“La paura è il destino che ti preme nelle budella.”
domenica 3 settembre 2017
“Dunkirk” di Christopher Nolan: in guerra tra terra, mare, cielo, sguardi ed eloquenti silenzi
lunedì 28 ottobre 2019
“Una merce molto pregiata” di Jean-Claude Grumberg: la guerra e il treno dei desideri
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| Una merce molto pregiata, Jean-Claude Grumberg |
“Per loro grande fortuna – non tutte le disgrazie vengono per nuocere – il povero boscaiolo e la povera boscaiola non avevano bambini da sfamare. Tutti i giorni il povero boscaiolo ringraziava il cielo per quella benedizione. La povera donna, invece, in cuor suo, se ne rammaricava. È ben vero che non aveva bambini da sfamare, ma non aveva nemmeno bambini da amare.”
martedì 4 ottobre 2022
“Gioventù” di Tove Ditlevsen: la poesia e l’emancipazione di una giovane donna danese
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| Gioventù, Tove Ditlevsen |
“Finché abito qui sono condannata alla solitudine e all’anonimato. Il mondo non avrà mai alcuna considerazione di me, e ogni volta che ne afferrerò un brandello, mi scivolerà via di mano. Le persone muoiono, e le case vengono abbandonate sopra di loro. Tutto è in continuo mutamento, l’unico mondo che permane è quello della mia infanzia.”
La piccola Tove ha dovuto lasciare la scuola, non si poteva permettere di proseguire gli studi, nonostante la sua attitudine per le materie letterarie. È così che comincia la sua vita da giovane lavoratrice, da un luogo di lavoro all’altro, con la perenne speranza di trovarne uno che la soddisfi.
Pare che nessuno comprenda le sue potenzialità e quando finalmente riesce ad ottenere un posto da impiegata la collega di lavoro non le permette di imparare il mestiere.
L’infanzia è ormai passato ma
la voglia di scrivere poesie si mescola al desiderio di comporne di più mature.
Alcuni incontri importanti le permetteranno di acquisire maggiore
consapevolezza al riguardo ma non mancheranno le mortificazioni e anche l’aver
lasciato l’abitazione dei genitori non sarà come se l’era immaginato. A complicare
maggiormente le cose la guerra che sta coinvolgendo l’Europa intera, Danimarca
compresa.
“Gioventù” (Fazi Editore,
ottobre 2022, traduzione di Alessandro Storti) che arriva pochi mesi dopo la
pubblicazione di “Infanzia”, è il secondo capitolo della trilogia di Copenhagen,
grande classico della letteratura danese oggi riscoperto e acclamato a livello
internazionale.
È poesia pura e cruda, la
vita di una donna che dovete rimboccarsi le maniche in una società non
esattamente propensa al successo femminile. Il suo desiderio di comporre versi
venne più volte messo a repentaglio e più volte lei provò a convincersi, inefficacemente,
che quella non era la sua strada.
“Ho smesso di comporre
versi, perché nella mia quotidianità non c’è nulla che mi ispiri a farlo.”
Quella di Tove Ditlevsen
è una storia di emancipazione, di crescita, di distacco e ritorno al tempo
stesso a quella infanzia compresa solamente nel momento in cui questa lascia spazio,
seppur troppo presto, all’età adulta.
“Quando andiamo al
cinema, io mi pago il biglietto da
sola, non soltanto perché lui non potrebbe
permettersi di pagare per tutti e due, ma anche perché trovo che questo gesto
mi emancipi un po’ di più.”
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| Tove Ditlevsen |
Come Annie Ernaux o
Simone de Beauvoir la Ditlevsen trasforma la propria esistenza in una vera e
propria opera d’arte, in un romanzo che di fittizio non ha nulla e che,
nonostante l’ambientazione, è fortemente attuale e nel quale chiunque può scorgere
qualcosa di sé.
Un ritratto personale che
coinvolge e colpisce per la sua schiettezza ed eleganza, per la maestria nel raccontare
ogni aspetto senza filtri, per la freschezza della narrazione e l’intensità di
ogni visione che ci viene regalata come testimonianza di una storia che non possiamo
permetterci di far cadere nell’oblio.
