondo, la storia di Albert Sabin, l’uomo che salvò il mondo.”
Esiste una serie di libri che narrano storie di persone divenute famose per diverse ragioni: si può trattare di un personaggio storico, di uno scrittore, di uno scienziato, di un calciatore o altro. Non parlo di semplici biografie ma di libri scritti per bambini o ragazzi, dal linguaggio discorsivo e l’atmosfera sognante. I libri scolastici, a volte noiosi,  possono essere messi da parte e tutti possono scoprire grandi storie con leggerezza. 

Sara Rattaro si è cimentata stavolta con un genere differente dal solito e ha raccontato una storia bellissima, anzi due: quella di Luca, un bambino che sogna di fare il pianista, e quella di Albert Sabin, medico che ha salvato il mondo da quella terribile malattia che era la poliomielite. 

Luca si trova in Spagna con la madre e il fratello e si è rotto una mano. A causa di questo piccolo incidente sono costretti a posticipare il volo del ritorno ed è su quell'aereo che li riporterà in Italia che avvengono due incredibili incontri: uno è quello con Diego Armando Maradona, idolo del fratello, l’altro quello con Bruce, un signore discreto e somigliante a Babbo Natale che racconta a Luca un’incredibile storia, quella di Albert Sabin, lo scienziato che salvò letteralmente il mondo.

Ancora una volta la scrittrice genovese (che con "Splendi più che puoi", Garzanti 2016, si è aggiudicata il Premio Rapallo Carige per la donna scrittrice e che più di recente ha travolto i lettori con L’amore addosso, Sperling & Kupfer 2017) ha utilizzato la sua penna per regalare emozioni stavolta con un libro per ragazzi con bellissime illustrazioni in apertura di ogni capitolo.
 
Sara Rattaro ©Rebecca Mais
“Il cacciatore di sogni” (Mondadori, ottobre 2017) è proprio questo, un insieme di emozioni che scaturiscono dall'incredibile racconto di un uomo che dedicò la sua vita a salvare bambini

E Luca è uno di quei bambini, pieno di sogni che rischiano di frantumarsi prima ancora che questi vengano espressi.

“Il cacciatore di sogni” mostra l’umiltà dei grandi, quelli con la g maiuscola, insegna l’importanza dei sogni ad ogni età, aiuta a riflettere su ciò che oggi diamo per scontato, come i vaccini

Immagino che quest’ultimo non fosse l’intento dell’autrice, ma come non pensare a tutti coloro che di recente si sono rifiutati di vaccinare i propri figli rivendicando la libertà di scelta nelle cure mediche pur consapevoli (oppure no?) delle migliaia di bambini morti a causa di un vaccino che non esisteva?

“Ho appoggiato la testa al finestrino. Non riuscivo a staccare gli occhi della bocca di quell’uomo. Ogni parola, ogni gesto sembravano magici. Ho pensato che non mi sarei alzato da lì nemmeno se in
Albert Sabin
quel momento, seduto nelle prime file, ci fosse stato il mitico Amadeus Mozart. Sarei rimasto lì con Albert e Bruce.”

“Il cacciatore di sogni” è una storia da leggere con occhi di bambino curioso, ma attenzione: una volta superata la prima pagina vi sarà difficile staccarvi prima della fine.

Il desiderio di scoprire cosa accadrà a Luca e chi era questo Sabin che affrontò guerre e tutti coloro che non gli diedero fiducia vi spingerà a leggere questo libro tutto d’un fiato. 

E al termine rimarrete sorpresi, la commozione avrà il sopravvento e ripenserete alle imprese dei grandi della storia, quelli grazie ai quali siamo qui oggi, perché hanno sognato senza smettere mai di farlo.   


