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lunedì 4 giugno 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “La madre di Eva” di Silvia Ferreri: la disforia di genere e la ricerca di sé stessi

La madre di Eva, Silvia Ferreri


“È un sogno che avevo messo da parte finché non è rispuntato fuori e mi è arrivato in faccia violento e secco come un ceffone. Come una profezia inascoltata. Quando mi è tornato improvvisamente quel giorno, ricordo che mi fermai immobile sulla sedia, col fiato sospeso per paura che mi sfuggisse di nuovo. Perché non me l’ero ricordato prima? Per anni mi sono chiesta se quel sogno avesse potuto dirmi qualcosa, se avessi potuto darmi un indizio. O se fosse solo un sogno. Per anni mi sono tormentata con l’idea che avrei potuto fare qualcosa per cambiare il corso delle cose. Se solo fossi stata più attenta, più pronta. Invece che così lenta a capire.” 
Eva si è sempre sentito Alessandro, fin dai primi anni di vita. Da piccolissimo credevano si trattasse di un gioco da bambini ma ben presto genitori e insegnanti si rendono conto che c’è dell’altro sotto. Eva è nata nel corpo sbagliato, un corpo femminile che come un abito che non piace non sente suo e desidera solamente togliersi. Sono anni di tormento e malcontento, di contrasto con i genitori, di derisione

Finalmente al compimento dei diciotto anni può entrare nella sala operatoria di una clinica serba e cambiare sesso. A raccontare l’attesa di quei diciotto anni è la madre, stanca, impaurita, arrabbiata ma soprattutto piena di amore per quella figlia che non riesce a trovare pace.

La madre di Eva” (Neo Edizioni, 2017) è il primo romanzo della giornalista e scrittrice Silvia Ferreri, uno tra i dodici finalisti del Premio Strega 2018.

Una storia forte, l’immersione in un mondo ancora parzialmente sconosciuto, quello di coloro che necessitano di cambiare sesso a causa di un corpo che nulla ha a che fare con ciò che si sentono dentro di sé. 

Un viaggio lungo diciotto anni durante il quale l’intera famiglia è coinvolta: da una parte il desiderio
Silvia Ferreri
di vedere la propria figlia felice, dall'altra la difficoltà nell'accettare le scelte più difficili come quella di sottoporsi a delicati interventi chirurgici.  

Eva, un nome evocativo, la prima donna che procreò la stirpe umana, un nome beffardo che qui nulla ha a che fare con la femminilità e tutto ciò che le gira intorno.

Difficile schierarsi da una parte o dall'altra, entrambi hanno le loro motivazioni, le loro sofferenze, i loro dubbi. 

Ed entrambi infine si riconoscono in uno stesso obiettivo, per quanto percepito da differenti prospettive.  

Un romanzo attuale, crudo, spiazzante, un grido di libertà contro una natura che si mostra in tutta la crudeltà.

Un ottimo candidato al Premio Strega 2018!

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martedì 6 luglio 2021

“Borgo Sud” di Donatella Di Pietrantonio: candidato al Premio Strega il toccante continuo de “L’Arminuta”

Borgo Sud, Donatella Di Pietrantonio

“Adriana si credeva un angelo con la spada, ma era un angelo sbadato e feriva anche per sbaglio. Se non fosse arrivata, chissà, tutto il resto non sarebbe accaduto.”

È notte fonda quando qualcuno bussa con forza alla porta. Adriana, che la sorella non vedeva da tempo, ha un fagotto in braccio e il bisogno di un riparo sicuro. Sembra stia scappando da qualcuno, ma da chi? 

E davvero è in pericolo o si è inventata qualche storia per l’occasione? Adriana ha sempre portato scompiglio e per quanto le voglia bene la sorella sa che quando c’è lei di mezzo le cose cambiano ed è necessario guardare in faccia la realtà come mai prima. 

Non a caso emergono subito i problemi: Piero, in passato sempre premuroso e gentile, è ormai assente e distaccato ma affrontare ed accettare la situazione non è né semplice né immediato.

Poi un giorno arriva una chiamata che riporta le due sorelle a Borgo Sud, la zona marinara di Pescara che le ha viste nascere e in parte crescere.

Il passato ritorna più vivo che mai ed è forse arrivato il momento di risolvere le vecchie questioni per troppo tempo lasciate nel dimenticatoio.

“Borgo Sud” (Einaudi, novembre 2020) è il proseguo dell’amatissimo “L’Arminuta” (vincitore del Premio Campiello nel 2017) candidato al Premio Strega 2021. 

Donatella Di Pietrantonio è una maestra nel penetrare tra i sentimenti delle persone, lo fece con “L’Arminuta” e l’ha rifatto ora portandoci nuovamente nel mondo delle due sorelle.

“Con mia sorella ho spartito un’eredità di parole non dette, gesti omessi, cure negate. E rare, improvvise attenzioni. Siamo state figlie di nessuna madre. Siamo ancora, come sempre, due scappate di casa.”

