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mercoledì 3 giugno 2026

“Tre nomi di Florence Knapp”: come la scelta di un nome può sconvolgere una vita

Tre nomi, Florence Knapp

“Si chiede ancora una volta se sta agendo nel modo migliore. Tutto questo, tutto quanto. Forse chiamare il loro figlio con un nome diverso sarebbe una liberazione. Non all’inizio, magari, ma in seguito.”

“Cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave.” – scriveva William Shakespeare in “Romeo e Giulietta” – ma varrà anche per i nomi che diamo ai nostri figli e le nostre figlie?

È una notte di tempesta quella in cui nasce il secondo figlio di Cora.

È felice di poterlo finalmente vedere, toccare e cullare ma sa che a questa felicità seguirà presto una scelta per lei difficile, quella del nome da dare al bambino. Sarebbe semplice accettare l’imposizione del marito che vorrebbe che il figlio si chiamasse Gordon come lui, come suo padre e come tutti i maschi della famiglia ma Cora sente che non è la scelta giusta e che questo potrebbe irrimediabilmente influenzarne l’intera esistenza. 

Pensa che potrebbe chiamarlo Julian, il cui significato è Padre del cielo, forse in questo modo il padre si sentirebbe celebrato, oppure Bear come vorrebbe la sorella Maia, un nome tenero e forte al tempo stesso.

Cora si reca quindi all’anagrafe e ci vengono mostrati tre scenari: uno per ogni nome. Le vite del bambino saranno differenti a seconda del nome scelto, ma lo saranno anche quelle della madre, che dovrà subire le reazioni del marito, e della sorella spettatrice inerme.

“Tre nomi” (Garzanti, febbraio 2026, traduzione di Federica Merati) è l’esordio letterario di Florence Knapp”, londinese, che con questo romanzo ha conquistato le classifiche inglesi e le case editrici di mezzo mondo.

Solitamente diffido dei libri in alto nelle classifiche ma questa volta ho sentito che non potevo non leggerlo perché tutte e tutti abbiamo un nome che è stato scelto per noi e che tante volte non ci piace o non ci fa sentire a nostro agio o che perfino decidiamo di modificare all’occorrenza.

“Questa certezza, tuttavia, non le risparmia continue diatribe con se stessa: basti pensare a tutte le volte in cui ha contemplato la possibilità che un nome potesse aver influenzato il corso della vita di una persona.”

Florence Knapp
Un nome può essere una condanna, tanto più se deciso, o meglio imposto - nessuno appena nate o nati ci chiede quale nome desideriamo - da un genitore per il quale si nutrono
sentimenti contrastanti.

Ed è così che la Knapp ci regala una storia di dolore, di perdita ma anche rinascita.

Una storia che ci porta a riflettere su tanti temi, l’amore, il non amore, la fratellanza e la sorellanza, il rapporto tra figli e genitori.

“Tre nomi” scorre sotto i nostri occhi (o tra le nostre orecchie nel caso di audiolibro) con potenza e tenerezza, un romanzo molto bello, molto attuale, in tanti momenti irrimediabilmente toccante e impossibile da dimenticare. 

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mercoledì 3 luglio 2024

“Lia” di Maria Cristina Russo: una donna alla ricerca d’amore tra gelosie e uomini violenti

Lia, Maria Cristina Russo

“Poi si alzò, andò ad aprire il forno e tirò fuori la teglia con il gâteau, mise una grossa fetta nel suo piatto e una in quello di Carlo e cominciò a mangiare e per la prima volta da anni mangiò in silenzio senza che nessuno le dicesse che c’era troppo sale o troppo poco, che la tovaglia aveva una macchia o che i capelli erano in disordine. Mangiò, sparecchio e andò a dormire e dormì come non le capitava da tempo.”

Lia attende come ogni sera che il marito rientri a casa dal lavoro. È in ansia perché non sa con quale umore rientrerà e se la cena gli andrà bene, poi qualcuno bussa alla porta di casa: è l’Ispettore di Polizia Giuseppe Cafiero che le comunica che il marito è stato ucciso. 

Quasi non le sembra vero, il marito non rientrerà né stasera né mai più e lei, ora cinquantenne, è finalmente è libera di fare ciò che vuole quando vuole, senza dover aspettare qualcuno che per trent’anni l’ha maltrattata fisicamente e psicologicamente.

Cafiero inizialmente si insospettisce dell’atteggiamento della moglie ma parlandoci scopre la sofferenza al quale è stata sottoposta per anni e il sollievo che ora prova con la scomparsa dell’uomo.

Nel frattempo, Lia inizia a conoscere persone nuove e fa amicizia, in modo molto particolare, con il vicino di casa John Westmoreland, affascinante e misterioso professore universitario di origini inglesi. Approfondisce inoltre la conoscenza con Cafiero e grazie a lui conosce quell’amore che non aveva mai sperimentato prima.

Tutto andrebbe bene e la storia potrebbe terminare così, se non fosse che per lei ci sono altri progetti e non tutti gli uomini che ora le sono accanto raccontano la verità.