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mercoledì 25 ottobre 2017

"Le tre del mattino" di Gianrico Carofiglio: quando padri e figli si ritrovano inaspettatamente

Le tre del mattino, Gianrico Carofiglio
“Quando finì, inseguendo il senso di ciò che aveva suonato in due scale conclusive e malinconiche, scoppiò in un applauso pieno di simpatia. E anch'io applaudii e continuai a farlo finché non fui sicuro che mi avesse visto, perché cominciavo a capire che esistono gli equivoci e non volevo che ce ne fossero in quel momento.”
Primi anni Ottanta. Antonio è un ragazzo al termine del liceo che a causa di un enigmatico problema di salute si ritrova a Marsiglia per sottoporsi ad una visita da uno specialista del posto. Ad accompagnarlo il padre, un uomo con una brillante carriera da matematico che fatica però ad esprimersi con il figlio. Quest'ultimo nutre un profondo rancore nei suoi confronti, in particolare per aver lasciato lui e la madre soli da ormai tanti anni. Marsiglia per Antonio non è altro che una città pericolosa, con nulla di interessante, pur non essendoci mai stato, ma si rivelerà ben diversa da come pensava e soprattutto sarà qui che padre e figlio troveranno finalmente un punto di contatto e l’occasione per conoscersi per la prima volta.

“Le tre del mattino” (Einaudi, ottobre 2017) è l’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, scrittore pugliese noto soprattutto per i suoi thriller legali che di tanto in tanto ci delizia con romanzi che potrebbero essere definiti di formazione, come in questo caso.

Si tratta di una storia che si fa leggere con molta semplicità ma per nulla banale. Al centro l’esplorazione del mondo di due uomini, uno il giovane Antonio, l’altro l’ormai adulto padre. Il primo alle prese con le decisioni sul futuro e la visione di una vita ancora così poco definita, il secondo ancora attaccato ad una donna, la madre di suo figlio, elemento imprescindibile della sua esistenza nonostante la separazione.

E poi c’è quell'occasione, quel periodo sospeso dall'essenza delle storie lascive francesi, una sorta di limbo in cui tutto potrebbe accadere e all'interno del quale i due riescono finalmente a parlare; tutti i
Gianrico Carofiglio
pregiudizi reciproci svaniscono e si accorgono anzi di avere in comune molto più di quanto avrebbero mai immaginato. E il tempo assume un nuovo valore, si dilata, con la consapevolezza che tutto dipende da questo.

“L’essenziale, spiegò come se ci stesse impartendo una lezione (e in realtà era proprio così), era non lavorare più di quanto fosse necessario, magari solo mettendo da parte un minimo di riserva per le emergenze.”

In qualche modo mi ha fatto pensare al romanzo di Marco Missiroli “Atti osceni in luogo privato” (Feltrinelli, 2015), forse perché il protagonista è maschile, forse perché si parla di altri libri, forse per l’atmosfera che si respira, sebbene si tratti di storie differenti.

Le tre del mattino” è ricco di immagini piacevoli, di frasi belle che ispirano nuove riflessioni. È un viaggio nel mondo maschile, sempre troppo poco sondato nel mondo della letteratura in generale, ed è infine la scoperta di una Marsiglia affascinante, inedita ai più e fuori dal tempo.

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domenica 22 ottobre 2017

IT di Andrés Muschietti: il clown ritorna in vita dopo 27 anni con tanto sangue ma lascia a casa la sua magia

“Stanno stretti sotto i letti, sette spettri a denti stretti.”
Fine anni Ottanta. Siamo a Derry, cittadina americana nello Stato del Maine, in una piovosa e scura giornata. Bill Denbrough costruisce una barchetta di carta per il fratellino Georgie il quale, felice, va in strada per farla navigare spinta dalla pioggia. Fino a quando la barca non finisce in un tombino e nel momento in cui il piccolo si abbassa per vedere se riesce a recuperarla intravede qualcuno, un clown che si presenta come Pennywise, il clown ballerino. È un attimo, il clown gli strappa via un braccio con i denti e lo porta con sé nelle fogne.