Passato e presente si avvicendano rendendo le cose non certo semplici. Le questioni sentimentali non sono mai state il forte per le due donne ma alle menzogne non ci si abitua mai e ricadere in un buco nero è un attimo.

Donatella Di Pietrantonio
L’infanzia turbolenta è sempre rimasta in secondo piano per riaffiorare nei momenti peggiorie così accade nuovamente facendo riapparire anche quella madre caratterizzata dall’anaffettiva e dalla lontananza prodotte da una vita altrettanto sgangherata.

Nonostante possa essere letto anche autonomamente, senza dubbio “Borgo Sud” si gode maggiormente se si conoscono le vicende dell’Arminuta e della sua famiglia allargata.

È stato bello ritrovare le sorelle adulte, una di loro ora madre, e scoprire quali strade hanno intrapreso.

Ancora una volta ci si commuove e si soffre con loro, si attraversano momenti difficili, le insicurezze, si ritrova l’Abruzzo con il suo mare e la sua schiettezza e si riallaccia quel legame che si era creato inizialmente con il primo romanzo.

“Li stavo perdendo tutti: Piero, mia madre, Adriana. C’era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni.”

L’Arminuta non si dimentica, la si ama e anche questa volta, superata l’ultima pagina si continua a stare con lei e Adriana e a chiedersi cosa stiano facendo ora senza di noi.

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lunedì 21 maggio 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “Come un giovane uomo” di Carlo Carabba - la fatica del vivere tra le impetuose emozioni dell’anima

Come un giovane uomo, Carlo Carabba

“Nel corso degli anni, ormai cresciuto, avrei tentato più volte, passeggiano o correndo, di risalire a quel tempo smarrito, sperando che il contatto con lo stesso suolo che avevo visto coperto di bianco – come nelle fiabe la ripetizione di un gesto che era stato familiare rivela alla principessa smemorata che è tornata a compierlo le sue nobili origini e che non è quella che sta vivendo l’esistenza a cui è destinata – sapesse ritrovare la vibrazione originaria che aveva prodotto l’eco di ricordi che da tanti anni risuonava nella mia mente, restituendomi il centro perduto della reminiscenza e dell’oblio di cui ignoravo tanto e da cui tanto di quello che ero e sono dipende: la mia infanzia.”
Ci sono libri che ci vengono regalati, altri che troviamo in libreria, altri ancora che scopriamo per caso. Questo in particolare l’ho scoperto con la pubblicazione dei dodici candidati al Premio Strega 2018, la trama mi ha subito incuriosito e la copertina ancora più.

“Come un giovane uomo” (Marsilio, 2018) è la storia di Carlo, o meglio di parte della sua vita, narrata a partire da due coincidenze: la caduta della neve a Roma (dopo vent’anni dalla prima volta in cui la vide) e l’incidente di Mascia, caduta a causa della neve che si scioglieva, ora in coma. Quella stesse neve che una volta fu fonte di felicità ora diviene presagio negativo di un futuro incerto. Nasce così una lunga riflessione che parte dall’infanzia di Carlo, che altro non è che l’autore stesso, tra amicizie trovate e altre perdute, questioni familiari complicate e desideri inespressi a causa di un animo fragile e troppo spesso incerto.
Carlo Carabba


Per gran parte del libro le frasi si trascinano lunghe e a tratti pesanti ma c’è qualcosa in profondità, qualcosa di forte e poetico, che fa andare avanti nella lettura, per la curiosità di conoscere l’intera storia, per la voglia di scoprire se quell'agognata serenità e quel desiderato sfogo dell’anima abbiano poi preso vita.

Non è un libro semplice da leggere, manca forse un po’ di leggerezza a smorzare i toni cupi forieri di dolore, una sofferenza labirintica che si muove tra infanzia e adolescenza, verso un’età adulta che si impone con prepotenza. 

L’elaborazione del lutto è la vera protagonista, attorno ad essa si dipanano i dubbi e le insicurezze dell’autore, Carlo Carabba, – ragazzo e uomo, e soprattutto la paura di non riuscire a gestire le emozioni. Ma va letto per lo stile riconoscibile e sentito, per ricordare che non tutto va come ci aspettavamo ma che nonostante il dolore la vita ha un senso, sta a noi la decidere da che parte dell’esistenza stare.


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lunedì 11 giugno 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “Anni luce” di Andrea Pomella, on the road tra le capitali europee sulle orme della generazione grunge anni ‘90

Anni luce, Andrea Pomella

“È la storia di un’amicizia, e riguarda, certo, anche i Pearl Jam, Ma non solo i Pearl Jam. Riguarda tutto ciò che si metteva in moto quando dalle casse dello stereo usciva una loro canzone, il vortice di angosce, divertimenti, memorie, furori, gioie, inquietudini che si incanalava attraverso la loro musica. Non solo i Pearl Jam, perché non si possono raccontare i Pearl Jam senza accennare a cosa è stato il grunge, e quindi senza allargare il cerchio a quelle band di Seattle che, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, sconvolsero il mondo della musica scatenando l’ultima, grande fluttuazione della storia del rock, prima dell’attuale glaciazione.”
Tutti noi abbiamo vissuto quello strano e contrastante periodo che va dall'adolescenza all'età adulta, ognuno in modo differente e con sfondi e colonne sonore diverse. Il protagonista del romanzo è un giovane ragazzo romano degli anni ’90, frontman di una band che ha come punto di riferimento la musica grunge ed in particolare i Pearl Jam

