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martedì 1 marzo 2022

“Game Day” di Federica Tronconi: quando amore e passione per il basket si incontrano e scontrano


“Game day. Il giorno della partita. È il momento più adrenalinico di tutta la nostra settimana da atleti. Le emozioni salgono, si incrociano, a volte sono insostenibili, a volte riusciamo a dominarle, altre no. Le aspettative sono alte, le pressioni alle stelle. In un giorno ti puoi giocare una stagione intera o, come nel mio caso, una carriera.”

Andrea Castaldi è il cestista italiano dell’anno, tutti lo osservano ed ammirano e lui si crogiola in quest’atmosfera così propizia per la sua carriera sportiva.

Poi un giorno arriva quella nuova giornalista, Stefania, probabilmente una delle solite che di sport non ne capisce niente. È grande la sorpresa quando lui si rende conto che le cose non sono esattamente come pensava e lo stesso capita a lei, che in quell’Andrea vedeva solamente un presuntuoso giovane uomo circondato da donne da usare a suo piacimento.

Nella realtà i due sono molto più simili di quanto potrebbero immaginare e chissà che con il tempo Stefania non impari a lasciarsi andare e a godersi un amore meritato e conquistato a fatica.

“Game Day” (O.D.E. Edizioni, settembre 2021) è il romanzo d’esordio della scrittrice lombarda Federica Tronconi, un esperimento, quello di rendere protagonista il basket, ben riuscito.

Ci sono le regole di questo sport che appassiona milioni di persone nel mondo, ci sono le partite insieme alla tensione, alla competizione e all’eccitazione di quei momenti importanti.

E poi ci sono Andrea e Stefania con i loro caratteri forti, i loro volti di facciata e le incertezze della loro età frutto delle esperienze passate troppo spesso negative.

Sport e amore si incontrano, mostrano le loro forze e debolezze, l’importanza dell’unione e della collaborazione.

Federica Tronconi
E la Firenze che li ospita è più bella che mai, con i suoi angoli nascosti e le vedute mozzafiato.   

“Firenze riesce a placare ogni sofferenza tanta è la bellezza che regala: basta muovermi un secondo e perdersi negli scorci di ogni angolo. Una continua scoperta, se ti lasci sorprendere.”

“Game Day” si fa amare da chi il basket lo ama ma non solo, piace a tutti per come è scritto, per l’amore che trasmette, per l’essere scorrevole, per la capacità di far immedesimare le lettrici e i lettori nei due protagonisti che altro non sono che due persone come noi, con le loro debolezze e il desiderio di una vita serena e felice.

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lunedì 18 ottobre 2021

“Vita nostra” di Marina & Sergej Djačenko: vita, morte, amore, amicizia, amore, magia, paura nell’Istituto russo di Tecniche speciali

Vita nostra, Marina & Sergej Djačenko

“E se avesse urlato? Invocato aiuto? Nessuno avrebbe capito. Nessuno avrebbe capito. Nessuno avrebbe colto la ragione del terrore che Saška provava di fronte a quell’uomo tutto sommato ordinario. Sì, il volto pallido, gli occhiali scuri… Ma cosa le accadeva davvero quando lui la guardava in quel modo da dietro le lenti impenetrabili?”

Scrivere una sinossi e parlare di questo romanzo non è così semplice, un po’ per la complessità dello stesso, un po’ per la paura di spoilerare a svantaggio di chi non lo ha ancora letto.

Ma comincio col dirvi che si tratta di qualcosa di molto particolare e probabilmente non avete mai letto niente di simile prima d’ora.

Tutto comincia con Saška, una giovane ragazza che, durante le vacanze estive al mare con la madre, viene avvicinata da uno strano uomo con gli occhiali da sole che la obbliga ad eseguire dei compiti davvero singolari, come svegliarsi ogni mattina alle quattro e nuotare nuda dalla riva ad una boa e viceversa. 

