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lunedì 11 febbraio 2019

“Il libro dei libri da leggere per diventare grandi" di Pierdomenico Baccalario: il meglio dei libri per una vita letterariamente soddisfacente


“Di che libro si tratta? Quale storia racconta? Chi l’ha scritto e per quale motivo? Se siete nella condizione di doverne scegliere uno, e uno soltanto, provate a cercarlo tra quelli che si trovano in questo piccolo elenco. Sono praticamente sicuro che ognuno di loro sia in grado di generare spontaneamente nuovi lettori, cioè quegli strani esseri che, una volta terminata una lettura, salteranno a chiedere alla maestra o alla zia Priscilla o alla stanza deserta dove sono stati di nuovo dimenticati: <<Non ne avresti per caso un altro?>>”
Quaranta libri, quaranta suggerimenti per lettori di ogni età. Si comincia con le letture per i più piccoli fino ad arrivare a quelle per giovani adulti, ognuno di queste può essere però apprezzata e da amata da un lettore di qualunque età.

“Il libro dei libri da leggere per diventare grandi” (Einaudi Ragazzi, ottobre 2018) è l’ultimo libro di Pierdomenico Baccalario, scrittore e sceneggiatore classe 1974, che forse avrete sentito nominare con lo pseudonimo Ulysses Moore.

In centosettantuno pagine, arricchite dalle splendide illustrazioni di Andrea Uncini, Baccalario racconta e suggerisce un pezzo importante di letteratura mondiale.

Ci sono tutti i più grandi da Roald Dahl con “Le streghe” a Michael Ende con “La storia infinita”, da Jack London con “Il richiamo della foresta” a Jeff Kinney con “Diario di una schiappa” e Patrick Ness con “Sette minuti dopo la mezzanotte”.

Si comincia con “Nel paese dei mostri selvaggi” di Maurice Sendak e si termina con “Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway” passando per Agatha Christie, Gianni Rodari, Astrid
Pierdomenico Baccalario
Lindgren e tanti altri.

Non si tratta però di un elenco, come a primo acchito si potrebbe pensare, perché per ogni libro vengono indicati trama, personaggi principali, le frasi memorabili da ricordare, il perché valga la pena di essere letto, curiosità, e persino altri titoli che possono essere letti in quanto affini.

Per farvi un esempio avete presente “L’isola del Tesoro” di Stevenson? Sapevate che “La mappa che è stampata su tutte le edizioni del libro non è quella vera. L’originale venne spedita da Stevenson alla casa editrice, ma venne persa (o rubata? Ta-dah!) in qualche ufficio postale tra la Scozia e Londra.”?

Troviamo persino Stephen King con “Il corpo” del quale ci viene raccontato il seguente aneddoto:

“L’autore smaniava per pubblicare questo tipo di racconti lunghi, chiamati novelle, ma nessun editore era disposto a pubblicare testi di quella lunghezza. Così, ne ha scritti altri tre e li ha riuniti tutti insieme in un libro intitolandolo Stagioni diverse. A quel punto, l’editore ha accettato di pubblicarlo.”

Sì, posso dire che questo è proprio il libro dei libri. Centosettanta pagine che sarebbero potute essere molte di più ma nonostante l’autore abbia dovuto fare delle scelte, ha saputo scegliere i titoli migliori, quelli più stimolanti e che non dovrebbero mancare tra gli scaffali delle librerie dei veri bibliofili.

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mercoledì 9 novembre 2016

L’imperfetta meraviglia di Andrea De Carlo: dalla Provenza la ricetta per una felice imperfezione

L'imperfetta meraviglia
“Questo fiordilatte contiene l’essenza di cose vissute, o anche solo sfiorate, o immaginate; un insieme di elementi indefinibili e inafferrabili che per lei sono l’essenza dell’imperfetta meraviglia. Però adesso avrebbe un disperato bisogno di riscontri esterni, e qui in gelateria non sta entrando proprio nessuno, né sembra probabile che entri nelle prossime ore. E se non c’è nessuno ad apprezzarla, la meraviglia, che senso ha avuto catturarla, ammesso che ci si riuscita davvero? Chi glielo può dire, se l’ha catturata, o se ha solo preso un abbaglio?”
Milena Migliari e Nick Cruickshank. Gelataia italiana lei, stanca degli uomini e per questo convive da alcuni anni con Viviane, nella splendida Provenza; vocalist dei Bebonkers lui, di origine scozzese, in procinto di sposare Aileen ed impegnato con l’organizzazione del concerto della sua ormai famosissima band. 