C’è l’amicizia con Q, il chitarrista con il quale si crea un rapporto quasi simbiotico. E poi quel viaggio in Europa, sui treni e per le strade delle capitali e delle città più piccole e se il whisky è finito tornare in Italia perché lì costa meno e poi ripartire subito, macinando chilometri ed esperienze nuove e inaspettate. Un viaggio iniziatico che porta verso la conclusione di quel primo periodo della vita, o forse addirittura verso la conclusione di un’intera generazione.

“Anni luce” (ADD Editore, febbraio 2018) è la visione di quegli anni di Andrea Pomella, l’autore di questo particolare romanzo di formazione che rievoca emozioni e sensazioni forti che si mescolano con le parole di Eddie Vedder che hanno narrato una generazione. Ma non è necessario amare i Pearl Jam per apprezzare questa storia on the road: è sufficiente dotarsi di sensibilità e voglia di osservare questi ragazzi in balia di un’età bastarda la cui
Andrea Pomella
voce andava seguita per godere appieno, o così almeno credevano, di ciò che la vita offriva loro proprio in quel momento.

“Ero la vittima di uno scippo o forse quello era l’unico momento di tutta la mia vita in cui l’alba, la volpe, la città, il cielo rosato, il vento che proveniva dal mare, la fame e la sete, la via lattea, il gelo vellutato che copriva l’erba del prato, il mio zaino da vagabondo, le anime calde che ancora dormivano intorno ai piedi della collina nelle loro case di Scozia, tutto – all'improvviso – faceva di me un’unica, immensa cosa consapevole.”

Ci sono le incertezze, le speranze, la voglia di cristallizzarsi in quei giorni incredibili così pieni di vuoto e paura. C’è una società italiana che stava cambiando inevitabilmente, nella quale anche il pensiero mutava e finalmente il divorzio era legale. “Credo di appartenere alla prima generazione dei figli di divorziati” scrive Pomella, e non si sapeva bene come parlare di quella ‘cosa’ che provocava ancora scandalo, e gli altri “non sapevano come comportarsi con me”.

“Anni luce” è intenso, veloce, disorientante, ricco di musica, di impressioni, di ricordi, di passato e soprattutto uno dei più interessanti candidati al Premio Strega 2018.

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venerdì 15 giugno 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti, lo strazio dell’amore, l’intolleranza dell’uomo


Il figlio prediletto, Angela Nanetti
“I ricordi adesso erano una poltiglia di terra impastata di rosso, ce l’avevo in bocca, scricchiolava tra i denti, gli colava sul mento. Aveva l’odore che saliva dalla tonnara durante la mattanza. Si alzò di scatto rovesciando la sedia e corse fuori, si sporse dal parapetto e vomitò l’anima.”
Giugno 1970, piccolo paese della Calabria. Tutto comincia dentro una macchina, dove Nunzio e Antonio, giovani promesse del calcio, consumano il loro amore segreto.

Improvvisamente alcuni uomini incappucciati e armati tirano fuori i due giovani dal veicolo e li colpiscono violentemente, uccidendo Antonio. 

Tre giorni dopo Nunzio Lo Cascio, dolorante nel corpo ma soprattutto nell’anima, viene fatto salire su un treno con destinazione Londra. Il padre e i fratelli hanno voluto tutto questo e ora Nunzio dovrà trovare da solo la forza per andare avanti e costruirsi una nuova vita. Anni dopo a ripensare a questa storia è la nipote di Nunzio, Annina, giovane donna anche lei in fuga da una realtà nella quale gli uomini comandano e le donne ubbidiscono, approdata in una Londra dalle mille possibilità con sempre in mente il pensiero della madre e della nonna rimaste a casa.

“Perché le madri non muoiono, sono come le montagne, anche le sante Rosalie. Muore l’Aspromonte? No, moriamo noi.”

Il figlio prediletto” (Neri Pozza, 2018)  è una storia straziante e davvero forte. Da una parte la ribellione nei confronti di una realtà assurda, dall'altra la mancanza di fiducia nell'umanità.
Angela Nanetti

Nunzio e Annina sono legati da un filo rosso che non può essere spezzato, nonostante le differenze di età. Entrambi lottano per una libertà della quale sono stati privati, ma qualcosa di forte li riporta alle origini, verso madri enigmatiche e sofferenti e padri da cancellare. 

A fare da cornice il contesto storico, quello dell’Italia con i suoi immigrati verso il nord dell’Europa e quella dell’Inghilterra che vedeva una donna, Margaret Thatcher, imporsi al governo, nel bene e nel male.