Dopo ogni prova vomita monete.  Una volta tornata a casa le prove aumentano, così come le monete. Sempre spinta dalla paura l’anno successivo, terminate le scuole superiori, viene obbligata a trasferirsi in un piccolo paesino della Russia per frequentare l’Istituto di Tecniche speciali. Cosa si studi non è chiaro, così come poco comprensibili sono le materie e i loro contenuti. 

I docenti pretendono tanto, al limite della crudeltà, i compagni dello stesso anno sono spaventati e quelli più grandi sembrano essere altrove con la mente e talvolta con il corpo. Saška fa subito amicizia con Kostja, un ragazzo sensibile che più volte la riporterà alla realtà ma la fame di conoscenza e la voglia di andare oltre porteranno la ragazza ad innumerevoli metamorfosi e crisi. 

Niente è chiaro ma è certo che Saška dovrà decidere se andare avanti su questa strada o tornare indietro per ritrovare le persone alle quali è più legata.

Aliette De Bodard lo ha definito un ‘Harry Potter sotto steroidi’, Lev Grossmann afferma che ha avuto un grande ascendente sulla sua scrittura e Charlie Holmberg scrive che, cosa che personalmente posso confermare, ‘è come una droga: più leggi, più senti il bisogno di continuare a leggere’.

“Che senso aveva andare a scuola, o iscriversi all’università, se al mondo esisteva – se davvero esisteva – un uomo oscuro che nelle mani stringeva sogni, realtà, incidenti?”

“Vita nostra” (FaziEditore, ottobre 2021, traduzione di Silvia Carli e Denise Silvestri) romanzo pluripremiato dei coniugi Marina & Sergej Djačenko (originari di Kiev, attualmente risiedono in California; questo è il loro primo libro tradotto in lingua italiana) è difficilmente
collocabile in un unico genere: in parte è un fantasy ma c’è anche tanta filosofia ed è soprattutto un romanzo di formazione.

Marina & Sergej Djačenko
“Quando Saška si riconosceva come una Parola, si sentiva lieve come mai nella vita. Era la tranquillità con cui un dente di leone sbocciava per primo in un prato verde. Un felice istante senza vento, senza futuro e, dunque, senza morte.”

Saška è una ragazza come tante, in un’età di incertezze e alle prese con la scelta dell’università. Ma non sempre le cose vanno come avremo immaginato ed è proprio ciò che capita a lei quando viene ‘scelta’ per qualcosa che faticherà a capire dall’inizio alla fine.

Scoprirà anche che l’ambizione può portare lontano, troppo lontano a volte.

Il mito della caverna di Platone è senza dubbio il riferimento filosofico più evidente, ma c’è tanto altro: psicologia, fantascienza, magia, soprannaturale.

Si parla di rapporto tra genitori e figli, di amicizia, di amore sondato in profondità, a tratti persino cervellotico, “Vita nostra” potrebbe rappresentare una realtà dai risvolti simili ad un film dell’orrore o potrebbe essere la nostra realtà quotidiana vista da una prospettiva diversa, nascosta, visibile solo a pochi.

“Sono tutti parole. Le persone sono state pronunciate ad alta voce a un certo punto da qualcuno. E continuano a esprimere parole e concetti senza avere idea del loro significato autentico.”

Fantastico, poetico, labirintico (i mondi, quelli psichici, sono quelli di Escher e di Piranesi) spietato e commovente. 

“Vita nostra” è questo è tanto altro, un libro che sorprende, fa riflettere e al quale si continua a pensare anche una volta terminato.

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mercoledì 13 ottobre 2021

“Tutto il gelo che vuoi” di Adriana Fabozzi: un’avventura al femminile tra famiglie infelici e social networking

Tutto il gelo che vuoi, Adriana Fabozzi

“Avevo trentadue anni e un enorme fardello di dubbi sulle spalle. La vita mi aveva insegnato quanto potesse essere imprevedibile e strana e, quando meno te lo aspetti, era lì a dirti che doveva cambiare strada, che dovevi svoltare e andare in una direzione del tutto diversa da quella che avevi preso.”