Due vite completamente differenti accomunate però dall’aver raggiunto un punto di stallo. Lei adora creare gelati, lo fa con passione e sente che i suoi non sono semplici gelati, bensì esperienze ricche di sensazioni, profumi, sapori, ma non tutti sono in grado di comprenderlo. Viviane era così appassionata ma negli ultimi tempi sorvola su ogni cosa e pare avere in testa solamente l’idea di avere un figlio, per questa ragione presto Milena si sottoporrà alla fecondazione assistita, pur non essendone troppo convinta. 

Nick sta per sposarsi, si tratta del terzo matrimonio, con quella Aileen che inizialmente pareva rispecchiare i suoi ideali di donna, ma ora quella magia è finita, il ritmo è cambiato tra di loro. Fino a quando Milena si ritrova a casa di Nick perché qualcuno ha ordinato alcuni chili di gelato, e qui accade qualcosa, in positivo e negativo, si crea una sorta di vortice che potrebbe sconvolgere la quotidianità di tante persone. 

Un nuovo libro di Andrea De Carlo, anche stavolta tanto atteso. Ne sono passati di anni da quando uscì “Treno di panna” (Einaudi, 1981) ed era il 2014 quando venne pubblicato l’ultimo romanzo, “Cuore primitivo”.

Nonostante l’apprezzamento della critica nei confronti delle ultime opere è probabile che ai lettori fedeli pensassero ancora ai vecchi tempi, a quelle sensazioni provate leggendo “Due di due” (Mondadori, 1989) o “Di noi tre” e sembra proprio che con “L’imperfetta meraviglia” (Giunti, settembre 2016) ci sia riuscito.

Un De Carlo certamente più maturo e consapevole rispetto ai primi libri, ma con quel tocco di sconsideratezza e intensità che mancava da un po’.

L’imperfetta meraviglia” è un cercare di comprendere quegli aspetti della quotidianità che possono portare ad un inevitabile crollo, è l’insicurezza che proviamo quando intorno a noi nulla sembra andare bene, è il sentirci inadatti alla vita che stiamo vivendo. 
Andrea De Carlo

Ma è anche la ricerca di cambiamenti, uno scavare dentro noi stessi, un non voler dare nulla per scontato, un incontro tra anime fragili.

Per quale motivo non dovremmo essere fautori delle nostre scelte? È giusto desiderare cambiamenti quando si è perso l’entusiasmo iniziale? Sono questi alcuni degli interrogativi che ci si pone durante, e dopo, la lettura de “L’imperfetta meraviglia”. 

La meraviglia imperfetta è la vera protagonista, con il suo carattere effimero, con il suo saper sorprendere, con la sua imperfezione.

Trecentosessantotto pagine da divorare, tra le quali è interessante cogliere i punti di vista dei protagonisti, non più giovanissimi, ormai da tempo alle prese con situazioni e scelte non semplici.

“L’imperfetta meraviglia” racconta l’incertezza di due vite, forse le nostre, in ogni caso non risulta complicato immergersi in questa storia dal sapore agrodolce, dalla colonna sonora creata ad hoc da De Carlo, e dal finale che assume toni quasi comici ma ancora una volta spietatamente reale.






mercoledì 25 ottobre 2017

"Le tre del mattino" di Gianrico Carofiglio: quando padri e figli si ritrovano inaspettatamente

Le tre del mattino, Gianrico Carofiglio
“Quando finì, inseguendo il senso di ciò che aveva suonato in due scale conclusive e malinconiche, scoppiò in un applauso pieno di simpatia. E anch'io applaudii e continuai a farlo finché non fui sicuro che mi avesse visto, perché cominciavo a capire che esistono gli equivoci e non volevo che ce ne fossero in quel momento.”
Primi anni Ottanta. Antonio è un ragazzo al termine del liceo che a causa di un enigmatico problema di salute si ritrova a Marsiglia per sottoporsi ad una visita da uno specialista del posto. Ad accompagnarlo il padre, un uomo con una brillante carriera da matematico che fatica però ad esprimersi con il figlio. Quest'ultimo nutre un profondo rancore nei suoi confronti, in particolare per aver lasciato lui e la madre soli da ormai tanti anni. Marsiglia per Antonio non è altro che una città pericolosa, con nulla di interessante, pur non essendoci mai stato, ma si rivelerà ben diversa da come pensava e soprattutto sarà qui che padre e figlio troveranno finalmente un punto di contatto e l’occasione per conoscersi per la prima volta.

“Le tre del mattino” (Einaudi, ottobre 2017) è l’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, scrittore pugliese noto soprattutto per i suoi thriller legali che di tanto in tanto ci delizia con romanzi che potrebbero essere definiti di formazione, come in questo caso.

Si tratta di una storia che si fa leggere con molta semplicità ma per nulla banale. Al centro l’esplorazione del mondo di due uomini, uno il giovane Antonio, l’altro l’ormai adulto padre. Il primo alle prese con le decisioni sul futuro e la visione di una vita ancora così poco definita, il secondo ancora attaccato ad una donna, la madre di suo figlio, elemento imprescindibile della sua esistenza nonostante la separazione.

