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lunedì 31 luglio 2023

“Le sette lune di Maali Almeida” di Shehan Karunatilaka: amore, guerra, magia, mistero tra vivi e morti nello Sri Lanka della guerra civile

Le sette lune di Maali Almedia, Shehan Karunatilaka

“Stai dormendo per forza, di questo sei sicuro. Tra poco ti sveglierai. E poi ti viene in mente un pensiero terribile. Più terribile di quest’isola di selvaggi, di questo pianeta senza Dio, di questo sole morente e di questa galassia in letargo. E se in realtà fosse stato per tutto questo tempo, fino adesso, che hai continuato a dormire? E se da questo momento in poi tu, Malinda Almeida, fotografo, giocatore d’azzardo e puttana, fossi destinato a non chiudere gli occhi mai più?”

Maali, giovane fotografo singalese, si è appena risvegliato, con la sua macchina fotografica al collo, in uno strano ed indecifrabile luogo; poco dopo gli è chiaro di essere morto ma non capisce se quel posto è il paradiso o qualcosa di simile. Ciò che scopre nell’immediato è che il suo corpo sta affondando nelle acque del lago Beira, nel centro di Colombo, capitale commerciale dello Sri Lanka. Come è finito lì e perché?

Ora deve preoccuparsi del tempo che scorre rapidamente nell’aldilà, ha a disposizione solamente sette lune, ovvero sette giorni e sette notti, per capire cosa è accaduto e soprattutto riuscire a contattare DD e Jaki, gli amori della sua vita, per condurli alla sua scatola segreta contenente le fotografie compromettenti che potrebbero sconvolgere lo Sri Lanka e portare allo scoperto fatti nascosti dai politici più in vista. 

Da morto l’impresa è ancora più complicata che da vivo e forze superiori faranno il possibile per ostacolarlo. Ma in tutto questo Maali non dimentica mai la sua morte e cercherà a tutti costi di scoprire chi lo ha ucciso.

“Le parole ti vengono facili, anche se non hai avuto tempo di rifletterci su. Vuoi vedere il tuo cadavere? Rivuoi indietro la tua vita? Oppure la vera domanda su cui dovresti meditare è un’altra. Come diavolo hai fatto a finire qui?”

“Le sette lune di Maali Almeida” (Fazi Editore, giugno 2023, traduzione di Silvia Castoldi) è il romanzo vincitore del Booker Prize 2022 che ha reso l’autore Shehan Karunatilaka il secondo singalese della storia (il primo fu Michael Ondaatje nel 1992 con “Il paziente inglese”) ad aggiudicarsi il prestigioso premio letterario.

Quella di Maali è una storia incredibile ambientata durante la guerra civile nello Sri Lanka degli anni Ottanta, anni di scontri fratricidi e lotte tra governo, Tigri Tamil, singalesi e indiani.  

“Sei nato prima che Elvis interpretasse il suo primo successo. E sei morto prima che Freddie interpretasse il suo ultimo. Nel frattempo, ne hai scattate a migliaia. Hai le foto del ministro che stava a guardare mentre i selvaggi dell’83 davano fuoco alle case tamil e massacravano gli abitanti. Hai i ritratti di giornalisti scomparsi e di militanti svaniti nel nulla, legati e imbavagliati, morti durante la prigionia.”

Fatti poco noti agli occidentali che fanno da sfondo alla trama di questo romanzo che di politico ha però bene poco. Il protagonista è Maali con i suoi amori, la sua passione per la fotografia e la giustizia, un uomo stravagante che non può fare a meno del gioco clandestino e delle sfuggenti relazioni gay clandestine.

Il suo è un amore proibito per un uomo che gli ha cambiato la vita ma essere omosessuali nello Sri Lanka non era (e ancora oggi non lo è) facile né ‘permesso’ ma Maali non si fa mancare nulla e a modo suo ama anche Jaki, intraprendente compagna di gioco e di vita.

“Dicono che la verità vi renderà liberi, ma nello Sri Lanka la verità può farvi finire in gabbia. E tu non hai più bisogno né di verità né di assassini né di amanti dalla pelle perfetta. Ti restano solo le tue immagini di fantasmi. E forse questo basta.”

Shehan Karunatilaka

Il mondo ultraterreno nel quale Maali si trova a transitare, con il rischio di rimanervi bloccato per l’eternità, è inquietante ma al tempo stesso magico e spassoso con personaggi surreali all’inverosimile.