Elisa e Patty sono due giovani donne sposate molto diverse tra loro ma accomunate dall’insoddisfazione per la propria vita. 

La prima ha un marito che è stato colpito da ictus e la vita con lui, che a volte non la riconosce neppure, non è più la stessa. Patty ha invece un marito maschilista e cinque figli che sono degli uragani: le mura di casa le stanno strette e più che donna si sente ormai una domestica

Le due, vicine di casa, diventano amiche e decidono di andare alla ricerca della felicità che spetta loro. 

Quasi per caso trovano su Facebook il ‘Trauma group’ i cui membri, che si riuniscono periodicamente, sono tutti vittime di traumi o disagi di vario tipo. Elisa e Patty si fanno prendere dall’entusiasmo e rischieranno di farsi travolgere da qualcosa che forse così reale non è.

“Tutto il gelo che vuoi” (Album Editori, 2021) è il divertente (ma non solo) ultimo romanzo della scrittrice aversana Adriana Fabozzi.

Una storia che racconta di donne stufe di una vita divenuta monotona e priva di stimoli.

Elisa vive con il senso di colpa dato dalla voglia di svagarsi, di vedere altra gente, di uscire da quella casa nella quale si trova un marito che ormai non ricorda quasi più nulla della loro vita felice insieme.

Ma nessuno le vieta di rifarsi una vita e dovrà andare oltre i pregiudizi che vorrebbero la donna accanto all’uomo senza mai lamentarsi e fingendo sentimenti da tempo sconosciuti.

Adriana Fabozzi

“Fino ad ora l’ho assecondata, ma è arrivato il momento che accetti la realtà, signora cara. Suo marito ha avuto un ictus e lei deve trovarsi un impegno, una distrazione, un hobby, qualcosa, insomma, che non abbia a che fare con lui.”

“Tutto il gelo che vuoi” è una storia di riscatto ma anche la consapevolezza di quanto fugace ed irreale sia ciò che transita per i social network.

Nessuno nega che si possano conoscere persone interessanti ed instaurare rapporti di amicizia ma è sempre opportuno cercare di capire cosa si cela dietro profili intriganti e se questi rispecchiano la realtà. Il fake è sempre dietro l’angolo.

Un romanzo ironico, non è mai male sdrammatizzare persino nelle situazioni più drammatiche, che sa anche commuovere e far riflettere nel profondo.

Unica pecca il finale che avrei visto differente e con un taglio meno netto. Ma forse è solo che mi ero affezionata alle due protagoniste e non mi sarebbe dispiaciuto andare avanti con le loro avventure.

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martedì 19 gennaio 2021

“Non è mai troppo tardi” di Stefania Russo: un inno alla speranza, all’amore universale e alla vita

Non è mai troppo tardi di Stefania Russo

“È quando sei giovane che la morte ti mette paura. Da vecchia non ha più alcun potere su di te. Quando sei rimasta sulla Terra abbastanza a lungo da poter vedere tutto quello che c’era da vedere, e forse anche un po’ di più, la morte assume un significato del tutto diverso, quasi liberatorio. Non è altro che il flusso naturale delle cose, una prospettiva fisiologica.”

Buon anno nuovo lettrici e lettori! Questa è la mia prima recensione del 2021 e spero che anche per voi l’anno sia cominciato con tante nuove letture interessanti! Le tensioni e le preoccupazioni dell’anno precedente non hanno favorito la lettura, nonostante il tempo trascorso a casa, ma proviamo a lasciarci alle spalle i brutti periodi e pensiamo solamente ai libri!!

Ho deciso di iniziare con un libro letto nel 2020 e sul quale non avevo ancora scritto, un libro che ho amato e che trovo ideale per un nuovo inizio ricco di speranza e buoni sentimenti.