“Il figlio prediletto” colpisce dritto al cuore, il lettore soffre con Nunzio, con Antonio, con Annina, e non li dimentica, mai, neppure dopo aver lasciato quelle pagine così importanti e grevi. 

Un romanzo inquieto, una scrittura, quella di Angela Nanetti (scrittrice e autrice principalmente di libri per ragazzi), che si mostra con tutta la sua forza e prepotenza; è davvero un peccato che non sia presente nella cinquina dell’ambito Premio Strega 2018.
  
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lunedì 10 aprile 2017

“Non volevo morire vergine” di Barbara Garlaschelli: quando il diritto alla sessualità viene ignorato e negato

Non volevo morire vergine, Barbara Garlaschelli
“Le certezze si assottigliano, diventano un lusso; ecco, quindi che tra le poche che mi sono rimaste c’è che non voglio morire vergine. E non penso solo alla deflorazione fisica, a quel piccolo strappo tra le gambe. No, penso che non voglio morire vergine di esperienze, di vita, di sbagli di successi, di fallimenti. Non voglio morire vergine di sole, di mare sulla pelle anche dove non sento più. Non voglio morire vergine nel cervello avido di sapere, capire, conoscere.”
Un tuffo nell'acqua troppo bassa e le gambe vanno a farsi benedire. Barbara aveva solamente quindici anni e ritrovarsi improvvisamente tetraplegica non fu certo semplice. Anni per farsene una ragione, anni di fisioterapia per riacquisire alcuni movimenti come quello delle braccia. 

E il resto? Forse una persona con una disabilità ripone in un cassetto i suoi sogni, le sue aspirazioni e le sue pulsioni? Certamente no e Barbara Garlaschelli ne è l’esempio più calzante.

“Non volevo morire vergine” (Edizioni Piemme, collana Voci, marzo 2017) è il suo non voler morire senza aver vissuto appieno ogni esperienza ancora nuova per lei. Si parla di sesso, ma non solo, l’essere vergine riguarda sbagli e successi non ancora vissuti, i viaggi che non ha ancora compiuto, le persone che non ha conosciuto, le sensazioni che desidera provare nonostante tutto.

Barbara, milanese ma piacentina di adozione, vive da sempre di parole, ha realizzato il sogno di diventare scrittrice (ricordiamo i suoi “Sorelle”, vincitore del Premio Scerbanenco, “Non ti voglio vicino”, finalista al Premio Strega 2010, e il memoir che ha avuto grande successo “Sirena”), è laureata, ha una vita sociale intensa e la fortuna di aver avuto due genitori che le hanno donato vicinanza, libertà e autonomia. 

Ma ciò che per tanto tempo le è mancato è stato vivere delle esperienze intense con degli uomini. Ne aveva vari tra gli amici ma il vedersi in una sedia a rotelle era per se stessa, quasi più che per gli altri, un limite che pareva invalicabile.

Sarà stato sufficiente tirare fuori il coraggio e l’essere così fortemente ostinata per andare oltre?

Non vi resta che leggere le duecento pagine di questo romanzo scritto con la profonda ironia che caratterizza Barbara Garlaschelli scrittrice e donna, parole sincere, e prive di filtri, che affrontano argomenti troppo spesso considerati tabù.
Barbara Garlaschelli

Per esempio chi ha mai detto che essere disabili significhi essere privati del diritto di poter esprimere la propria sessualità? E per quale motivo la questione dell’assistente sessuale continua ad essere ignorata? Al riguardo nell’aprile 2014 venne presentato al Senato un disegno di legge ma chissà quanto ancora sarà necessario attendere prima che la questione, considerata ancora troppo spinosa, venga presa in considerazione sul serio.

La sessualità è un aspetto fondamentale e imprescindibile di ogni essere umano, la storia di Barbara diventa così ancora più importante e rappresenta una speranza per tutti, disabili e non, è la prova di come nulla sia impossibile se davvero la si desidera e se si ha la fortuna di avere accanto un forte ed adeguato sostegno.


“Il sesso, per la società, non fa parte delle priorità di un disabile. Un disabile deve essere accudito, curato, trattato come un infante anche se ha quarant’anni, ma è impensabile che il suddetto abbia impulsi e desideri sessuali. Il disabile è un essere angelico asessuato, un eterno fanciullo che può aver diritto a coccole e abbracci e baci ma epurati dalla sensualità. Questo naturalmente lo pensa chi disabile non è. Perché, udite udite, le donne e gli uomini disabili desiderano, anelano, vogliono fare sesso. E non necessariamente innamorarsi. No, fare l’amore per il piacere di godere di sé e dell’altro.” 