E poi c’è quell'occasione, quel periodo sospeso dall'essenza delle storie lascive francesi, una sorta di limbo in cui tutto potrebbe accadere e all'interno del quale i due riescono finalmente a parlare; tutti i
Gianrico Carofiglio
pregiudizi reciproci svaniscono e si accorgono anzi di avere in comune molto più di quanto avrebbero mai immaginato. E il tempo assume un nuovo valore, si dilata, con la consapevolezza che tutto dipende da questo.

“L’essenziale, spiegò come se ci stesse impartendo una lezione (e in realtà era proprio così), era non lavorare più di quanto fosse necessario, magari solo mettendo da parte un minimo di riserva per le emergenze.”

In qualche modo mi ha fatto pensare al romanzo di Marco Missiroli “Atti osceni in luogo privato” (Feltrinelli, 2015), forse perché il protagonista è maschile, forse perché si parla di altri libri, forse per l’atmosfera che si respira, sebbene si tratti di storie differenti.

Le tre del mattino” è ricco di immagini piacevoli, di frasi belle che ispirano nuove riflessioni. È un viaggio nel mondo maschile, sempre troppo poco sondato nel mondo della letteratura in generale, ed è infine la scoperta di una Marsiglia affascinante, inedita ai più e fuori dal tempo.

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lunedì 11 marzo 2019

“Fedeltà” di Marco Missiroli: l’amore, il desiderio e il coraggio di scoprire se stessi

Fedeltà, Marco Missiroi

“E ora che si faceva toccare dal suo fisioterapista con un’intensità giusta in una zona di confine, nell’attesa di comunicargli dove fosse il punto esatto del dolore, Margherità torno lì: suo marito, la porta del bagno, edificio 5 dell’università, piano terra, toilette femminile. Era quello il punto esatto che le doleva da due mesi.”
È tra i libri dei quali si parla maggiormente in questo momento, almeno per quanto riguarda gli scrittori italiani. Con “Il senso dell’elefante” (Guanda) nel 2012 Marco Missiroli ha vinto il Premio Campiello Giuria dei Letterati, il Premio Vigevano - Lucio Mastronardi e il Premio Bergamo; nel 2015 con “Atti osceni in luogo privato” (Feltrinelli) vince il Premio SuperMondello e il Premio letterario Elba.

Di quest’ultimo mi sono innamorata per la scrittura, per il sapore di romanzo di formazione di altri tempi. 

E quando ho saputo della pubblicazione di “Fedeltà” (Einaudi, febbraio 2019) non potevo che esserne entusiasta ed incuriosita.

Ammetto che non si è trattato di una lettura così scorrevole, non perché mi sia annoiata o perché la storia fosse pesante ma perché si tratta di un libro che va masticato lentamente, poi digerito con calma e infine ripensato per non rischiare di commettere l’errore di giudicare fatti e/o persone.

“Fedeltà” è la storia di Carlo e Margherita, ma anche quella di Andrea e di Sofia. I primi due sono sposati, e tutto nasce da un presunto malinteso nato nel bagno dell’università dove Carlo è stato visto con una studentessa. Lui dice di averla soccorsa, Sofia, la studentessa, conferma la versione del Professore, ma nella mente della moglie si insinua immediatamente il tarlo del dubbio

Non sono in crisi, la loro intesa è quella di sempre ma il tradimento potrebbe cambiare tutto tra i due. Carlo insegue qualcosa che apparteneva al passato e Margherita si accorge di desiderare qualcosa di simile nel momento in cui incontra Andrea, fisioterapista, più giovane di lei e in possesso di quella leggerezza che non ricordava più. E poi c’è Anna, la madre di Margherita, che con la sua esperienza è colei che supervisiona le varie situazioni e tiene insieme i legami tra loro.

La trama è forse un primo indizio per comprendere la particolarità di questo romanzo, non si
Marco Missiroli @ Rebecca Mais

parla di un tradimento come tanti altri letti altrove, ma di ciò che i protagonisti vivono di fronte al bivio della fedeltà. Carlo si chiede
“se tradire, per lui, fosse stato il modo per tornare a essere fedele a Margherita?".

E questo è il punto cruciale: amore e fedeltà sono forse due cose differenti, amore nei confronti di una e desiderio dell’altra, senza voler rovinare il rapporto con la prima ma anzi con l’intento di rafforzarlo?

“Invece rimasero qualche minuto, poi lui si alzò dal divano e per salutarla la baciò, quando uscì dall'appartamento fu certo di fuggire. Dalla casa che l’avrebbe seppellito di debiti, dal tentativo di riparazione materiale, dal sigillo di una maturità ufficiale.”