Impossibile non fare riferimento al realismo magico di Salman Rushdie o agli intrecci dei gialli di Agatha Christie e in alcuni tratti ricorda perfino il mitico Beetlejuice di Tim Burton.

Quello di Shehan Karunatilaka è uno stile travolgente, una voce unica e riconoscibile grazie alla quale diventa difficile staccarsi dalle pagine una volta iniziata la lettura.

“Jaki la raccoglie dal tavolo e traffica con il coperchio. Tu ti libri sopra lo spettacolo, fissi le buste impilate all’interno, ciascuna con il nome della carta da gioco. Un flusso di scene ti inonda lo spazio dietro gli occhi che non hai. Ricordi di foto che non ricordi di aver scattato e di immagini che non puoi annullare. Non vuoi sollevare la fotocamera che hai al collo perché hai paura di ciò che potrebbe rivelare.”

Un piccolo grande capolavoro, una grande avventura di guerra, amore, vita e morte che non manca di commuovere, divertire, indignare e con un giallo da sciogliere i cui indizi vengono sparpagliati lungo le quattrocentoottanta pagine e la cui soluzione viene svelata solamente nell’ultima parte.

Leggere “Le sette lune di Maali Almeida” significa immergersi in una storia dalle mille sfaccettature ed emozioni, è un’esperienza tra i vivi e i morti ora fantasmi, è la ricerca di giustizia in un modo ingiusto e crudele. Il tutto con un finale dolce-amaro che… non voglio certo spoilerare e vi lascio perciò alla lettura di questo bellissimo romanzo che non dimenticherete facilmente.

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lunedì 6 febbraio 2023

“Oltre le crepe del cuore” di Rosa Provenzano: quando amore e condivisione vanno oltre ogni discriminazione

Oltre le crepe del cuore, Rosa Provenzano

“Non era un uomo ripugnante, schivato ed evitato, anzi le donne erano attratte da quel suo mondo apparentemente perfetto. Ma lui non era attratto dalle donne. Era di un uomo che voleva innamorarsi. Ogni notte immaginava di avere qualcuno vicino a sé, di sentire il suo respiro, di accarezzare il suo corpo, di svegliarsi fra le sue braccia, qualcuno a cui non aveva ancora dato né un volto, né un nome.”

Fabio ha trentaquattro anni e non è per nulla felice della sua vita piena di tormenti e di segreti, quasi nessuno infatti sa della sua omosessualità e per questo e altre ragioni non riesce a vivere serenamente. Gabriel è un giovane ragazzo estroverso con un futuro promettente nonostante il passato difficile e doloroso. 

I due si incontrano per caso, in una libreria, e nonostante le origini differenti si accorgono ben presto di avere tante cose in comune. 

Hanno davanti a loro tante scelte da compiere ma nulla è ancora deciso e tutto dipende dalle loro volontà, dalle loro azioni e dalla forza nei loro cuori.

“Oltre le crepe del cuore” (99 edizioni, 2022) è il romanzo d’esordio della siciliana Rosa Provenzano, classe ’66, insegnante della Primaria e laurea in Belle Arti.

Un incontro fortuito, due ragazzi con il desiderio di una vita felice. Una storia forte che parla di accettazione di sé e degli altri, di voglia di riscatto per scelte fatte dagli altri e contro le quali non è mai stato semplice combattere.

Una storia che inizia con dolcezza e delicatezza per proseguire con forza e rivelando tutte le fatiche di un’adolescenza senza genitori e di un’età adulta vissuta nell’ombra per il timore del giudizio altrui.

Rosa Provenzano
Tra Barcellona, Ginevra, Padova e Venezia è un viaggio in bellissime città ma soprattutto tra animi lacerati che si incontrano, scontrano e soccorrono a vicenda.

“Gli altri… Ma gli altri, in fondo, cosa ne sapevano del mondo che sentiva esplodere dentro di sé quando era da solo, cosa ne sapevano gli altri delle lacrime che versava durante le domeniche passate in solitudine a chiedersi quale senso avesse la sua vita, come potevano capire il male che faceva il tempo che passava… gli altri…”

Un libro ben scritto nel quale i sentimenti e le scoperte personali e reciproche si alternano in continuazione. Non soltanto omosessualità ma amore in tutte le sue sfaccettature ed un insegnamento importante: nulla può essere realizzato se prima non si trova la forza di fronteggiare se stessi e quanto ci impedisce di godere del presente e del futuro con serenità.