Avete presente quei palazzoni di cemento grigi che vi accolgono all’entrata di Milano o che avete visto tante volte in televisione? Avete mai provato ad immaginare chi ci vive? Se pensate a persone che non se la passano troppo bene economicamente non siete lontani dalla realtà mentre vi siete sbagliati se avete immaginato malviventi o persone simili.

“Non è mai troppo tardi” racconta la storia di Annarita che in quello che chiama Mostro di cemento ci abita da una vita. Ha ottantaquattro anni, è costretta a muoversi in sedie a rotelle e potete immaginare l’accessibilità di simili strutture. Da alcuni anni non è più autosufficiente e Olga le da una mano alcune ore ogni giorno. 

La figlia Katia vive a pochi passi da lei ma sembra non avere più tempo per la madre; per fortuna c’è anche Stella che della nonna si prende cura e le fa compagnia ogni volta che le è possibile. Le giornate trascorrono così, tra affetti, amicizie, un caffè al bar sotto, le messe e le iniziative di don Antonio, le scorribande di Totò e i suoi amici. E poi la Banca del Tempo, l’idea di Stella che potrebbe essere la salvezza per la sorella di Olga gravemente malata.

“Non è mai troppo tardi” (Sperling & Kupfer, 2020) è il primo romanzo della giovane milanese (ora residente in provincia di Modena) Stefania Russo. Un romanzo del quale si è parlato tanto e ovunque, motivo per il quale ho deciso di leggerlo e posso ora dire di non essermene pentita.

La storia è molto bella, molto più di quanto potreste pensare dopo averne letto la trama.

Stefania Russo

Annarita è una protagonista perfetta e non vi fate ingannare dall’età, la sua vita è ricchissima, la sua esperienza è da esempio per i più giovani, e per noi lettrici e lettori, e ciò che le accade non è poi così lontano dalle nostre realtà.

“È bizzarro: a volte hai la sensazione di vivere l’ennesima giornata inutile della tua vita, poi un paio di amici ti portano due fette di torta e un bricco di caffè, e allora il mondo ti sembra subito migliore.”

Ogni personaggio di questa storia riveste un ruolo preciso ed è impossibile non affezionarsi a ciascuno di loro; cadauno portatore di racconti, di esistenze non semplici ma con la speranza e la voglia di mettersi in gioco sempre presenti.

Annarita, Stella e tutti gli altri ci insegnano ad andare avanti nonostante tutto e tutti, a mostrare considerazione per chi è più grande di noi senza dimenticare che, se avremo fortuna, un giorno noi stessi arriveremo a quell’età troppo spesso denigrata e spregiata. Nessuna età è troppo in là per meritare rispetto e felicità.

“Sta per arrivare la mia felicità e, scusatemi, ma adesso devo andare ad accoglierla.”

“Non è mai troppo tardi” è dolce, spietatamente reale, emozionante, pregno di solidarietà, di cooperazione e di quel fine sentimento che ci porta in mondi altri e che ci fa riflettere sul fatto che forse ciò che chiamiamo umanità ancora esiste, sta solamente a noi ritrovarla e farla nostra.

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lunedì 23 novembre 2020

“Il gatto che voleva salvare i libri” di Sosuke Natsukawa: il fascino delle librerie e l’amore per i libri

Il gatto che voleva salvare i libri, Sosuke Natsukawa

“E quindi Rintarō lo aveva accompagnato in silenzio fino alla fine. Dopodiché davanti a lui, oltre alla zia che lo guardava con espressione preoccupata, era rimasto quel negozio. Non che gli portasse dei debiti, ma quanto a valore non si poteva nemmeno considerare un’eredità. Si chiamava Libreria Natsuki, ed era un piccolo negozio di libri usati in un angolo della città.”