La necessità di sentirsi desiderati, di tornare a periodi più leggeri e privi di responsabilità sono la vera chiave di un rapporto?

Non è forse una mera necessità fisiologica della quale potremmo fare tranquillamente a meno? Ma soprattutto, evitare il contatto fisico con la persona desiderata ci fa essere comunque fedeli al nostro partner?

E dove si trova il confine? Il punto di rottura?

“Poteva concedersi un vaso comunicante, la compiutezza con una moglie e la compiutezza con un’amante. Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento. Rispetto a cosa avrebbe tradito? Cosa toglieva consumarsi con un’altra ragazza, accaparrandosi una gioia momentanea e dando, possibilmente, una gioia momentanea.”

“Fedeltà” fa riflettere e fa venir voglia di scagliarsi contro i protagonisti con le loro scelte spesso poco condivisibili. “Fedeltà” è il continuo ideale di “Atti osceni in luogo privato”: nel primo Libero sperimenta e si scopre, ora quel tempo è passato ma forse qualcosa rimane di quell'età, di quelle scelte. 

Anche Milano è diversa, è una città dal passato importante (con le vecchie vie raccontante dal grande Buzzati) ma ora più matura che dona ma pretende anche tanto e si contrappone alla Rimini, luogo di nascita e formazione dell’autore, simbolo di leggerezza e poesia.

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lunedì 16 novembre 2020

“Dimmi che non può finire” di Simona Sparaco: un viaggio spirituale al femminile alla ricerca del proprio cammino

Dimmi che non può finire, Simona Sparaco

“I numeri mi stavano tradendo, e non ero disposta ad accettarlo. Mi ero sempre lamentata, ma in realtà – proprio come una supereroina – non volevo perdere il mio potere. Quello che mi rendeva unica. Soprattutto, dopo aver inscenato uno psicodramma lungo un mese, fatto di fughe, ritorni, bugie, volevo aver ragione. A dire il vero, io volevo sempre avere ragione.” 

La nostra vita è circondata da numeri, dalla nostra data di nascita ai giorni che si susseguono sul calendario, da quelli che studiamo a scuola a quelli che vediamo ovunque ci giriamo. Ma se questi divenissero fonte di ossessione

È ciò che accade ad Amanda, quasi trentenne, che fin da piccola considera i numeri come rivelazione di ciò che le capiterà. 

Lei crede che le cifre le indichino la fine dei suoi momenti di felicità e per evitare il peggio preferisce giocare in difesa ed interrompere per tempo qualunque cosa, a discapito della sua vita. 

Abbandonato il lavoro nella redazione di un noto quiz televisivo decide di accettare di occuparsi di un bambino di sette anni; i bambini non le piacciono e qualora dovesse interrompere anche questo impiego il dispiacere non sarebbe poi così grande. Non ha però tenuto conto del fatto che questo bambino le somiglia, le cambierà la vita e soprattutto trasformerà il suo modo di pensare e vedere le cose. E chissà che anche il padre del bambino non possa fare la sua parte…

“Dimmi che non può finire” (Einaudi, ottobre 2020) è il nuovo romanzo di Simona Sparaco, un nuovo viaggio tra le emozioni che tiene incollati alle pagine dall’inizio alla fine.

Amanda è una donna in crisi a causa di un passato e di un presente non semplici. Le vicende della vita l’hanno portata ad essere diffidente e ad affidarsi ai numeri come unico rifugio di salvezza. Quando qualcosa di positivo le capita crede che la durata sarà breve e la felicità è per lei una meta inaccessibile. Il rischio non rientra tra le possibilità ma potrebbe essere l’unica scelta in grado di mostrarle una prospettiva differente.

Simona Sparaco

E poi c’è l’amore, anche questo sempre definito da una precisa data di scadenza. Ma se fosse l’ora di lasciarsi andare e non pensare più a nulla?

“Poi osservai il mio nuovo compagno di banco: costretto a mangiare qualcosa che non gli piaceva, ferito anche lui dalla vita, con un padre assente, una madre morta, una nonna anaffettiva e una domestica di pietra; un innocente innamorato di un’orribile femmina che presto lo avrebbe fatto soffrire. Quel bambino era la cosa più vicina alla versione aggiornata di me che io avessi mai incontrato prima.”

“Dimmi che non può finire” racconta vite reali, mostra il rovescio della medaglia – la ricchezza materiale non significa nulla – ma soprattutto è l’immagine di una donna in evoluzione, una donna sola e smarrita tra le fatiche quotidiane che scoprirà le sue potenzialità e dopo un percorso molto intimo e doloroso si renderà conto di meritare ogni cosa, nel presente e nel futuro.

Bello, divertente, commovente, profondamente attuale e reale.