Mesi dopo Bill e gli amici Richie Tozier, Eddie Kaspbrak e Stanley Uris si ritrovano dopo l’ultima giornata di scuola e si scontrano con il bullo Henry Bowers e scagnozzi. Ma ci sono anche Beverly Marsh, Ben Hanscom e Mike Hanlon: la prima viene picchiata dal padre, il secondo, obeso, è innamorato di lei, mentre Mike, ragazzo di colore rimasto orfano, lavora nell'azienda di famiglia.
I Perdenti

Tutti loro vedono IT in diverse forme, corrispondenti alle loro più recondite paure, e saranno queste esperienze, oltre alla scomparsa di Georgie, a portare gli amici ad allearsi per sconfiggere l’inquietante clown.

Tra i film più attesi dell’autunno “IT” (USA, 2017, regia di Andrés Muschietti) è già diventato l’horror più visto di sempre negli Stati Uniti d’America e finalmente è uscito, il 19 ottobre, anche nelle sale cinematografiche italiane. Come la maggior parte di voi sapranno “IT” è tratto (piuttosto liberamente direi) dal romanzo del 1986 di Stephen King.

Nel 1990 divenne famosa la miniserie televisiva in due puntate (regia di Tommy Lee Wallace) diventata cult e causa di incubi di milioni di bambini.

Ma possiamo affermare che il film di Muschietti sia rimasto fedele a King? E a quanti è importato questo aspetto? Va subito detto che andrebbero scritte due diverse recensioni, una per chi ha letto il libro (in Italia edito dalla Sperling & Kupfer), una per chi non l’ha letto e non gliene importa nulla.

Per i secondi, probabilmente la gran parte e di età compresa tra i 15 e i 25 anni, si sarà trattato di un film horror con scene sanguinolente e colpi di scena che li ha fatti saltare due o tre volte dalla poltrona. Saranno usciti dalla sala piuttosto soddisfatti ricordando i denti affilati del clown, i bulli che non l’hanno avuta vinta e le battute a sfondo sessuale.

Pennywise
I primi invece si saranno sì accorti dei colpi di scena ma la delusione avrà lasciato la sala con loro. Con questo non voglio dire che si tratti di un film che non merita di essere visto, anzi, ma perché non dedicare maggiore tempo alle scene dei sette amici insieme? Dov'è finita l’atmosfera alla “Stand by me” che si respira nel libro?

Alcune parti sono identiche al romanzo e la scena iniziale con Georgie protagonista è davvero forte e ben fatta. Così come la casa di Neibolt Street è veramente bella, (da fuori) ed esattamente come la si immagina durante la lettura.

Anche gli attori scelti per interpretare i sette amici sono perfetti (Jaeden Lieberher è Bill, Wyatt Oleff è Stan, Jeremy Ray è Ben, Sophia Lillis è Beverly, Finn Wolfhard è Richie, già visto tra i protagonisti di “Stranger Things”, Jack Dylan Grazer è Eddie, Chosen Jacobs è Mike), solo Beverly è forse già un po’ troppo grande. Anche Nicholas Hamilton ha proprio la faccia del pazzo Henry Bowers.

Certamente non era possibile trasporre un romanzo di milletrecento pagine così ricche di dettagli in poco più di due ore di film ma perché modificare inutilmente alcune caratteristiche importanti e rendere tutto troppo frettoloso? Passi il cambio di ambientazione (dagli anni Cinquanta agli Ottanta) ma, per esempio, Mike Hanlon risultava più interessante da orfano e con l’immagine di un nero scampato alla schiavitù? E il lebbroso che sembra uno zombie (finto)?

Neibolt Street
Per non parlare del quadro di Stan (inesistente nel romanzo) che appare come un mix tra una donna di Modigliani e Marilyn Manson!

E la diga, la fionda di precisione, la mitica Silver (che si vede a malapena) e la prova del fumo dove sono finite?

Le scelte di Muschietti sono state senza dubbio dettate dalla scelta di arrivare al più vasto pubblico possibile e concentrarsi sull’horror puro (che poteva però risultare migliore); ma così si ha l’impressione che IT (interpretato dallo svedese Bill Skarsgård) sia il protagonista e il bellissimo rapporto tra i ragazzi va scemando, così con quel sentimento ancestrale ed etereo che avvolge l’intera storia originale.