“Lia” (Ivvi Editore, 2024) è il romanzo d’esordio di Maria Cristina Russo, già autrice di racconti contenuti nella raccolta “Ortensia e altri fiori” edito da Albatros Il Filo.

Maria Cristina Russo
Una storia dolorosa, di violenza domestica come purtroppo ne sentiamo quotidianamente. Si inizia con la morte di un uomo violento e la strada dovrebbe ora essere tutta in discesa per Lia, peccato che talvolta al peggio non c’è fine e di esperienze negative se ne aggiungeranno altre, troppe, alla sua vita.

Dall’amore passionale per l’Ispettore si passa alla strana amicizia con il vicino di casa e nessuno potrebbe immaginare come poi andrà a finire, un po’ come per ricordarci, ancora una volta, che non è sempre così semplice capire chi ci troviamo di fronte e quanto sia complicato fidarsi.

Oltre centosettanta pagine nelle quali viviamo il dolore e poi la speranza con Lia, il suo amore è anche il nostro, così come il finale che avremmo preferito fosse ben differente da questo.

Un esordio interessante e importante con un’unica pecca, l’editing che avrebbe dovuto sicuramente essere più accurato evitando così fastidiosi errori e refusi.

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mercoledì 6 settembre 2023

“Weyward” di Emilia Hart: tre donne coraggiose, il potere e fascino della natura e la prepotenza degli uomini

Weyward, Emilia Hart

“Anche sua madre era così? Anche lei avvertiva il richiamo della natura con la stessa forza con cui lo avvertiva Violet in quel momento? E che cosa poteva esserci di così sbagliato in questo?”

Kate vive a Londra, ha 30 anni e un giorno trova il coraggio di fuggire da quella vita e da quell’uomo che si erano trasformati in una vera e propria prigione. Si rifugia nel Weyward Cottage, una vecchia casa di campagna lasciata a lei in eredità da una prozia vista una sola volta tanti anni prima. Subito intuisce che quel posto nasconde dei segreti dalle lontane origini e si sente protetta come non mai. 

Quasi parallelamente ma nel 1942, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, Violet vive insieme al padre e al fratello in una vecchia dimora di famiglia. Lei vorrebbe solamente arrampicarsi tra gli alberi, stare in mezzo alla natura e sapere qualcosa di più su quella madre di cui nessuno vuole parlare e della quale l’unico ricordo è un medaglione con una W.

Nel 1619 Altha vive con la madre che le ha insegnato l’amore per la natura e i suoi segreti e per questo viene accusata di stregoneria. Un contadino del villaggio è morto improvvisamente, pare che lei si trovasse da quelle parti e quale migliore colpevole di una donna che si comporta in modo insolito?

Le donne Weyward sono uniche e tutte strettamente legate alla natura, nessuno può dire loro cosa fare e se anche ancora non lo sanno le loro esistenze saranno per sempre unite, nel bene e nel male, e dovranno combattere in un mondo di uomini troppo spesso violenti.

“Weyward” (Fazi Editore, luglio 2023, traduzione di Enrica Budetta), dell’australiana Emilia Hart, è un romanzo indimenticabile, con una copertina stupenda, che ci fa viaggiare per cinque secoli in compagnia di tre donne forte e ribelli che conservano un segreto che parla di fiori, di alberi, di insetti e di quanto di più bello la natura ci offre.

È anche la storia di un mondo patriarcale nel quale le donne più colte vengono chiamate streghe o alle quali viene proibito di coltivare la propria vita per poterle tenere sotto controllo con maggiore facilità.

“Sì, un giorno avrebbe lasciato Orton Hall e girato il mondo… da scienziata. Da biologa, sperava, o forse da entomologa? Qualcosa che aveva a che fare con gli animali, comunque, che, secondo la sua esperienza erano di gran lunga preferibili rispetto agli esseri umani.”

È una storia affascinante di donne che faticano ad andare avanti ma che in un momento
preciso trovano la loro strada e la personale sicurezza, di libri che possono salvare, di uomini che fanno la differenza in mezzo a tanta cattiveria.

“Per un po’ aveva pensato di aver perso per sempre la capacità di godersi la magia della lettura: la capacità di immergersi in un altro tempo, un altro luogo. Era stato come dimenticare di respirare.”

Emilia Hart
“Weyward” è un romanzo coraggioso, magico ed emotivo che ti cattura fin dalle prime pagine e non ti molla più, rimanendo impresso ben oltre la lettura.

La natura fragile e maestosa è specchio delle donne e con esse si intrecciano i rapporti materni e paterni che colpiscono per l’intensità regalandoci storie intense e fortemente attuali, al di là delle ambientazioni temporali.

“Non avevamo mai pensato a noi in questi termini, mia madre e io. Perché ‘strega’ è una parola inventata dagli uomini, una parola che dà potere a chi la pronuncia, non a coloro che descrive. Una parola che erige forche e roghi, che trasforma donne vive in cadaveri.”  

Uno stile travolgente, un libro da tenere vicino al cuore per ricordare che nonostante tutto e tutti la caccia alle streghe non è mai terminata ma che noi stesse possiamo coltivare la forza per andare oltre. 

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