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martedì 6 luglio 2021

“Borgo Sud” di Donatella Di Pietrantonio: candidato al Premio Strega il toccante continuo de “L’Arminuta”

Borgo Sud, Donatella Di Pietrantonio

“Adriana si credeva un angelo con la spada, ma era un angelo sbadato e feriva anche per sbaglio. Se non fosse arrivata, chissà, tutto il resto non sarebbe accaduto.”

È notte fonda quando qualcuno bussa con forza alla porta. Adriana, che la sorella non vedeva da tempo, ha un fagotto in braccio e il bisogno di un riparo sicuro. Sembra stia scappando da qualcuno, ma da chi? 

E davvero è in pericolo o si è inventata qualche storia per l’occasione? Adriana ha sempre portato scompiglio e per quanto le voglia bene la sorella sa che quando c’è lei di mezzo le cose cambiano ed è necessario guardare in faccia la realtà come mai prima. 

Non a caso emergono subito i problemi: Piero, in passato sempre premuroso e gentile, è ormai assente e distaccato ma affrontare ed accettare la situazione non è né semplice né immediato.

Poi un giorno arriva una chiamata che riporta le due sorelle a Borgo Sud, la zona marinara di Pescara che le ha viste nascere e in parte crescere.

Il passato ritorna più vivo che mai ed è forse arrivato il momento di risolvere le vecchie questioni per troppo tempo lasciate nel dimenticatoio.

“Borgo Sud” (Einaudi, novembre 2020) è il proseguo dell’amatissimo “L’Arminuta” (vincitore del Premio Campiello nel 2017) candidato al Premio Strega 2021. 

Donatella Di Pietrantonio è una maestra nel penetrare tra i sentimenti delle persone, lo fece con “L’Arminuta” e l’ha rifatto ora portandoci nuovamente nel mondo delle due sorelle.

“Con mia sorella ho spartito un’eredità di parole non dette, gesti omessi, cure negate. E rare, improvvise attenzioni. Siamo state figlie di nessuna madre. Siamo ancora, come sempre, due scappate di casa.”

Passato e presente si avvicendano rendendo le cose non certo semplici. Le questioni sentimentali non sono mai state il forte per le due donne ma alle menzogne non ci si abitua mai e ricadere in un buco nero è un attimo.

Donatella Di Pietrantonio
L’infanzia turbolenta è sempre rimasta in secondo piano per riaffiorare nei momenti peggiorie così accade nuovamente facendo riapparire anche quella madre caratterizzata dall’anaffettiva e dalla lontananza prodotte da una vita altrettanto sgangherata.

Nonostante possa essere letto anche autonomamente, senza dubbio “Borgo Sud” si gode maggiormente se si conoscono le vicende dell’Arminuta e della sua famiglia allargata.

È stato bello ritrovare le sorelle adulte, una di loro ora madre, e scoprire quali strade hanno intrapreso.

Ancora una volta ci si commuove e si soffre con loro, si attraversano momenti difficili, le insicurezze, si ritrova l’Abruzzo con il suo mare e la sua schiettezza e si riallaccia quel legame che si era creato inizialmente con il primo romanzo.

“Li stavo perdendo tutti: Piero, mia madre, Adriana. C’era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni.”

L’Arminuta non si dimentica, la si ama e anche questa volta, superata l’ultima pagina si continua a stare con lei e Adriana e a chiedersi cosa stiano facendo ora senza di noi.

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mercoledì 9 gennaio 2019

“Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya” di Paolo Cognetti: alla scoperta della montagna e delle sue tante anime


“Forse lassù, mi dicevo, avrei potuto vedere il Tibet che non esiste più, che nessuno di noi potrà più vedere: ecco il viaggio che desideravo per i miei quarant'anni, adatto a celebrare l’addio a quell’altro regno perduto che è la giovinezza.”
Vi è mai capitato di essere attratti da libri di scrittori che però non vi convincono? Di quelli che mettono dei contenuti particolari nei loro scritti ma poi si comportano in maniera differente? In pratica libri di persone che ‘predicano bene ma razzolano male’?

Per quanto mi riguarda è il caso di Paolo Cognetti, scrittore venuto alla ribalta con “Le otto montagne”, vincitore del Premio Strega” e autore di “Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya” (Einaudi, 2018) pubblicato nel periodo natalizio.

Ho adorato “Le otto montagne” seppure con la consapevolezza (confermata da una presentazione del libro con lo scrittore presente) che non si trattasse di qualcosa di particolarmente originale visti i vari riferimenti al “Walden” di Thoureau o al più noto “Nelle terre estreme” (da cui il film “Into the wild”) di Krakauer.