Le pagine scorrono rapide una dopo l’altra, così come le vite dei due protagonisti di questa storia fortemente attuale che resta nel cuore, commuove per la schiettezza, il coraggio e la generosità.  

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mercoledì 5 maggio 2021

“Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile”, la nuova silloge poetica di Davide Rocco Colacrai

Della stessa sostanza dei padri, Davide Rocco Colacrai

 

"Ho capito che l’amore non è una malattia,/ che non posso essere guarito nel mio canto alla vita,/ che la promessa legata al letto come un Gesù Cristo è solo un inganno,/ un avvicinarsi sottovoce e in punta di piedi al soffitto e al cielo,/ quasi un’unghia storta di vento,/ e ho capito anche finalmente che questo guscio di miracoli/ all’incontrario che additano come manicomio/ è un condominio di santi.”

Sacro e profano, pazzia e omosessualità, politica e migrazione. Questi sono solamente alcuni degli argomenti trattati nella sua silloge poetica, la terza edita dalla casa editrice anconetana Le Mezzelane.

Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile” (marzo 2021) si compone di 27 poesie che parlano dell'uomo in tutte le sue sfumature e percezioni.

Davide Rocco Colacrai, giurista e criminologo, scrive ormai da anni e numerosi sono i riconoscimenti letterari nazionali e internazionali ricevuti dal 2008 ad oggi.

“Sento il mio corpo liquido, senza sartiame,/ e assoluto,/ quasi una lacrima che scivola sui polpastrelli del mare/ mentre il sole dipinge il suo raggio/ con cui mi trafigge/ e mi ritrovo sposo senza promessa e senza vestito/ un albatro di bruma che si tende oltre l’onda,/ dove i ricordi non sono ancora nati/ e gli occhi tacciono, mentre le dita predicono un’eco della mia terra.”

La sua è una poesia elegante e dal sapore istintivo e viscerale che raccoglie sensazioni ed osservazioni personali ma soprattutto persone. Sono le persone a fare il mondo e queste sono le protagoniste di versi che non hanno paura di addentrarsi in tematiche forti e delicate.

Davide Rocco Colacrai

Impressioni e sentimenti personali si intrecciano alle vicissitudini di personaggi noti come Stefano Cucchi, Stephen Hawking, Rudolf Nureyev, Pedro Lemebel, per citarne alcuni.

Colacrai mette le sue parole al servizio di uomini che hanno sofferto, che hanno goduto di questo mondo, ma che non sempre sono stati ricambiati in positivo.

Tramite i suoi versi essi parlano, si esprimono con dolore, con schiettezza e con profonda tenerezza.

Ogni componimento ha un preciso rimando e questo viene esplicitato con l’aggiunta di significative e interessanti note a piè di pagina.

“Tutte le mie ore le consumavo a scegliere storie,/ a sciogliere vite,/ ad ascoltarne il destino che non capivo appieno,/ e il cuore, e così intuivo un senso, il coraggio,/ forse me stesso, di là dal molo, oltre il mare.”

Una poesia priva di arzigogoli, diretta, luminosa, attuale e reale.   

Una raccolta da leggere e rileggere ogni volta con occhi nuovi, una risposta a "Istantanee Donna - Poesie al femminile" (2017) ed una testimonianza dell’evoluzione della maturità emotiva e spirituale dell’autore. 

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martedì 19 novembre 2019

“Cercami” di André Aciman: un ritorno colmo di musica classica e amori senza tempo

“In buona sostanza, non sappiamo in che termini pensare al concetto di tempo, perché il tempo non comprende se stesso come facciamo noi, perché non gli importa niente di che cosa pensiamo di lui, perché in fondo il tempo è solo una metafora incerta e inaffidabile di come consideriamo la vita. In ultima istanza, infatti, non è il tempo a essere sbagliato per noi, e nemmeno noi per il tempo. Forse è la vita a essere sbagliata.”
Avevamo lasciato Elio ed Oliver alle loro vite, dopo una splendida estate italiana trascorsa insieme, alla scoperta di un sentimento che entrambi non conoscevano ancora con tale intensità.

Cosa sarà accaduto nel frattempo? Chi ha amato “Chiamami col tuo nome” (Guanda) non può aver dimenticato quelle pagine intense, quel romanzo di formazione che, nonostante veda protagonista due uomini, va oltre l’omo o l’eterosessualità.