Ora non resta che attendere la seconda parte (in tanti, da quanto si può leggere, sul web, ignorano completamente l’esistenza di un sequel) che pare uscirà nelle sale nel mese di settembre 2019 e vedremo se il regista argentino sarà in grado di colmare alcuni di questi vuoti.



lunedì 2 ottobre 2017

“eSTREmo inGAnno” di Cristina Vichi: amori e vendette tra streghe bruciate vive e antiche leggende

Estremo inganno, Cristina Vichi
“Si dimenava osservando la paglia ardere sotto i suoi piedi scalzi, si divincolava come un serpente per sfuggire al fuoco. Non voleva che le fiamme si impossessassero di lei, Quello strattonare violento le lacerò la pelle delle caviglie e dei polsi. L’ispida corda si tinse di rosso. Le fiamme danzavano intorno alla giovane e si allungavano per afferrarle i calcagni. Ardevano dal desiderio di abbracciarla e diventare un tutt'uno con lei.”
Era il 1717 quando la povera Katherine venne accusata di stregoneria e bruciata viva sul rogo. Nulla poté far cambiare idea a quei bifolchi per i quali fu sufficiente vedere i capelli rossi, gli occhi azzurri, quel neo vicino all'occhio sinistro e la sua conoscenza delle erbe per decretare la sentenza definitiva. Alcuni millenni dopo, nel 2017, una ragazza di nome Kassy, vive nella stessa cittadina della disgraziata, oggi chiamata, in suo onore, Katherines’ City

Kassy ha diversi tratti in comune con la ragazza del Millesettecento, il colore dei capelli e degli occhi ed è nata lo stesso giorno e quando con la scuola, in occasione dell’anniversario della morte di Katherine, vanno a visitare il castello in cui visse, accade una cosa strana. Kassy sviene e poco dopo si ritrova nei panni di Katherine, nel 1717. Ben presto scoprirà che non si tratta di un caso ma di un piano escogitato dalla stessa Katherine e che tornare indietro potrebbe non essere possibile.


“eSTREmo inGAnno” (autopubblicazione, ottobre 2017) è il nuovo romanzo di Cristina Vichi che questa volta si è cimentata con una 
storia ambientata nel passato, in un periodo storico, il Millesettecento, in cui l’inquisizione era ben radicata in alcuni stati europei e che vedeva operare in America i puritani, particolarmente dediti alla caccia alle cosiddette streghe.

Il genere spazia tra il Paranormal e il Dark Fantasy e il connubio tra i due è molto piacevole e rende la storia e la lettura tutt'altro che pesanti.

La storia è fantastica ma non dispiace il fatto che vi siano elementi storici e che paesaggi e luoghi rievochino atmosfere magiche e d’altri tempi. Lo stesso castello e le stradine del villaggio nel quale si svolgono gran parte delle vicende sono davvero affascinanti e realistici. 

Un libro da leggere tutto d’un fiato, per sognare e sobbalzare ad ogni inaspettato colpo di scena.

Titolo: eSTREmo inGAnno
Autore: Cristina Vichi
Genere: Dark Fantasy, Paranormal.
Editore: Selfpublishing
Pagine: 162
Prezzo Ebook: € 2,99 (aderisce al Kindle Unlimited)
Prezzo Cartaceo: € 8,00
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Biografia di Cristina Vichi:

Cristina Vichi
Cristina Vichi vive a Riccione, insieme al marito e tre figli. Ha sempre amato molto inventare storie, ma dopo la stesura del primo romanzo la scrittura diventa una passione vera e propria. L’incontro con la Editor Emanuela Navone è illuminante, perché le permette di sperimentare l’universo della scrittura con maggior consapevolezza e nuovi stimoli.

Quando si conclude un romanzo non conta solo il risultato in sé, ma soprattutto il percorso che l’autore ha compiuto per arrivare a mettere la parola fine alla sua opera.