La scrittura è davvero bella, trascinante, forse anche per via del periodo storico così frenetico nel quale stiamo vivendo ma per qualche motivo Cognetti non mi convince. Forse perché non è quell'eremita che vuol far credere, o così si descrive, nei libri, forse perché anche quest’ultimo è una sorta di rielaborazione del romanzo precedente e di suoi resoconti di viaggio già pubblicati.

In ogni caso anche “Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya” mi ha convinto e rapito, nonostante tutto, nonostante l’autore. Si racconta il viaggio di Cognetti tra Nepal e Tibet e, anche grazie ai disegni, è un po’ come essere in quel gruppo che tenta di conquistare la montagna, senza mai arrivare in cime ma abbracciandola da ogni lato e comprendendo ogni suo abitante vivente.
Paolo Cognetti

“Kora in tibetano, circumambulanzione in italiano: i cristiani piantano croci in cima alle montagne, i buddisti tracciano cerchi ai loro piedi. Trovavo della violenza nel primo gesto, della gentilezza nel secondo; un desiderio di conquista contro uno di comprensione.”

La montagna è viva sotto gli sguardi di chi la sente realmente, nasconde emozioni, sensazioni, demoni e spiriti di altri mondi.

Ritroviamo anche Remigio, vero amico e vero eremita di ogni storia di Cognetti, l’amico dell’anima, quello con il quale non sono necessarie troppe parole.

“Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya” è il viaggio che Cognetti compie per inaugurare i quaranta anni ed accogliere un nuovo percorso della propria esistenza.

“Ecco il quarto animale-guida, pensai: un leopardo, un lupo, un cane, una lepre.”

Non importa in questo caso chi sia l’autore, perché rileggerei questo libro e lo consiglio a coloro che vogliono perdersi in luoghi e culture lontane, che vogliono credere che vi sia qualcosa di superiore nella natura, quella vissuta profondamente, con sincerità, grati della sua magnificenza.

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venerdì 26 gennaio 2018

“Bambinate” di Piergiorgio Paterlini: quando il non agire non giustifica la crudeltà

Bambinate, Piergiorgio Paterlini
“Io dicevo passione. Loro che ero solo arrogante, presuntuoso, saccente. Io dicevo giustizia. Loro mi dicevano megalomane, predicatore da quattro soldi, giustiziere dei miei stivali. Io dicevo schieratevi alzate il culo chi tace acconsente chi è connivente è peggio di chi fa il male chi è complice è peggiore del peggior malfattore. Loro, che ero un esaltato, uno che vedeva la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel proprio, uno di quelli che cercavano di imporre la democrazia con la dittatura.”
Come molti di voi, amanti dei libri, sapranno, sabato 20 gennaio 2018 è ricominciato l’amato “Per un pugno di libri”, ancora una volta condotto da Geppi Cucciari e dal mitico Piero Dorfles. Chi conosce il programma sa che quest’ultimo non manca mai di dispensare interessantissimi consigli letterari ed è in questa occasione che ha presentato “Bambinate” (Einaudi, 2017) di Piergiorgio Paterlini.

Tutto comincia, o meglio riprende con la comparsa di quell'invito alla cena di classe con i compagni delle scuole elementari, cinquant'anni dopo. E basta così poco per riavvolgere il tempo e tornare a quel paesino della Bassa Padana, ai giorni in cui gli amici e lui, spettatore inerme ma cosciente, si divertivano con il più debole in maniera crudele, disarmante. Era la metà degli anni Sessanta, era il Venerdì Santo e i personaggi della tradizione religiosa erano tutti lì, compreso il piccolo Cristo in croce. Tutti guardavano, ma nessuno vedeva. E se gli altri avessero dimenticato questo pesante fardello? Forse solo lui ha continuato a ricordare dolorosamente?

“Bambinate” è un tuffo nel passato più attuale che mai. Il tema principale è il bullismo ma trattato in maniera differente dal solito. I protagonisti sono ormai adulti ed è interessante comprendere quale sia la percezione dei fatti così tanti anni dopo.
Piergiorgio Paterlini

Ad uno ad uno vengono scardinati tutti quei luoghi comuni del genere: ma sì, noi ci divertivamo ma alla fine lui era un pappamolla incapace di difendersi! Erano scherzi da bambini!

Ma quando si oltrepassa il limite? E quale è la reale percezione di chi compie l’atto e chi lo subisce? E quella di chi ha osservato senza fare nulla, evitando di sporcarsi le mani?

Quella di Paterlini (giornalista, autore televisivo e scrittore emiliano classe 1954) è una prospettiva interessante, una storia forte dal linguaggio molto particolare, quasi uno stream of consciousness dato dalla necessità di tirare fuori il dolore e tutte quelle sensazioni tenute dentro per una vita intera.

Un romanzo breve ricco di spunti e dinamiche, a tratti agghiacciante, da divorare ma sul quale continuare a riflettere nel tempo.