Vent’anni dopo André Aciman (statunitense, nato ad Alessandria d’Egitto in una famiglia ebraico-sefardita di origini turche) torna con “Cercami” (Guanda, ottobre 2019), una sorta di sequel di “Chiamami col tuo nome” (diventato noto al grande pubblico in seguito all’omonima pellicola di Luca Guadagnino del 2018). 

Il romanzo è strutturato in maniera differente rispetto al primo: quelle che vengono raccontate sono tre storie tra loro collegate ma ambientate in luoghi e tempi differenti. Protagonisti indiscussi Elio e suo padre Samuel.

Il primo non ha scordato quell’amore di tanti anni fa ma è andato avanti e si trova a vivere un’intensa storia con un uomo che ha il doppio della sua età. Un uomo affascinante, colto e con un passato che si svela con il maturarsi del rapporto tra i due.

“Tipo che secondo me tu non sei molto felice. Ma alla fine sei un po’ come me: alcune persone si ritrovano con il cuore infranto non perché siano state ferite ma forse perché non hanno mai conosciuto nessuno a cui tenessero abbastanza da poterne essere ferite.”
André Aciman

Samuel invece ha divorziato dalla madre di Elio, continua a svolgere la sua professione di docente e a viaggiare tra Liguria e Roma. È durante uno dei viaggi in treno che incontra Miranda, con la metà dei suoi anni ma una personalità che lo affascina immediatamente e una maturità fuori dal comune per quell'età.

“Perché mi liberava da me stesso come se fossi un prigioniero il cui carceriere ero proprio io e nessun altro? E che cos’era quella lozione che non avevo mai provato sulla mia pelle? Che cosa volevo da quest’uomo e che cosa gli avrei dato io in cambio?”

Non vi svelo se compaia nuovamente Oliver ma vi dico che la poesia di “Chiamami col tuo nome” è ancora viva, la musica, quella classica, è la colonna sonora di ogni storia e tutti sono pronti a svelarsi, a restare nudi di fronte agli occhi del lettore, a vivere finalmente senza sotterfugi o compromessi di alcun tipo.

Certo, superare, in quanto a bellezza e profondità, il primo capitolo di questa bellissima storia era veramente difficile ma ammetto che Aciman ci è andato vicino e che non vedo l’ora di leggere qualche altro suo libro.

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martedì 4 giugno 2019

“Il club delle pecore nere” di Pierpaolo Mandetta: perché ciò che conta davvero è rimanere se stessi

Il club delle pecore nere

“Ma se non fossi destinato a essere felice? Se alle pecore nere come me non spettasse un posticino nel mondo in cui godersi la pace?”
Samuele, Nicole, Ivan, tre giovani trentenni che vivono a Milano, tre caratteri differenti ma con un aspetto in comune: la difficoltà nell’essere loro stessi. Samuele ha di recente fatto coming out e poco dopo ha abbandonato il promesso marito, Gilberto, sull’altare, si sentiva soffocare; Nicole fa la spogliarellista, è una femminista convinta e usa tranquillamente la carta di credito del padre che disprezza; Ivan è un manager che aspira ad arrivare ai piani alti, guadagnando sempre di più, e per farlo è obbligato a trovarsi una finta fidanzata. 

E poi c’è Rocco, un tredicenne abbandonato dalla madre a casa dei tre amici, il più fragile all'apparenza ma in realtà il più saggio ed assennato. Tra storie complicate di famiglia, idee strampalate e conflitti interni i quattro vivono una serie di avventure che fanno sbellicare dalle risa e al contempo riflettere su una serie di questioni che ci coinvolgono, in un modo o nell'altro, tutti.

“Ricominciare dal principio ogni volta per conoscersi meglio. Antichi vezzi inconcludenti di cui sbarazzarsi, fobie da sviscerare, angoli bui su cui far luce. Ma dov’è che ci nascondiamo davvero? Dov'è la verità sul nostro conto?”

“Il club delle pecore nere” (Rizzoli, 2019) è il nuovo romanzo, fresco di stampa, dello scrittore cilentano, classe 1987, Pierpaolo Mandetta, autore, per la stessa casa editrice, di “Dillo tu a mammà” (maggio 2017) e diventato famoso grazie al blog prima e ai suoi profili Facebook e Instagram ora.    

Avevo amato i libri precedenti ma con questo mi ha definitivamente conquistato, principalmente per un fatto, quello di riportare e trasmettere una serie di verità indiscutibili.