Di seguito le sue opere:
“Celeste: L’Ardore di una Donna” (Seconda edizione: 24/07/2016). Romance/Avventura autoconclusivo e prequel di “Celeste: La Forza di una Regina”.
“Destini Ingannati” (Seconda edizione: 06/01/2017). Romance/Mistery autoconclusivo.
“Celeste: La Forza di una Regina” (10/08/2016). Romance/Avventura autoconclusivo e sequel di “Celeste: L’Ardore di una Donna”.
“E se poi te ne penti?!” (01/12/2016). Romance/Humor, autoconclusivo.
“Tander:Dentro di noi l’energia dei Fulmini” (20/05/2017). Urban/Fantasy autoconclusivo.


Blog autrice: Cristina Vichi Autrice



martedì 19 settembre 2017

“L’ignoto ignoto. Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi” di Mark Forsyth”: la gioia di perdersi fra i libri

L'ignoto ignoto, Mark Forsyth
“Leggere una frase aprendo a caso un libro produce sempre una strana sensazione, e sembra quasi che debba significare qualcosa. È una cosa irrazionale, naturalmente, ma gli esseri umani sono irrazionali. Anche la persona più salda e pragmatica sbiancherebbe nel leggere in un libro aperto a casaccio una frase come PREPARATI ALL'INCONTRO CON LA TUA MORTE.”
Sono solamente 20 pagine e sono state scritte dal giornalista e blogger Mark Forsyth per l'Independent Booksellers Week ma è un piccolo gioiello per gli amanti dei libri. Un pamphlet che va dalla letteratura alla filosofia, dalla passione per i libri a quella per l’ignoto.

Sì, perché se ci pensate oggi abbiamo tutto a portate di mano, o di mouse se siete davanti allo schermo di un computer o di un qualsiasi altro dispositivo elettronico. 

È sufficiente entrare in una delle tante librerie virtuali, dare un’occhiata tra i titoli in vetrina, cliccarci sopra e il libro ci verrà recapitato direttamente a casa o sul lettore di ebooks da noi indicato. 

Certo, non c’è nulla di negativo in questo, è una delle comodità dei nostri tempi ma dov’è finita la possibilità di curiosare in una libreria e imbatterci in ciò che Forsyth definisce ‘the unknown unknown”, ossia ‘l’ignoto ignoto’?

È un concetto un po’ arzigogolato in effetti, ma gira tutto intorno all’idea di imbattersi in ciò che non si conosceva e che non si era neppure cercato.

“E se non lo avessi trovato lì, abbandonato sulla panca, non avrei mai saputo come trovarlo.”
Mark Forsyth

Come fate a sapere per esempio che il libro più bello della vostra vita non sia proprio quello mai letto e del quale non ipotizzate neppure l’esistenza? 

Forsyth si rifà in parte della celebre frase di Socrate “Io so di non sapere”, ma in questo caso noi non sappiamo di non sapere!

L’ignoto ignoto. Le librerie e il piace di non trovare quello che cercavi” (Laterza, 2017, traduzione di Giuseppe Laterza) non deve mancare nelle librerie di chi i libri li ama davvero e di chi ama anche l’ironia che aleggia in queste pagine di Forsyth.

E dopo averle lette perché non abbandonarle in un luogo pubblico così da regalare a qualcuno il brivido dell’ignoto ignoto?

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domenica 3 settembre 2017

“Dunkirk” di Christopher Nolan: in guerra tra terra, mare, cielo, sguardi ed eloquenti silenzi

“La paura è il destino che ti preme nelle budella.”
Un ticchettio di sottofondo incessante, le strade di Dunkirk, cittadina sul mare del nord della Francia, sono vuote, o così sembra. Poi gli spari a raffica e quel povero soldato solleva le mani gridando che è inglese. Passa perciò dal lato sicuro ed ecco la spiaggia, immensa, sulla sabbia migliaia e migliaia di soldati che attendono una nave che possa portarli via da quella che è diventata una vera e propria trappola. Ecco quindi aprirsi tre diversi scenari: il molo, il mare, il cielo. I diversi personaggi si muovono in questi tre luoghi e tra salti temporali discostanti e attacchi continui le vite di alcuni di loro si incontrano e scontrano imprevedibilmente.