Rintarō, giovane ragazzo giapponese, ha sempre vissuto con il nonno e quando questo muore - il romanzo si apre con questo evento - la sua vita è come se si fermasse e lui si trovasse in una sorta di limbo nel quale lasciarsi trasportare inerme. 

Timido e schivo si è sempre definito un hikikomori e la libreria del nonno è stato l’unico luogo nel quale si sia sempre sentito sicuro e veramente se stesso. I libri sono da sempre il suo mondo e quando un giorno si presenta un gatto parlante che lo coinvolge in pericolose missioni con l’unico scopo di salvare i libri dalla loro scomparsa Rintarō pensa di sognare. Cosa deve fare ora? 

Seguire quello strano e irreale personaggio o seguire la zia in un’altra città lasciando la libreria al suo destino chiudendola per sempre?

“Non saranno i libri a percorrere la vita al posto tuo. Un avido lettore che si dimentica di camminare con le proprie gambe diventerà solo il voluminoso dizionario di un sapere obsoleto. Niente di più che un pezzo di antiquariato che non servirà a nulla a meno che qualcuno non lo apra.”

“Il gatto che voleva salvare i libri” (Mondadori, 2020, traduzione di Bruno Forzan) è il secondo bellissimo romanzo del medico giapponese Sosuke Natsukawa.

L’inizio è bellissimo ed è impossibile non voler andare oltre per scoprire cosa è accaduto dopo il fatto iniziale e che fine farà la libreria del nonno.

Realtà e magia si fondono in un romanzo che ha come protagonisti i libri in ogni loro eccezione. Libri di ogni genere, forma, libri antichi e libri contemporanei.

I labirinti che Rintarō e il gatto attraversano ci portano tra coloro che i libri non sempre li amano, talvolta vorrebbero trasformarli in forme insensate o preferirebbero concentrarsi su altre forme di diffusione del sapere. Le riflessioni che si aprono sono davvero tante e tutte attuali e più che mai reali.

“Se ti limiti a leggere libri in modo così frenetico, non si
amplierà per questo il mondo a te visibile. Per quante conoscenze tu riesca a inculcarti, se non pensi con la tua testa e non cammini con le tue gambe tutto rimarrà solo qualcosa di preso inutilmente a prestito.”

Rintarō che tanto ancora ha da imparare scopre che la sua passione va oltre la semplice

Sosuke Natsukawa
lettura di un libro, si rende conto che salvare i libri significa salvare l’umanità.

Ogni libro racchiude una propria anima ed è questa che va preservata e fatta conoscere al mondo intero.

“Al giorno d’oggi diminuiscono sempre più le occasioni di avere un contatto diretto con i libri, è raro che gli venga dedicata attenzione, e così anche la loro anima si va via via perdendo. Ma c’è ancora qualcuno che li ama dal profondo del cuore e ascolta la loro voce, come te e tuo nonno prima di te.”

Rintarō scopre inoltre che leggere e amare i libri non equivale necessariamente ad isolarsi dal mondo ed una compagna di classe le farà anche scoprire l’amicizia con la A maiuscola.

“Quello spazio creato dal nonno era un’importante oasi di ristoro anche per un hikikomori come il nipote, e Rintarō, che a scuola non si sentiva a proprio agio in nessun posto, si rintanava qui a leggere. All’inizio sceglieva i libri a caso, ma poi ci si appassionava e li divorava avidamente. Lo considerava insomma il suo rifugio, un santuario dove trovare protezione.”

“Il gatto che voleva salvare i libri” ci ricorda l’importanza delle librerie indipendenti, dei librai e dei libri al loro interno ed è ricca di frasi belle e importanti da ricordare.

Ogni libro porta con sé un mondo ed ogni mondo è una visione verso l’altro, verso la condivisione, verso l’infinito delle storie e verso la magia più bella che sia mai stata creata.