“A volte è la considerazione rigida che abbiamo di noi stessi a fotterci, a toglierci la libertà che nessun altro ci nega. Siamo carnefici e vittime, mentre il resto del mondo se la spassa.”

È da subito chiaro che Mandetta non ha scritto questo romanzo tanto per scrivere qualcosa, ma lo ha fatto ponderando la sua esperienza e quella delle persone con le quali ha avuto contatti tramite i
Pierpaolo Mandetta
social e la sua Posta del Cuore. 

I protagonisti sono quattro ma le storie, che finiscono per intrecciarsi tra loro, sono molte di più. Si parla di uomini e donne, di etero e di omosessualità, di speranze e di traguardi spesso disattesi. Si parla di amore, di delusioni, di sesso, della Milano frenetica e delle sue librerie, di legami affettivi, di genitorialità, di amicizia, femminismo e maschilismo, di adolescenza, di matrimonio, di figli, di fatica di vivere.

Mandetta regala una voce ad ogni suo personaggio con credibilità e inconsapevolmente la dona ad ogni lettore che ride, si commuove, si arrabbia e ritrova se stesso nel profondo.

“Tutti amano l’idea di sposarsi, e considerano il matrimonio il massimo traguardo della gratificazione. Come mai la gente vuole farlo? Perché il matrimonio rende normali. E la normalità ripaga con l’accettazione.”

Quante volte ci siamo chiesti perché certe coppie decidono di sfornare figli a caso per poi lasciarli a casa da soli, come si trattasse di uno spiacevole dovere?

“Sembra che siamo diventati una seccatura! Perché fate figli se poi ci date la colpa di avervi tolto la libertà?”

E quante volte, noi donne in particolare, ci ritroviamo a subire le idee degli uomini, ad avere a che fare con la dominante mentalità maschilista che permea la società? E cosa significa davvero essere femministe? Dobbiamo continuare a prostrarci dinanzi ad Adamo per quella costola mancante?

“Il club delle pecore nere” è un libro importante, una sorta di compendio, in chiave tragicomica, dell’attualità che stiamo vivendo. È anche l’esempio di come il volere tutto e subito, che caratterizza le nuove generazioni, non porti a nulla di buono, sia nel breve che nel lungo termine.

“Mamma pensò poi di ficcarmi in una scuola tenuta da implacabili suore svizzere, dove suor Lucidalba ci insegnò tutto sulla devozione della donna nei confronti dell’uomo. E ci credo: suo marito era Dio, mica ce l’aveva tra i piedi tutto il giorno a chiedere ‘dove sono i calzini’, anche se dopo venticinque anni di matrimonio sono sempre nel secondo cassetto.”

“Il club delle pecore nere” si fa divorare, ti entra dentro e va oltre, oltre le ideologie, oltre i luoghi comuni, oltre quelle che ancora oggi vengono definite tradizioni, oltre l’odio e verso un’unione fatta di amore, comprensione, dolore, fatica e difficoltà nel portare avanti ciò in cui crediamo.

Perché alla fine ciò che conta davvero è solamente essere se stessi, o almeno provarci, e fregarsene di tutti quelli che continueranno a vederci come pecore nere. 
Dopotutto immaginate che noia se tutte le pecore fossero bianche!

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venerdì 15 giugno 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti, lo strazio dell’amore, l’intolleranza dell’uomo


Il figlio prediletto, Angela Nanetti
“I ricordi adesso erano una poltiglia di terra impastata di rosso, ce l’avevo in bocca, scricchiolava tra i denti, gli colava sul mento. Aveva l’odore che saliva dalla tonnara durante la mattanza. Si alzò di scatto rovesciando la sedia e corse fuori, si sporse dal parapetto e vomitò l’anima.”
Giugno 1970, piccolo paese della Calabria. Tutto comincia dentro una macchina, dove Nunzio e Antonio, giovani promesse del calcio, consumano il loro amore segreto.

Improvvisamente alcuni uomini incappucciati e armati tirano fuori i due giovani dal veicolo e li colpiscono violentemente, uccidendo Antonio. 

Tre giorni dopo Nunzio Lo Cascio, dolorante nel corpo ma soprattutto nell’anima, viene fatto salire su un treno con destinazione Londra. Il padre e i fratelli hanno voluto tutto questo e ora Nunzio dovrà trovare da solo la forza per andare avanti e costruirsi una nuova vita. Anni dopo a ripensare a questa storia è la nipote di Nunzio, Annina, giovane donna anche lei in fuga da una realtà nella quale gli uomini comandano e le donne ubbidiscono, approdata in una Londra dalle mille possibilità con sempre in mente il pensiero della madre e della nonna rimaste a casa.