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venerdì 28 maggio 2021

20 anni di Paese d’Ombre: intervista al libraio Gianpiero Carta per lo speciale anniversario della sua libreria indipendente

© Rebecca Mais
“Credo che nessun libraio degno di questo nome abbia mai guardato l’orologio mentre sta aprendo le scatole della novità appena arrivate in magazzino o se è intento ad allestire un tavolo: il vero libraio lavora con passione e credo sia proprio la gioia di fare un mestiere che lo entusiasma a permettere di passare sopra a uno stipendio non esattamente da capogiro, ai turni faticosi, al costante contatto col pubblico che può essere logorante. Le giornate di lavoro in libreria sono lunghe, è vero, ma il fatto stesso di stare in mezzo ai libri, di sentirsi parte attiva della filiera attraverso cui il libro arriva alle mani del lettore, la consapevolezza del proprio ruolo di operatore culturale rappresentano una gratificazione.” (Romano Montroni, “Memorie di un libraio”)

Era il 19 maggio 2001 quando la Libreria Paese d’ombre venne inaugurata a Villacidro, una cittadina del Medio Campidano, nel sud ovest della Sardegna.

Il giovane GianpieroCarta, laureato pochi anni prima in Scienze Politiche, apriva questa nuova attività con entusiasmo e coraggio e sono questi che gli hanno permesso di festeggiare i primi venti anni della sua splendida libreria, un must per gli amanti dei libri di Villacidro e dei paesi dei dintorni.

Situata nel centro storico, a pochi passi dalla chiesa patronale di Santa Barbara, la Libreria Paese d’ombre vuol omaggiare Giuseppe Dessì, lo scrittore che a Villacidro trascorse la sua infanzia e l’adolescenza, che con l’omonimo romanzo “Paese d’ombre” vinse il Premio Strega nel 1972.

Non è quindi un caso che all’interno della libreria vi sia una parte consistente dedicata alla letteratura sarda, comprendendo sia autori/autrici del passato che attuali. Non mancano i best sellers, i grandi classici mondiali, la manualistica, i libri di varia ed una stanza (la libreria è divisa in due da uno stretto corridoio) interamente dedicata ai libri per bambini con alle pareti splendidi disegni a tema.     

La sorella Elisabetta, la cugina Paola, entrambe evidentemente appassionate di libri, sono tra coloro che più spesso gli amici – clienti della libreria hanno potuto incontrare oltre a Gianpiero.

La Libreria Paese d’ombre è un bel posticino nel quale trascorrere del tempo per acquistare qualche bel libro e fare una piacevole chiacchierata con il libraio o la libraia di turno.

Lascio ora la parola a Gianpiero che ancora, dopo venti anni, svolge il suo mestiere con passione e sempre con un sorriso per chi varca la soglia della sua libreria.


© Paola Lilliu

Innanzitutto, auguri per i venti anni della tua libreria e complimenti per questo importante traguardo Gianpiero! Come stai vivendo questo anniversario e come pensi di festeggiarlo?

Ti ringrazio per i graditi auguri.

Festeggerò come sempre, condividendo cultura, amicizia, sorrisi, speranza e ottimismo con i miei amici clienti.

Questo momento lo sto vivendo in modo inaspettato, nel senso che non avrei mai pensato di arrivare a venti anni di attività da librario; ma i libri ti appassionano, ti seducono e se riesci a creare un rapporto di amicizia e fiducia con i clienti... ecco venti anni in un secondo.

 

Nel corso degli anni, e prima che tu aprissi, diverse librerie hanno tentato l’impresa ma hanno tutte, chi prima, chi dopo, chiuso. Cosa ha permesso a te di resistere e consolidare l’attività?

Penso nell'aver puntato fin dall'inizio attività nella completa indipendenza; in questo modo ho avuto la possibilità di poter plasmare la libreria seguendo le esigenze e gli umori dei clienti nel corso degli anni e dopo tanti errori. Poi è stata strutturata in modo non molto ampio, ma a dimensione locale. Non esistono piccole librerie, ma piccoli lettori.

 

Un noto giornale provinciale scrisse che il tuo era (in riferimento all’apertura della libreria), tra le altre cose, un test di maturità per Villacidro. Quindi ti chiedo: dopo venti anni ritieni che Villacidro sia culturalmente cresciuta?

Credo che Villacidro sia sempre stata una cittadina culturalmente ricca e dinamica; ultimamente è presente una buona vivacità letteraria, soprattutto tra i giovani e le donne. Il punto cruciale è che non riesce ad esprimere tutto questo fervore culturale in modo armonico ed omogeneo. Quindi voglio rispondere alla Tua domanda in modo positivo, pur nella sua caoticità e faziosità.

 

Quali differenze noti oggi rispetto a venti anni fa? Forse è cambiato il tipo di clientela? O sono differenti i generi di libri venduti?

Al pari della clientela è cambiato anche il libraio... ci siamo trasformati nel corso degli anni e nel corso dei vari avvenimenti storici e culturali. Oggi noto una maggiore attenzione nella scelta del libro, una conoscenza maggiore dei vari libri richiesti; sicuramente merito delle varie rubriche, trasmissioni, blog e pagine di giornali che dedicano finalmente il meritato spazio ai libri.

Per quanto riguarda i generi dei libri venduti, ho notato una sensibile ascesa dei libri per ragazzi, soprattutto album e il settore della saggistica.