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mercoledì 8 aprile 2020

“Una notte sull’alpe della luna” di Enrico Brizzi: un viaggio tra i boschi alla ricerca di sé


Una notte sull'alpe della luna, Enrico Brizzi

“Siamo alla fine di qualcosa e all’inizio di qualcos’altro, ma è ancora troppo presto per sapere cos’hanno significato gli anni della scuola oltre alle interrogazioni e ai compiti in classe, né ci è dato indovinare cosa sarà di noi in autunno. L’unica cosa che possiamo fare è procedere al riparo degli alberi felici, in silenzio come pellegrini diretti verso un santuario, o un oracolo, e sperare che il futuro non arrivi troppo in fretta.”
Era dai tempi di “Jack frusciante è uscito dal gruppo” che non leggevo qualcosa di Enrico Brizzi e quando ho saputo di questo ultimo romanzo, la cui trama è connessa agli alberi e la natura, mi sono detta che dovevo assolutamente leggerlo. 


“Una notte sull’alpe della luna” (Aboca, 2019) è la storia di tre amici, tre ragazzi che concluso l’esame di maturità decidono di andare insieme all’Arezzo Wave, il noto festival italiano di musica rock; arrivati nella città toscana si rendono conto che l’evento musicale si è già svolto e per una serie di vicissitudini si ritrovano a di raggiungere Rimini a piedi attraversando boschi e dormendo in tenda. Scoprono così l’Alpe della Luna, il gruppo montuoso dell’Appennino settentrionale che attraversa Toscana, Umbria e Marche. 


Quella che nasce come goliardata diventa un’esperienza quasi mistica, un viaggio a piedi durante il quale i ragazzi ripensano al loro passato e riflettono sull’imminente futuro, come se quella estate appena iniziata giungesse improvvisamente alla fine. 


“Il terzo giorno del nostro viaggio, Brando, Senzombra e io traversiamo il cuore della faggetta, ormai a nostro agio come animali. Risaliamo fra i tronchi dritti degli alberi felici la pista che corre lungo lo spartiacque, sostenuti dal sussurro del bosco, e i mille occhi che vegliano su di noi ci fanno sentire al sicuro, benvoluti dalle slanciate sentinelle della foresta.”


Gli alberi sono lo scenario di questo loro peregrinare, si lasciano avvolgere da essi come se
Enrico Brizzi
rappresentassero una sorta di protezione dall’ignoto, dalla paura di ciò che verrà. 


Tutto potrebbe accadere lì in mezzo e tutto ciò di cui parleranno è lì che resterà. 


Tre giorni speciali, i segnali della Via dei Contrabbandieri a mostrare loro la direzione, i cuori e i pensieri di tre ragazzi che si preparano ad uscire dall’adolescenza e si godono la scoperta libertà. 


Centododici pagine che scorrono rapidamente e in maniera piacevole, un viaggio nel passato ed un’immersione nella natura che sempre più dovremmo riscoprire per ritrovare noi stessi. 


La lettura perfetta per questo strano periodo che stiamo vivendo, per evadere dalle pareti di casa ed annusare il profumo degli alberi che presto potremo riabbracciare. 

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lunedì 11 novembre 2019

“Germaine Johnson odia il martedì” di Katherine Collette: un viaggio tra numeri infallibili ed emozioni variabili

Germaine Johnson odia il martedì

“Le relazioni tra numeri sono molto più semplici delle relazioni tra esseri umani. Le persone sono imprevedibili: non sai mai che cosa faranno, non sai mai che cosa diranno. Ma i numeri? I numeri sono affidabili.”
Germaine Johnson vive nell’est dell’Australia e per lei i numeri sono tutto: regolano la sua vita, sono indispensabili nel lavoro e persino nelle relazioni con gli altri. Ma soprattutto i numeri non mentono e restano sempre uguali. 

Sì, perché Germaine è fin troppo razionale e questo la porta talvolta a non essere compresa o a scontrarsi con chi ha a che fare con lei. 