“Perché le madri non muoiono, sono come le montagne, anche le sante Rosalie. Muore l’Aspromonte? No, moriamo noi.”

Il figlio prediletto” (Neri Pozza, 2018)  è una storia straziante e davvero forte. Da una parte la ribellione nei confronti di una realtà assurda, dall'altra la mancanza di fiducia nell'umanità.
Angela Nanetti

Nunzio e Annina sono legati da un filo rosso che non può essere spezzato, nonostante le differenze di età. Entrambi lottano per una libertà della quale sono stati privati, ma qualcosa di forte li riporta alle origini, verso madri enigmatiche e sofferenti e padri da cancellare. 

A fare da cornice il contesto storico, quello dell’Italia con i suoi immigrati verso il nord dell’Europa e quella dell’Inghilterra che vedeva una donna, Margaret Thatcher, imporsi al governo, nel bene e nel male.

“Il figlio prediletto” colpisce dritto al cuore, il lettore soffre con Nunzio, con Antonio, con Annina, e non li dimentica, mai, neppure dopo aver lasciato quelle pagine così importanti e grevi. 

Un romanzo inquieto, una scrittura, quella di Angela Nanetti (scrittrice e autrice principalmente di libri per ragazzi), che si mostra con tutta la sua forza e prepotenza; è davvero un peccato che non sia presente nella cinquina dell’ambito Premio Strega 2018.
  
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giovedì 15 marzo 2018

“Il tempo degli amaranti” di Antonio Mocciola: la sofferenza e il timore di rivelare se stessi


Il tempo degli amaranti, Antonio Mocciola
“Spense la luce e si avvicinò al suo corpo addormentato, immaginandoselo al buio. Lui dormiva, e Silvana rimase a vegliarlo mentre i minuti passavano. Sentiva il suo respiro regolare, impercettibile, il movimento del lenzuolo leggero che seguiva il battito del cuore. Aveva sempre freddo, Alberto, pure d’estate. E si copriva tutto, fino al mento. A Silvana sembrava una negazione, una protesta verso di lei. Ne parlava con le amiche: è timidezza, sentenziavano. E così di notte faceva l’amore con lui accanto, senza di lui.”
Napoli, anni ’50. Alberto e Silvana si conoscono da sempre e la loro unione è ormai divenuta quasi un’abitudine per tutti. Il matrimonio e la nascita di un figlio sono gli esiti naturali di tutto ciò ma Alberto continua ad essere tormentato da quella madre sempre in pena per il marito scomparso tanti anni prima e dalla sorella maggiore che ha preferito farsi suora anziché affrontare quella vita che per lei era diventata troppo pesante. 

Fino a quando non decide di confessare a se stesso ciò che ormai aveva compreso da tempo, ossia che a lui piacciono gli uomini e non le donne. Ora tutto potrebbe essere più semplice, sarebbe sufficiente abbandonare quella vita imposta per potersi esprimere al meglio, ma le complicazioni non hanno mai fine: chissà se Alberto avrà il coraggio di compiere quel passo e se il lui dal quale è attratto lo corrisponde.

Il tempo degli amaranti” (Milena Edizioni, narrativa LGBT, con una prefazione di Claudio Finelli) è l’ultima pubblicazione di Antonio Mocciola, scrittore, giornalista pubblicista, conduttore e autore radiotelevisivo napoletano classe 1973, un romanzo che potrebbe essere definito rosa ma che è molto di più.

È la storia di un pezzo di Italia che, nonostante la sua bellezza, faceva tanta fatica a comprendere situazioni simili a quella raccontata qui. 

L’omosessualità, così come l'eterosessualità è sempre esistita ma ci sono voluti millenni perché si cominciasse a non considerarla una malattia e a smettere di sentirsi in colpa per una tendenza sessuale differente.

L’amaranto, il fiore che secondo la tradizione greca non appassisce mai, è il protagonista di
questa storia permeata da una tensione e da una inquietudine che non ha fine.
Antonio Mocciola


Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, che appassiona, che fa riflettere e riporta a tempi e mentalità purtroppo, in alcuni casi, non troppo lontane da noi. Un protagonista maschile con una serie di donne, tutte importanti, nello sfondo.