“Dunkirk”, (Regno Unito, Stati Uniti d'America, Paesi Bassi, Francia, 2017, durata 106 min.) uscito nelle sale cinematografiche statunitensi il 21 luglio 2017 e il 31 agosto 2017 in Italia, è il nuovo acclamato film di Christopher Nolan. Da anni progettava di mettere in scena l’evacuazione di Dunkerque avvenuta nel 1940, in piena Seconda guerra mondiale. Il regista britannico ha abituato il pubblico a film spettacolari e non è stato da meno neppure stavolta.

“Dunkirk” è un film sulla guerra, su un episodio specifico, diverso dai precedenti visti fino ad ora. Quella che Nolan ci offre è una visione inedita, non per questo fedele ai fatti storici (numerose le polemiche al riguardo e le accuse secondo le quali il regista avrebbe manovrato la storia a favore dei britannici), in cui l’uomo con le sue paure è l’unico vero protagonista.

“Dunkirk” è un oscillare di navi, di corpi, di sguardi disorientati alla ricerca di una via di fuga da quella trappola che è la guerra e, talvolta, la vita stessa.

Le parole non servono di fronte a simili contesti, i dialoghi sono infatti ridotti al minimo, scarni, come l’animo dei protagonisti che vaga incerto. Mai in alcun momento lo spettatore si annoia, anzi, ogni scena aumenta l’ansia e le aspettative. 

L’arrivo poi di quel siluro, silenzioso come un serpente, devastante come una tempesta dopo la presunta quiete. E la spiaggia bianca che violata si riempie di spuma e diviene fanghiglia immonda.
Il nemico non si vede mai ma aleggia sui protagonisti lungo tutta la pellicola. Sappiamo trattarsi dei tedeschi ma non un volto né una bandiera ce li mostrano mai.

E poi quei subdoli flashback, la narrazione temporale non lineare (tratto caratteristico delle opere di Nolan) che a tratti potrebbero portare confusione ma che in realtà risultano più azzeccati che mai dato il disordine della guerra e la confusione delle persone. In questa maniera ha riunito coloro che amano ragionare guardando un film e coloro che amano i grandi effetti indipendentemente dal resto.

Il giovane Fionn Whitehead è il protagonista principale di “Dunkirk”, insieme a Aneurin Barnard,
quel soldato trovato sulla spiaggia, il personaggio più silenzioso e dallo sguardo più eloquente di tutti.
Come non ricordare poi un sublime Kenneth Branagh, non importa per quanto tempo lo si veda. Ritroviamo Cillian Murphy nei panni di un soldato sotto shock, Mark Rylance a rappresentare uno tra i tanti partiti dalle coste inglesi per salvare i connazionali e Tom Hardy protagonista, grazie ai soli occhi, tra i cieli francesi.

Parte del pubblico più giovane sarà stato attirato dalla presenza di Harry Styles (ex degli One Direction), il quale si difende bene ma le cui battute cadono talvolta (forse volontariamente?) nel ridicolo.

Un film che vale la pena di essere visto al cinema (e che sarà certamente tra i protagonisti della prossima edizione dell’Academy Award) e che colpisce ancora di più se ammirato in IMAX

La nuova tecnologia (e parlo nello specifico della nuova sala dell’UCI Cinemas di Orio, Bergamo) permette di vivere un’esperienza cinematografica senza pari, che va oltre il 3D. Lo schermo enorme (oltre 490 metri quadri), il sistema laser con doppio proiettore 4K e la tecnologia audio IMAX creano un coinvolgimento mai provato prima. 


Lo spettatore si ritrova sulla spiaggia di Dunkirk, la può quasi toccare, sente il vibrare delle poltrone ad ogni attacco, sobbalza ad ogni colpo di arma da fuoco e ciò che manca sono solamente gli spruzzi dell’acqua.