 

© Paola Lilliu

“Come ho detto tante volte, i libri sono merci, ma non sono merci come tutte le altre, perché sono prodotti dello spirito, plasmano la nostra personalità, il nostro modo di stare al mondo: noi siamo anche i libri che leggiamo”. Queste sono le parole di Romano Montroni nell’introduzione di “Memorie di un libraio” di Orwell. Cosa rappresentano per te i libri? E dal momento che siamo anche i libri che leggiamo, tu quali libri leggi solitamente? Quali ti hanno formato?  

I libri, per me, rappresentano degli insegnanti di vita; degli amici che mi trasmettono sicurezza e consapevolezza in ogni occasione, che ti danno il consiglio giusto nei momenti più difficili, ma anche la battuta ad effetto nei momenti ironici.

Non ho un genere di libri preferito, mi piace spaziare e affrontare i vari generi, come poesia o libri per ragazzi. Tra i romanzi che mi hanno formato partendo dall'adolescenza posso citare “Il signore delle mosche” di William Golding, il “Giovane Holden” di J.D. Salinger. In una età un po' più matura potrei inserire “Sulla strada” di Jack Kerouac, “Martin Eden” di Jack London”, “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Come ultimi inserirei “Fiabe italiane” di Calvino, “Passavamo sulla terra leggeri” di Sergio Atzeni e “Stoner” di John Williams.

 

Cosa della tua libreria ami in modo particolare e perché?  

Ciò che amo maggiormente è la sua collocazione, ossia presso il centro storico della cittadina. Luogo purtroppo sempre più abbandonato a discapito della sua bellezza.

 

Cosa ami del tuo mestiere di libraio indipendente?

Semplicemente l'indipendenza, la libertà di scelta in tutti i campi senza condizionamenti. Ho fatto questa scelta fin dal principio nel rispetto del mio spirito libero da compromessi.

 

La pandemia non ha reso la vita facile a nessuno ma fortunatamente, ormai da mesi, si è deciso di non imporre la chiusura alle librerie. Come hai vissuto l’ultimo anno e come va ora che l’estate è vicina?

Dopo il grande spavento e disorientamento iniziale, ora riusciamo a convivere con il nostro sgradito ospite. La pandemia perlomeno ha avuto il merito di avvicinare/riavvicinare parecchie persone alla lettura; forse per evadere dalla drammatica realtà, per poter viaggiare tramite la lettura, per aggrapparsi a delle certezze o per evadere dalla monotonia e piattezza dei media.

 

Le nuove tecnologie e i social network hanno contribuito a ridurre le distanze, in ogni aspetto della vita. È stato così anche per te e la tua libreria?

Qualsiasi innovazione tecnologica, se usata bene e per scopi positivi, conferisce dei vantaggi. Nel mio caso, ha permesso maggiore visibilità e contato diretto con i potenziali clienti. Tutto ciò mi è possibile tramite l'utilizzo di vari social-media. Curiamo una pagina Facebook quotidianamente, che ha un discreto successo; soprattutto apprezzate le foto della mia collega Paola.

 

Nel corso degli anni non ti sei limitato a vendere libri nella tua libreria ma hai partecipato a diversi eventi. Ce n’è uno, o più di uno, che ti ha dato particolare soddisfazione o che ricordi in modo particolare?

© Paola Lilliu

Partecipiamo volentieri e con entusiasmo agli eventi esterni, di qualsiasi genere; come affermai già venti anni fa durante l'intervista per l'apertura libreria: “Sono i libri che spesso devono andare incontro ai lettori e non viceversa”.

L'evento più gradevole e a cui partecipo ogni anno con molta soddisfazione e #ioleggoperché, che consiste in una raccolta e donazione di libri alle varie biblioteche scolastiche del territorio. Ricordo in modo particolare una manifestazione legata all'evento #ioleggoperché, dove i ragazzi dell'istituto Alessandro Volta di Guspini/Arbus/Villacidro, per incrementare la donazione di libri, organizzarono un buffet con torte e vari dolci a forma di libro. La soddisfazione personale principale è la finalità di questa manifestazione: rimpinguare le scarne biblioteche scolastiche.

 

In venti anni di esperienza come libraio indipendente hai visto passare tante persone: sono stati di più quelli che Orwell definisce ‘snob da prima pagina’ o gli appassionati di letteratura?

Fortunatamente posso affermare “appassionati di letteratura”. Anche perché in una piccola libreria indipendente giungono lettori “maturi”, che sanno già ciò che cercano. Spesso chiedono consigli, ma hanno sempre un'idea ben precisa e definita.

 

Il cliente più bizzarro che abbia varcato la soglia della tua libreria? 

Come cliente bizzarro posso citare un ragazzo che durante le giornate uggiose, piovose, ma specialmente quando vi sono anche tuoni e fulmini si presenta puntualmente in libreria. Un giorno incuriosito gli chiesi il motivo di questa “tempistica metereologica” in libreria, lui rispose: “perché i libri mi danno sicurezza, riescono a rilassarmi e presso questa libreria mi sento a casa ed al sicuro. So che in mezzo ai libri sono protetto, non mi succederà niente e mi passa la paura”.