È una storia di amore, amore per la vita che in alcuni casi manca, è la storia di formazione di un ragazzo prima e uomo poi alle prese con scelte per nulla semplici. 

È la sua difficoltà a guardare la propria realtà con occhi sinceri, influenzato dai pensieri degli altri e dal timore di deludere tutti.

“Quando dalla finestra aperta la luce furibonda dell’alba si rovesciò nella stanza, i due uomini si svegliarono contemporaneamente, bianchi tra le lenzuola bianche, naufraghi in porto.”

È anche un romanzo ricco di speranza e con un messaggio molto importante, quello di non smettere mai di dedicarsi a se stessi, di coltivare le proprie aspirazioni e soprattutto il proprio modo di essere, in ogni piccola sfumatura.

Una storia da leggere senza paura per provare a capire, per comprendere che l’amore non ha limiti e che in fondo i sentimenti sono tutti uguali, proprio come la sofferenza di un uomo e di una donna.

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domenica 18 febbraio 2018

“Uomini che restano” di Sara Rattaro: donne fragili e deluse alla ricerca di un cielo comune

Uomini che restano, Sara Rattaro
“La mattina dopo è arrivata. Mi sembrava impossibile. Io avevo vissuto la mia Apocalisse e il sole era sorto un’altra volta. In tutte le parti del mondo, senza esitazione. Ho allungato una mano sulla parte vuota del nostro letto. E l’ho trovata fredda, inoccupata. Era tutto vero.”
Fosca e Valeria, due donne coraggiose prese alla sprovvista dagli imprevisti della vita ed entrambe lasciate dai compagni. Le motivazioni sono differenti ma per nessuna delle due è semplice affrontare queste situazioni, un po’ perché dopo anni credevano di conoscere la persona che stava loro accanto ma anche perché non si aspettavano tanta freddezza e insensibilità.

In comune hanno poi Genova, la città che le ha viste nascere e crescere e che nonostante tutto le lega indissolubilmente a lei. Per una casualità Fosca e Valeria si conoscono, sul tetto di un palazzo che accoglie le loro sofferenze e diventa spontaneo confidarsi, diventare amiche e scoprire poi che Valeria sta combattendo con il cancro e che il suo lui se ne è andato proprio nel momento del bisogno.

“Uomini che restano” (Sperling & Kupfer, febbraio 2018) dopo pochi giorni già alla seconda ristampa, è l’ottavo romanzo di Sara Rattaro, quello che lei stessa definisce ‘della maturità’.

Ancora una volta la scrittrice genovese conquista il pubblico italiano con una nuova storia ricca di emozioni e di spunti di riflessione.

Si parte da un tradimento per compiere poi un flashback nel passato alla ricerca di una spiegazione a ciò che è accaduto. I traditori sono gli uomini, ma i due hanno storie ben differenti e comprendere le loro ragioni sarà complicato, se non impossibile.

Ci sono poi la malattia, le complicazioni del dover ammettere l’omosessualità, la necessità di fingere per portare avanti realtà sempre negate.

“Pensai a quanto sarebbe stato doloroso se fosse capitato a lui.
Certo, io avrei insistito per essere accanto a lui in quel momento, ma noi eravamo profondamente diversi. Lo sono gli uomini e le donne. Noi soffriamo, loro si
Sara Rattaro, ©Rebecca Mais
impauriscono. Promisi a me stessa che lo avrei protetto da tutto questo. Lui e il nostro amore.”


E questa volta c’è anche Genova, la città dell’autrice e quella delle protagoniste di “Uomini che restano”. Sara Rattaro dà voce ad una Genova ferita che riflette gli animi tormentati dei protagonisti.

“Uomini che restano” ribadisce il coraggio delle donne e mostra quello degli uomini, non di tutti ma di quelli che restano con promesse reali, parole sincere e gesti concreti colmi di affetto.

“Una delle poche certezze che abbiamo è che questa vita arriverà alla fine. Quello che possiamo sperare è che nel frattempo sia accaduto qualcosa di veramente speciale.”

“Uomini che restano” si fa divorare, emoziona, provoca rabbia, dolore e conforto nel momento in cui il lettore comincia a comprendere e a prendere in considerazione punti di vista differenti.

Lo stile diretto e sempre riconoscibile di Sara Rattaro colpisce al cuore ancora una volta e dimenticarsi di Fosca, Valeria, Lorenzo e Ale sarà impossibile.