Last but not least la splendida colonna sonora dell’insuperabile Hans Zimmer. Senza di questa ogni scena perderebbe di significato e nulla sarebbe lo stesso, soprattutto in un film come questo in cui tutto si basa su suoni e sguardi. 




venerdì 4 agosto 2017

"Terre promesse" di Milena Agus: l’estenuante ricerca di utopiche illusioni pregne di amore


Terre promesse, Milena Agus
“Dopo la festa, quasi tutto il paese andò dietro agli sposi fino alla stazione. Ma quando il treno si mosse, Ester non si affacciò al finestrino per salutare quelli che erano stati tutta la sua vita fino ad allora, e quando la nave salpò da Porto Torres, non guardò la sua isola scomparire nell’acqua, né vide gli uccelli migratori volare verso la loro terra promessa, in senso contrario, a sud.”

Milena Agus è una di quelle scrittrici italiane che colpiscono qualunque cosa scrivano. Ha uno stile tutto suo, inconfondibile; le sue storie ammaliano e lasciano dentro una strana sensazione, una via di mezzo tra tristezza, malinconia e amorosa speranza.

Non potevo perciò che leggere anche l’ultimo romanzo, “Terre promesse” (Nottetempo, maggio 2017) ed innamorarmi ancora una volta degli strambi, ma sempre profondamente reali, protagonisti.

Tutto ha inizio con Ester, giovane ragazza di un paese della provincia di Cagliari, fidanzata di Raffaele, finito in un lager per non dover combattere dalla parte di Hitler e tornato a casa dopo alcuni anni salvo ma gonfio e irriconoscibile. Ormai però il matrimonio non si poteva annullare e dopotutto Ester voleva solo lasciare la Sardegna quindi quale migliore occasione? Ester e Raffaele cominciano così la loro vita insieme a Genova, con il mare, le navi nel porto e il vento che soffia costante che affascinano lui ma con un amore ormai scomparso. Ma poi il lavoro viene a mancare e sono costretti a trasferirsi a Milano ma nemmeno lì lei è contenta. Le porta un po’ di serenità la nascita di Felicita ma la terra promessa forse si trova all’inizio del suo viaggio e tornare in Sardegna sarà davvero la scelta più giusta?

Milena Agus
“Il peggio della sua vita era passato. In Continente, Raffaele sarebbe tornato a essere il ragazzo prima della guerra. A lei sarebbero spariti il mal di testa e l’insonnia. Finalmente avrebbe abitato in una casa sana, luminosa, con una finestra in ogni stanza, e in inverno sarebbe andata al gabinetto senza doversi mettere il cappotto per attraversare il cortile.”

“Terre promesse” racconta la storia di tre generazioni, quelle della madre, della figlia e del nipote poi. Le donne sono ancora una volta protagoniste e lo sono fino in fondo, al di là di ogni desiderio, di ogni difficoltà. Donne che colgono ogni minima sfumatura della vita, che compiono scelte sbagliate ma che sanno andare avanti e trovare la forza che permette loro di non arrendersi e cogliere quanto di positivo può scaturire da ogni cosa.
Non a caso Ester e Felicita creano oggetti riciclando ciò che gli altri considerano rifiuti.

E poi c’è Cagliari, quella meno nota ma senza dubbio la più affascinante, con i quartieri nascosti e le viuzze strette, la Marina in particolare, con le sue case alte abitate da persone provenienti da ogni parte del mondo che sanno accontentarsi di un piccolo angolo con vista sul mare, con quella musica jazz trasmessa da nonno a nipote a fare da colonna sonora.

“Terre promesse” è un viaggio nel tempo alla ricerca di un qualcosa che chissà se esiste realmente. Tutti noi siamo alla ricerca continua di una terra promessa ma ne vale davvero la pena? Ai lettori l’ardua sentenza!

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domenica 30 luglio 2017

“Per altre vite” di Paolo Pajer: in uscita ad ottobre il nuovo intrigante romanzo che mostra lavoro, dinamiche e sentimenti degli assistenti sociali

Per altre vite, Paolo Pajer
“Nel disegno si vedevano nuvole grigie e grosse gocce nere di pioggia che cadevano su una bambina piccina, molto più piccina di tutto ciò che la circondava. Non c’erano altre figure, né case o alberi, ma solo montagne lontane e una linea verde che fungeva da confine fra terra e cielo. Marco lo guardò e, dopo alcuni istanti, rammentò di chi fosse. Girò il foglio e vide scritto, con delle maiuscole molto grandi e traballanti: ALI.”
Marco Andrade si reca ogni mattina sul posto di lavoro, spesso ignaro di chi si troverà davanti. Marco è un assistente sociale, ha così a che fare con un’utenza variegata, dall’anziano rimasto solo al giovane disoccupato alla ricerca di finanze per non far morire di fame la propria famiglia. 