 

 Cosa ti auguri per i prossimi venti anni della tua libreria?

Altri venti anni e più di passione, amicizia e condivisione.


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mercoledì 9 gennaio 2019

“Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya” di Paolo Cognetti: alla scoperta della montagna e delle sue tante anime


“Forse lassù, mi dicevo, avrei potuto vedere il Tibet che non esiste più, che nessuno di noi potrà più vedere: ecco il viaggio che desideravo per i miei quarant'anni, adatto a celebrare l’addio a quell’altro regno perduto che è la giovinezza.”
Vi è mai capitato di essere attratti da libri di scrittori che però non vi convincono? Di quelli che mettono dei contenuti particolari nei loro scritti ma poi si comportano in maniera differente? In pratica libri di persone che ‘predicano bene ma razzolano male’?

Per quanto mi riguarda è il caso di Paolo Cognetti, scrittore venuto alla ribalta con “Le otto montagne”, vincitore del Premio Strega” e autore di “Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya” (Einaudi, 2018) pubblicato nel periodo natalizio.

Ho adorato “Le otto montagne” seppure con la consapevolezza (confermata da una presentazione del libro con lo scrittore presente) che non si trattasse di qualcosa di particolarmente originale visti i vari riferimenti al “Walden” di Thoureau o al più noto “Nelle terre estreme” (da cui il film “Into the wild”) di Krakauer.

La scrittura è davvero bella, trascinante, forse anche per via del periodo storico così frenetico nel quale stiamo vivendo ma per qualche motivo Cognetti non mi convince. Forse perché non è quell'eremita che vuol far credere, o così si descrive, nei libri, forse perché anche quest’ultimo è una sorta di rielaborazione del romanzo precedente e di suoi resoconti di viaggio già pubblicati.

In ogni caso anche “Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya” mi ha convinto e rapito, nonostante tutto, nonostante l’autore. Si racconta il viaggio di Cognetti tra Nepal e Tibet e, anche grazie ai disegni, è un po’ come essere in quel gruppo che tenta di conquistare la montagna, senza mai arrivare in cime ma abbracciandola da ogni lato e comprendendo ogni suo abitante vivente.
Paolo Cognetti

“Kora in tibetano, circumambulanzione in italiano: i cristiani piantano croci in cima alle montagne, i buddisti tracciano cerchi ai loro piedi. Trovavo della violenza nel primo gesto, della gentilezza nel secondo; un desiderio di conquista contro uno di comprensione.”

La montagna è viva sotto gli sguardi di chi la sente realmente, nasconde emozioni, sensazioni, demoni e spiriti di altri mondi.

Ritroviamo anche Remigio, vero amico e vero eremita di ogni storia di Cognetti, l’amico dell’anima, quello con il quale non sono necessarie troppe parole.

“Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya” è il viaggio che Cognetti compie per inaugurare i quaranta anni ed accogliere un nuovo percorso della propria esistenza.

“Ecco il quarto animale-guida, pensai: un leopardo, un lupo, un cane, una lepre.”

Non importa in questo caso chi sia l’autore, perché rileggerei questo libro e lo consiglio a coloro che vogliono perdersi in luoghi e culture lontane, che vogliono credere che vi sia qualcosa di superiore nella natura, quella vissuta profondamente, con sincerità, grati della sua magnificenza.

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lunedì 22 maggio 2017

Alla scoperta delle librerie e dei librai indipendenti d’Italia: la Libreria Paese d’ombre di Gianpiero Carta

© Rebecca Mais
"Una casa senza libreria è una casa senza dignità, — ha qualcosa della locanda, — è come una città senza librai, — un villaggio senza scuole, — una lettera senza ortografia." Edmondo De Amicis
Oggi parliamo di specie in via di estinzione. Di quale animale si tratta? No, no, nessun animale, parliamo di librerie indipendenti italiane!

Sì, è ormai palese che le librerie indipendenti italiane stiano, purtroppo, sparendo, con una velocità incredibile. Le grandi catene e la vendita di libri scontati nei supermercati, ma non solo, hanno debilitato i coraggiosi librai che si battono quotidianamente per portare avanti con passione le loro attività che contribuiscono alla diffusione della cultura in un’Italia che legge sempre meno.

Certo, tutti amiamo entrare nelle mega librerie di qualche nota catena, stipata di libri, ma vogliamo mettere con l’atmosfera delle librerie indipendenti, con un libraio che può darci consigli letterari, che ama parlare con chi varca la soglia della sua casa, con la tranquillità di un luogo in cui rilassarsi e girare indisturbati senza essere sepolti dalla folla?

Con questa mia rubrica voglio riscoprire le librerie indipendenti italiane, quelle che resistono e vanno avanti nonostante tutto e tutti, quelle dei piccoli paesi e delle grandi città.