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giovedì 25 maggio 2017

“Dillo tu a mammà” di Pierpaolo Mandetta: quando le vie dell’amore e della famiglia sono infinite

Dillo tu a mammà, Pierpaolo Mandetta
“Eppure c’era un periodo in cui essere felice sembrava irrilevante, non ti domandavi se lo fossi oppure no. Esistere era una consuetudine meccanica, non ragionavi su come si facesse o sul modo corretto per farlo; esistevi perché respiravi, correvi, mangiavi e queste azioni erano sufficienti. Ripenso all'infanzia in cui non c’erano conti in sospeso con il destino, perché io avevo mamma, e lei contava su papà, che badava a Santina, che si prendeva cura di me.”
Samuele vive a Milano ormai da alcuni anni ma finalmente ha deciso di tornare giù al sud, nel Cilento, per comunicare alla famiglia che si sposa. Con lui Claudia, l’amica milanese, l’unica di cui si fidi realmente, single incallita e prezioso sostegno. Capita però che il padre di lui, durante la festa del paese, annunci che il figlio si sposerà con Claudia e Samuele non sa cosa fare perché lui è omossessuale e vuole sposare il compagno Gilberto. E ora? Come dirlo ai genitori senza creare un putiferio? Forse è meglio tornare a Milano e fare finta di niente?

“Dillo tu a mammà” (Rizzoli, maggio 2017) non è il primo romanzo di Pierpaolo Mandetta ma è senza dubbio il più completo e maturo, quello che in qualche modo racchiude i precedenti e sfocia in riflessioni importanti e nelle quali ogni lettore può ritrovarsi.

Si parla di giovani adulti alle prese con le scelte più importanti della vita, tra lavoro, amori più o meno corrisposti, di sensi di colpa nei confronti delle aspettative dei genitori, che talvolta si mostrano però più flessibili di quanto ci si sarebbe aspettati, dell'ansia di vivere che potrebbe travolgerci e anche di bullismo.

“Lo pensavo per convincermi. Per far coincidere i miei pruriti adolescenziali con le speranze di mamma e papà. Quelle speranze che un figlio non chiede, non ne vede l’esigenza, ma che loro producono ugualmente. Prima per il tuo bene, perché credono che i tuoi desideri siano immaturi o acerbi, e poi, piano piano, per il loro.”

Tutti, chi prima chi dopo, ci scontriamo con scelte difficili che dividono cuore e cervello e a condizionarci è anche la famiglia. Quella di Samuele, del Sud, è tra le più tradizionaliste e abitudinarie e questo complica ancora di più le cose.

“Si sa, nelle case del Sud è quasi una tradizione che le persone si sentano in colpa per questo o per quello. Che si sacrifichino in virtù di un volere più alto, che si pieghino alla famiglia e quasi aspettino la sua morte metaforica per poter fare, un giorno, ciò che davvero sognano e sentono.”
Pierpaolo Mandetta

Ci sono poi i ricordi del passato, la difficoltà di trovarsi in un luogo lontano e diverso da casa, i rimpianti (chi non li ha!) per quell’infanzia ormai trascorsa in cui tutto scorreva con spensieratezza.

“Dillo tu a mammà” colpisce al cuore con forza, commuove, fa riflettere ma fa anche ridere di gusto perché l’ironia non manca di certo al giovane autore cilentano classe 1987 che in questo romanzo racconta una storia che in parte è sua, suoi sono i luoghi descritti, tra boschi, montagne e bianche spiagge e per capirlo è sufficiente aver seguito il suo blog, VagamenteSuscettibile, o la sua pagina Facebook (oltre centomila i followers)  con i racconti delle mille peripezie di ragazzo del sud trasferitosi nella caotica, ma al tempo stesso ricca di opportunità, Milano.

Perché alla fine “Dillo tu a mammà” è un po’ il raggiungimento di un sogno per Pierpaolo Mandetta, è il riconoscimento di una scrittura che è dovuta passare prima tramite diverse autopubblicazioni e tramite il seguitissimo blog.  

“Dillo tu a mammà” è fresco, coinvolgente, si fa divorare in poche ore e ha una copertina davvero bella che non passa certo inosservata.

È uno di quei libri dei quali si sente la mancanza una volta giunti all'ultima pagina perché Pierpaolo è uno di noi e lo sono anche Samuele e Claudia, così preoccupati del futuro, a volte imbranati e insicuri, bramosi di serenità e avversi alle costrizioni ma soprattutto così reali.

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