È forse a causa di ciò che viene licenziata e trova un nuovo impiego in Comune, come voce del Telefono amico per la terza età. Inizialmente le sembra una perdita di tempo ma col tempo affina delle strategie per rendere tutto più dinamico e schematico, fino a quando la sindaca non le propone di occuparsi di alcune questioni delicate riguardanti il centro per anziani che in tanti vorrebbero eliminare. 

Germaine si sente importante ma analizzando meglio l’intera situazione comincia a pensare che qualcosa non quadri. Per fortuna c’è sempre il sudoku, la sua grande passione. Ma saranno sufficienti i numeri a risolvere i problemi? E se i nuovi colleghi di lavoro e gli anziani del centro non fossero così male e lei riuscisse per una volta ad andare oltre i meri calcoli?

Germaine Johnson odia il martedì” (Garzanti, agosto 2019, traduzione di Stefano Beretta) è il romanzo d’esordio dell’ingegnere ambientale Katherine Collette che vive a Melbourne con il marito e i due figli.

Si tratta di un romanzo ricco di emozioni e sentimenti, è un viaggio insieme alle fragilità di Germaine, tra alti e bassi, tra incomprensioni e nuove consapevolezze.

Probabilmente, anche se questo non viene mai detto, la protagonista ha la sindrome di Asperger, caratterizzata da un sistema di pensiero di tipo reticolare che la porta ad essere
Katherine Collette
così schematica e a mandarla in tilt quando qualcosa non si svolge secondo ciò che era stato programmato.

Germaine mostra consapevolezza ed è bello osservare come, con il trascorrere del tempo, gli altri imparino a conoscerla e ad apprezzarla. I rapporti interpersonali non sono il suo forte ma capirà in breve chi può considerare amici e di chi fidarsi senza riserve.

“L’idea di un ragazzo della mia età a cui piacevano le stesse cose risultò essere molto migliore della realtà. Talvolta meno si sa, meglio è, talvolta BISOGNA illudersi e fingere di credere a cose che non sono reali.”

Germaine è schietta e in questa sua schiettezza si nasconde una saggezza che talvolta rischia di essere fraintesa, se non accolta con sincerità e voglia di varcare i confini.

Oltre trecento pagine (nonostante la piacevolezza della lettura al posto dell'autrice mi sarei dilungata meno) all'insegna della positività, dell’ironia e della diversità intesa come caratteristiche che ci definiscono e rendono ciò che siamo.

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martedì 4 giugno 2019

“Il club delle pecore nere” di Pierpaolo Mandetta: perché ciò che conta davvero è rimanere se stessi

Il club delle pecore nere

“Ma se non fossi destinato a essere felice? Se alle pecore nere come me non spettasse un posticino nel mondo in cui godersi la pace?”
Samuele, Nicole, Ivan, tre giovani trentenni che vivono a Milano, tre caratteri differenti ma con un aspetto in comune: la difficoltà nell’essere loro stessi. Samuele ha di recente fatto coming out e poco dopo ha abbandonato il promesso marito, Gilberto, sull’altare, si sentiva soffocare; Nicole fa la spogliarellista, è una femminista convinta e usa tranquillamente la carta di credito del padre che disprezza; Ivan è un manager che aspira ad arrivare ai piani alti, guadagnando sempre di più, e per farlo è obbligato a trovarsi una finta fidanzata. 

E poi c’è Rocco, un tredicenne abbandonato dalla madre a casa dei tre amici, il più fragile all'apparenza ma in realtà il più saggio ed assennato. Tra storie complicate di famiglia, idee strampalate e conflitti interni i quattro vivono una serie di avventure che fanno sbellicare dalle risa e al contempo riflettere su una serie di questioni che ci coinvolgono, in un modo o nell'altro, tutti.

“Ricominciare dal principio ogni volta per conoscersi meglio. Antichi vezzi inconcludenti di cui sbarazzarsi, fobie da sviscerare, angoli bui su cui far luce. Ma dov’è che ci nascondiamo davvero? Dov'è la verità sul nostro conto?”