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sabato 13 maggio 2017

“L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio: un romanzo indimenticabile tra figlie, madri e affetti mancati

L'Arminuta, Donatella Di Pietrantonio
“Nel tempo ho perso anche quell'idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.”
Lei è l’Arminuta (la ritornata), l’altra sua sorella Adriana. Poi il fratello Vincenzo e quei genitori “veri” che dopo quattordici anni l’hanno ripresa con loro, nonostante lei fosse cresciuta con altre persone. Un giorno così, senza preavviso, ha dovuto raccogliere le sue cose e trasferirsi dalla città sul mare, in Abruzzo al paese di montagna che la vide nascere. Ma lei non capisce il perché di tutto questo. Ha fatto qualcosa di male per il quale motivo si siano stancati di lei? E quanto i suoi veri genitori sono felici di riaverla lì? Forse non hanno neppure il tempo di pensarci, presi dal lavoro e dalla numerosa famiglia. Se non altro c’è Adriana, quella sorella fino a poco prima sconosciuta, così diversa ma così simile nel profondo. E poi chissà, forse un giorno gli altri genitori la vorranno nuovamente con loro e sarà stato tutto un sogno

Non avevo mai letto nulla di Donatella Di Pietrantonio ma da tempo vedevo girare questo libro la cui trama mi incuriosiva. Poi il messaggio di un’amica, una lettrice assidua ed appassionata, che ne parlava come di uno dei più bei libri mai letti, e mi ci sono buttata. Posso ora dire che aveva ragione. “L’Arminuta” (Einaudi, febbraio 2017) è un qualcosa di unico, una storia raccontata in maniera così diretta da colpire con ogni parola ed immagine. 

Definirlo romanzo di formazione sarebbe riduttivo perché è molto di più. Si scava tra i sentimenti umani, con uno stile scarno e per questo ancora più diretto l’autrice sonda i misteri dell'essere madre e tutto ciò che essa implica. Lo fa dal punto di vista dei figli, di ciò che loro percepiscono e talvolta fanno fatica a comprendere. Osserva i comportamenti dei figli e dei genitori, senza tralasciare nulla né da una parte né dall'altra. 

Ed il lettore ascolta inerme, si immerge nella storia, vorrebbe poter abbracciare le protagoniste, queste donne così forti ma umanamente sensibili e talvolta sfinite in maniera inevitabile.
Donatella Di Pietrantonio

“L’Arminuta” è spiazzante, ti travolge e ti lascia così, senza parole per quelle verità scomode e per troppo tempo nascoste, senza la possibilità di versare una lacrima per quelle bambine e donne che hanno dovuto affrontare una realtà non certo semplice. 

E poi ci sono le madri, la madre, quella biologica, povera di gesti d’affetto per i figli, l’altra madre, quella che ha rimandato indietro la figlia come un pacco divenuto indesiderato, e la madre dell’amica che tenta di donare un po’ del suo affetto.

C’è poi l’Abruzzo con la sua terra aspra, la montagna, il mare e c’è Adriana, la sorella inattesa, così piccola e selvaggia e fonte preziosa di amore, comprensione, così giovane ma testimone involontaria di storie e fatti che l’hanno fatta crescere troppo in fretta. Un pezzo di storia italiana tra i più veri. 

“Ci siamo fermate una di fronte all’altra, così sole e vicine, io immersa fino al petto e lei al collo. Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia.”

Ci si ritrova così a riflettere sull’importanza dell’infanzia ben vissuta, sul rapporto tra figlia e genitori, sul passato e sul futuro. E l’Arminuta diventa una sorta di metafora della vita, la protagonista di una storia che potrebbe essere reale, uno dei più bei personaggi femminili della letteratura italiana. 

L’Arminuta non si dimentica, la si ama e conclusa l’ultima pagina si continua a stare con lei e a chiedersi cosa stia facendo ora senza di noi.



lunedì 8 giugno 2020

“Lo scarafaggio” di Ian McEwan: quando la vera bestia schifosa è l’uomo

Copertina del libro Lo scarafaggio di Ewan McEwan
Lo scarafaggio, Ewan McEwan

Quella mattina Jim Sams, un tipo perspicace ma niente affatto profondo, si svegliò da sogni inquieti per ritrovarsi trasformato in una creatura immane. Per un pezzo rimase disteso sul dorso (non precisamente la sua posizione preferita) a osservarsi costernato i piedi lontanissimi, l’esiguità degli arti. Appena quattro, naturalmente, e pressoché inamovibili. Le sue zampette brune, per le quali già provava una certa nostalgia, si sarebbero agitate disinvoltamente in aria, seppure invano.”

Cosa può esserci di peggiore per uno scarafaggio di svegliarsi nei panni di un umano? Questo è ciò che capita una mattina a Jim Sams, ora uomo, non uno qualsiasi bensì il primo ministro del Regno Unito.