Le questioni da risolvere sono sempre tante ma una mattina si presenta Vittorio Rossigni, un quarantaquattrenne disoccupato, in cerca di aiuto, accompagnato dalla figlia Alice, una bambina di cinque anni dallo sguardo dolce ma dall’atteggiamento sospetto. 

I dubbi permangono quando Andrade nota il disegno lasciato in ufficio dalla piccola visitatrice: c’è qualcosa di inquietante in quelle immagini e gli pare di cogliere un messaggio, non certo positivo, rivolto proprio a lui. Da assistente sociale si tramuterà in investigatore e farà di tutto per scoprire la verità.

Paolo Pajer è tornato e dopo aver amato il suo “Il punto estremo” (Erga Edizioni, 2012) e le due successive raccolte di racconti (“Tre racconti per cominciare” e “Elementi”, Youcanprint 2014) non vedevo l’ora di leggere qualcosa di nuovo che gli appartenesse e sono state sufficienti poche pagine per ritrovarlo e riconoscerlo immediatamente.

“Per altre vite”, il nuovo romanzo di Paolo Pajer, verrà pubblicato nel mese di ottobre 2017 dalla casa editrice Il Ciliegio che ringrazio (unitamente all’autore) per questa graditissima anteprima.
Paolo Pajer

Il volume, di quasi 300 pagine, si apre con una significativa prefazione del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali: subito comprendiamo quanto questa storia possa essere importante dal punto di vista di un mestiere non certo semplice e forse troppo spesso contestato. 

Paolo Pajer contribuisce, da questo punto di vista, al far conoscere un lavoro complesso ricco di dinamiche, di situazioni tra le più disparate, mostra la flessibilità di coloro i quali svolgono tale attività con passione sempre rinnovata, nonostante le difficoltà nel relazionarsi con gli altri e con la parte più burocratica di tutto questo.

Marco Andrade è un uomo con aspirazioni e sentimenti profondi, lo capiamo dalle sue riflessioni, dalle reazioni che scaturiscono di fronte a determinate situazioni, come nel caso della piccola Alice o nel rinnovato incontro con la sorella Selene, quest’ultima con una storia altrettanto affascinante e misteriosa e differente da tutte le altre; o ancora alle prese con un amore da troppo tempo desiderato ma mai realizzato.

“L’aveva sognato quella notte, l’aveva forse invocato in silenzio nei giorni precedenti, come faceva da bambina.”

Certamente stiamo parlando di un romanzo, fatti e persone non sono perciò reali ma senza dubbio realistici.

“Per altre vite” è l’impegno che gli assistenti sociali, ma al tempo stesso di ognuno di noi, dedicano agli altri. Si parte da un’esigenza lavorativa che sfocia poi in una più personale che spinge a volersi dedicare agli altri in ogni modo possibile, a volte fino alla trasgressione delle regole.

“Per altre vite” è anche un giallo, i misteri non mancano di certo; coinvolge il lettore avviluppandolo tra le pagine in maniera irreversibile. Si fa divorare, e divora, a metà strada tra cielo e terra, tra realtà e finzione, tra gioia per la vita e amarezza nei confronti di tutto ciò che di negativo ci si ritrova quotidianamente a combattere.


Perciò abbiate ancora un po’ di pazienza e ad ottobre non perdetevi l’uscita di “Per altre vite” che, sono certa, non vi deluderà. 

E nel frattempo potete scaricare e leggere gratuitamente su Kindle l'e-book "Elementi" che trovate al seguente link.


Edizioni Il Ciliegio qui

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