“Il club delle pecore nere” (Rizzoli, 2019) è il nuovo romanzo, fresco di stampa, dello scrittore cilentano, classe 1987, Pierpaolo Mandetta, autore, per la stessa casa editrice, di “Dillo tu a mammà” (maggio 2017) e diventato famoso grazie al blog prima e ai suoi profili Facebook e Instagram ora.    

Avevo amato i libri precedenti ma con questo mi ha definitivamente conquistato, principalmente per un fatto, quello di riportare e trasmettere una serie di verità indiscutibili.

“A volte è la considerazione rigida che abbiamo di noi stessi a fotterci, a toglierci la libertà che nessun altro ci nega. Siamo carnefici e vittime, mentre il resto del mondo se la spassa.”

È da subito chiaro che Mandetta non ha scritto questo romanzo tanto per scrivere qualcosa, ma lo ha fatto ponderando la sua esperienza e quella delle persone con le quali ha avuto contatti tramite i
Pierpaolo Mandetta
social e la sua Posta del Cuore. 

I protagonisti sono quattro ma le storie, che finiscono per intrecciarsi tra loro, sono molte di più. Si parla di uomini e donne, di etero e di omosessualità, di speranze e di traguardi spesso disattesi. Si parla di amore, di delusioni, di sesso, della Milano frenetica e delle sue librerie, di legami affettivi, di genitorialità, di amicizia, femminismo e maschilismo, di adolescenza, di matrimonio, di figli, di fatica di vivere.

Mandetta regala una voce ad ogni suo personaggio con credibilità e inconsapevolmente la dona ad ogni lettore che ride, si commuove, si arrabbia e ritrova se stesso nel profondo.

“Tutti amano l’idea di sposarsi, e considerano il matrimonio il massimo traguardo della gratificazione. Come mai la gente vuole farlo? Perché il matrimonio rende normali. E la normalità ripaga con l’accettazione.”

Quante volte ci siamo chiesti perché certe coppie decidono di sfornare figli a caso per poi lasciarli a casa da soli, come si trattasse di uno spiacevole dovere?

“Sembra che siamo diventati una seccatura! Perché fate figli se poi ci date la colpa di avervi tolto la libertà?”

E quante volte, noi donne in particolare, ci ritroviamo a subire le idee degli uomini, ad avere a che fare con la dominante mentalità maschilista che permea la società? E cosa significa davvero essere femministe? Dobbiamo continuare a prostrarci dinanzi ad Adamo per quella costola mancante?

“Il club delle pecore nere” è un libro importante, una sorta di compendio, in chiave tragicomica, dell’attualità che stiamo vivendo. È anche l’esempio di come il volere tutto e subito, che caratterizza le nuove generazioni, non porti a nulla di buono, sia nel breve che nel lungo termine.

“Mamma pensò poi di ficcarmi in una scuola tenuta da implacabili suore svizzere, dove suor Lucidalba ci insegnò tutto sulla devozione della donna nei confronti dell’uomo. E ci credo: suo marito era Dio, mica ce l’aveva tra i piedi tutto il giorno a chiedere ‘dove sono i calzini’, anche se dopo venticinque anni di matrimonio sono sempre nel secondo cassetto.”

“Il club delle pecore nere” si fa divorare, ti entra dentro e va oltre, oltre le ideologie, oltre i luoghi comuni, oltre quelle che ancora oggi vengono definite tradizioni, oltre l’odio e verso un’unione fatta di amore, comprensione, dolore, fatica e difficoltà nel portare avanti ciò in cui crediamo.

Perché alla fine ciò che conta davvero è solamente essere se stessi, o almeno provarci, e fregarsene di tutti quelli che continueranno a vederci come pecore nere. 
Dopotutto immaginate che noia se tutte le pecore fossero bianche!

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