Per cominciare vi presento la Libreria Paese d’ombre di Gianpiero Carta sita a Villacidro, una cittadina di poco più di quattordicimila abitanti nel Medio Campidano, a sud ovest della Sardegna. La libreria prende il suo nome da “Paese d’ombre” il romanzo dello scrittore Giuseppe Dessì che nel 1972 vinse il Premio Strega e che a Villacidro trascorse gli anni più belli della sua infanzia e adolescenza. 

A due passi dal municipio e dalla chiesa patronale la libreria di Gianpiero si trova in una zona strategica e fermarsi di fronte alla sua sempre aggiornata vetrina è ormai d’obbligo per chi transita di lì. Il passo successivo è entrare, come ho fatto io così tante volte, scoprire un libraio gentile, talvolta sostituito da un altrettanto gentile sorella, ed una miriade di libri tra i quali perdersi, divisi per generi, autori, con una parte dedicata completamente ai piccoli lettori ed un’altra, altrettanto importante, agli autori sardi, con un angolo completamente riservato agli scritti di e su Giuseppe Dessì.

Ma preferisco fermarmi qui e lasciar parlare il nostro impavido libraio indipendente.


© Rebecca Mais
Benvenuto nel mio blog Gianpiero. Quando e per quale motivo hai deciso di intraprendere il mestiere di libraio?

Ciao Rebecca, grazie a Te per avermi ospitato nel Tuo blog. Il “quando” preciso e decisivo della mia scelta è stato una notte di riflessione dopo aver avuto una brevissima esperienza di lavoro da dipendente. Il “quale motivo” personale l’amore per i libri, il loro profumo rilassante e terapeutico nonché l’amore per la conoscenza. Il “quale motivo” economico, la mancanza di una libreria nella mia cittadina.


Parlaci della tua Libreria Paese d’ombre. Come è, fisicamente, e cosa rappresenta per te?

Fisicamente si presenta in due settori/spazi ben distinti; uno dedicato alla narrativa e saggistica ed un altro alla manualistica e testi per ragazzi. Per me rappresenta il mio spazio vitale e sociale, quasi non lo vedo come un lavoro, ma bensì come un luogo di accrescimento spirituale e di conoscenza.


Una zona della tua libreria è dedicata ai lettori più piccoli. Quali sono i titoli da loro preferiti? 

I lettori di più piccoli si appassionano per i libri che permettono loro un’interazione con il racconto stesso o che lascino uno spazio ad un loro intervento nello scorrere degli eventi della narrazione.


C’è un genere più richiesto tra i lettori adulti?

Tra i lettori adulti, che per mia personale esperienza sono prevalentemente donne, non vi è un genere che prevale nettamente sugli altri. Azzarderei saggistica.

© Rebecca Mais
Hai mai pensato ad un franchising per la tua libreria?

Pensato mai, proposto innumerevoli volte e fortunatamente sempre rifiutate. Voglio essere un libraio e non un commesso.


Quale pensi sia il problema principale per le librerie indipendenti? Le persone che non leggono o qualcosa di più profondo?

Penso sia la poco tutela da parte degli editori nei confronti delle librerie indipendenti, non riconoscendo in noi il vero polmone vitale della promozione e diffusione del libro.


Immagino ti arrivino richieste di ogni tipo ma qual è la più assurda che ricordi?

Ormai è una richiesta assurda continua: “quanto è lo sconto”, prima ancora di sapere che libro o scrittore desidera il lettore.


Quanti libri leggi in media in un anno? 

Mediamente circa trenta.
Almeno due/tre al mese credo sia terapeutico.


L’ultimo libro letto?

“Il grande nudo” di Gianni Tetti


Come il diffondersi delle nuove tecnologie ha influenzato il tuo mestiere di libraio?

Le nuove tecnologie quando usate bene sono un vantaggio per tutti. La diffusione della lettura passa anche tramite gli e-book. o altri modi di lettura. Quando uno ama un libro alla fine lo vuole “possedere” materialmente, ossia in formato cartaceo. Non ho mai visto i librai scendere in sciopero contro “nuove forme di lettura”… vedi esempi recenti in altri settori .
© Rebecca Mais
Credo sinceramente che ancora ad oggi la rivoluzione tecnologica più avanzata sia il libro.


Qual è, per te, il cliente ideale?

Quello con cui chiacchierare di libri e scrittori… cioè di noi e di vita.
Non è necessario l’acquisto.


Per quale motivo un lettore dovrebbe preferire una libreria indipendente ad una grande catena?

Le motivazioni sono strettamente personali... ma da Noi un lettore dovrebbe sentirsi più “libero”, e “tutelato” rispetto alle imposizioni del mercato o dettato dagli sconti civetta.

  
Un augurio per il libraio che ti succederà in questa rubrica?

Coraggio, la nostra è una “missione” meravigliosa.


Ti ringrazio Gianpiero e spero che le tue parole contribuiscano a ricordare ai lettori (attuali e futuri) che esistono tante altre librerie come la tua, indipendenti, ricche di libri e di passione di chi come te ci ha creduto e continua a farlo.

Alla prossima libreria italiana indipendente! 

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