Per Jim tutto è nuovo, deve prendere confidenza con quei lunghi e pochi arti e capire come funziona quel mondo che lui osservava dal basso; una cosa però l’ha capita subito: questo popolo può essere facilmente governato, è sufficiente trovare la politica giusta.

È così che Sams riunisce il Consiglio dei ministri e decide che il suo scopo sarà raggiunto quando nel Regno Unito verrà approvato l’Inversionismo, in parole povere una politica che rovescerà tutto ciò che era stato fatto fino a quel momento, coinvolgendo principalmente il mondo del lavoro.

“Dunque come poteva fiorire l’economia inversionista in un mondo cronologista?”

Lo scarafaggio” (Einaudi, maggio 2020) è oggi più attuale che mai ed è scaturito in modo così naturale dalla mente di un Ian McEwan sempre attento ai cambiamenti della società e protagonista di un movimento, quello della Brexit, che cambierà radicalmente la vita della popolazione inglese.

Omaggiando chiaramente Franz Kafka e rifacendosi agli spassosi pamphlet satirici di Jonathan Swift

Ian McEwan
McEwan mostra uno dei tanti paradossi che ritroviamo a vivere in questo periodo storico.

A suscitare ripugnanza non è l’uomo che si sveglia scarafaggio ma lo scarafaggio che si ritrova nel corpo e nella mente di un uomo, essere solitario che si fa avanti tradendo, fingendo, mostrandosi egoista.

Ma è veramente l’uomo ad agire in questo modo o assistiamo ai piani di uno scarafaggio che tenta di traslare nel nostro mondo il suo modo di vivere?

Centoventi pagine ricche di ironia che fanno tanto riflettere apparendo a tratti quasi macabre ed un finale inaspettato del quale godere pienamente per l’assurdità dello stesso e, forse soprattutto, per lo scampato pericolo.

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giovedì 16 gennaio 2020

“Le leggende della tigre” di Nicolai Lillin: un incredibile viaggio tra leggende e coraggiose donne siberiane

Le leggende della tigre, Nicolai Lilin

“Ogni uomo che porta i propri desideri nella foresta si connette al grande mondo della natura, dove tutto è legato da fili invisibili: gli alberi più vecchi agli insetti più piccoli, gli animali più feroci alle creature più fragili. L’anima della Taiga è come l’acqua del grande Oceano, avvolge ogni cosa. Se apri il tuo cuore e ti liberi dalle distrazioni, riesci a percepire dentro di te la sua energia pulsante, il suo respiro che ti attraversa il corpo.”
Ancora una volta Buon Anno Nuovo a tutti lettrici e lettori!

Questa è la mia quarta recensione del 2020 ma si tratta del primo libro letto in questo nuovo anno! Ho voluto inaugurare l’anno con un autore che non avevo mai letto prima d’ora ma che mi attira dai tempi di “Educazione siberiana”.

Si tratta di Nicolai Lilin e del suo “Le leggende della tigre” (Einaudi, ottobre 2019) con il quale mi ha davvero conquistato.

Siamo in Siberia e due veterinari stanno attraversando la foresta per raggiungere un raro esemplare di tigre bianca. Sono giovani ed inesperti e quando sopraggiunge la tempesta non sanno come affrontarla né dove e come ripararsi. Improvvisamente compare un bambino vestito di bianco che mostra loro la via verso una baita di legno, la loro salvezza. 

Dentro vengono accolti da Filaret, un vecchio misterioso che li scalda con il suo fuoco e con tisane calde. Ma soprattutto con le sue incredibile storie di spiriti, di sciamani, di pionieri in cerca di fortuna, di uomini per metà animali, di amori difficili.

Storie che si intrecciano con arcaiche leggende siberiane, miti della Taiga affascinanti e fuori dal tempo.

Quasi centocinquanta pagine colme di ricchezza culturale e spirituale, di rispetto per la natura, di uomini ma soprattutto donne coraggiose che non si limitano ad occuparsi del focolare domestico. La visione di un mondo che non esiste più ma che continua, con la sua eco, ad insegnare tanto all'uomo cosiddetto moderno.

Filaret altro non è che un cantastorie che con i suoi racconti ha riempito un'esistenza e si occupa ora di ammonire ed arricchire il passaggio di coloro che vi arrivano con buone intenzioni.

Un libro che affascina, da leggere e rileggere, del quale rimanere incantati per la sua poesia, il sapore antico e il suo saper essere così visionario.

Una piccola curiosità: fra le varie leggende narrate vi è quella di Masha e Orso, ben diversa da quella che conosciamo tramite i cartoni animati, tanto per cominciare Masha si chiama Katerina e non è una bambina…


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