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mercoledì 6 settembre 2023
“Weyward” di Emilia Hart: tre donne coraggiose, il potere e fascino della natura e la prepotenza degli uomini
“Anche sua madre era così? Anche lei avvertiva il richiamo della natura con la stessa forza con cui lo avvertiva Violet in quel momento? E che cosa poteva esserci di così sbagliato in questo?”
Kate vive a Londra, ha 30 anni e un giorno trova il coraggio di fuggire da quella vita e da quell’uomo che si erano trasformati in una vera e propria prigione. Si rifugia nel Weyward Cottage, una vecchia casa di campagna lasciata a lei in eredità da una prozia vista una sola volta tanti anni prima. Subito intuisce che quel posto nasconde dei segreti dalle lontane origini e si sente protetta come non mai.
Quasi
parallelamente ma nel 1942, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, Violet
vive insieme al padre e al fratello in una vecchia dimora di famiglia. Lei
vorrebbe solamente arrampicarsi tra gli alberi, stare in mezzo alla natura e
sapere qualcosa di più su quella madre di cui nessuno vuole parlare e della
quale l’unico ricordo è un medaglione con una W.
Nel 1619 Altha vive con
la madre che le ha insegnato l’amore per la natura e i suoi segreti e per
questo viene accusata di stregoneria. Un contadino del villaggio è morto
improvvisamente, pare che lei si trovasse da quelle parti e quale migliore
colpevole di una donna che si comporta in modo insolito?
Le donne Weyward sono
uniche e tutte strettamente legate alla natura, nessuno può dire loro cosa fare
e se anche ancora non lo sanno le loro esistenze saranno per sempre unite, nel
bene e nel male, e dovranno combattere in un mondo di uomini troppo spesso
violenti.
“Weyward” (Fazi Editore,
luglio 2023, traduzione di Enrica Budetta), dell’australiana Emilia Hart, è un
romanzo indimenticabile, con una copertina stupenda, che ci fa viaggiare per cinque secoli in compagnia di
tre donne forte e ribelli che conservano un segreto che parla di fiori, di
alberi, di insetti e di quanto di più bello la natura ci offre.
È anche la storia di un
mondo patriarcale nel quale le donne più colte vengono chiamate streghe o alle
quali viene proibito di coltivare la propria vita per poterle tenere sotto
controllo con maggiore facilità.
“Sì, un giorno avrebbe
lasciato Orton Hall e girato il mondo… da scienziata. Da biologa, sperava, o
forse da entomologa? Qualcosa che aveva a che fare con gli animali, comunque,
che, secondo la sua esperienza erano di gran lunga preferibili rispetto agli
esseri umani.”
È una storia affascinante
di donne che faticano ad andare avanti ma che in un momento
preciso trovano la
loro strada e la personale sicurezza, di libri che possono salvare, di uomini
che fanno la differenza in mezzo a tanta cattiveria.
“Per un po’ aveva pensato
di aver perso per sempre la capacità di godersi la magia della lettura: la
capacità di immergersi in un altro tempo, un altro luogo. Era stato come
dimenticare di respirare.”
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| Emilia Hart |
La natura fragile e
maestosa è specchio delle donne e con esse si intrecciano i rapporti materni e
paterni che colpiscono per l’intensità regalandoci storie intense e fortemente
attuali, al di là delle ambientazioni temporali.
“Non avevamo mai pensato a noi in questi termini, mia madre e io. Perché ‘strega’ è una parola inventata dagli uomini, una parola che dà potere a chi la pronuncia, non a coloro che descrive. Una parola che erige forche e roghi, che trasforma donne vive in cadaveri.”
Uno stile travolgente, un libro da tenere vicino al cuore per ricordare che nonostante tutto e tutti la caccia alle streghe non è mai terminata ma che noi stesse possiamo coltivare la forza per andare oltre.
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giovedì 31 marzo 2022
“La pittrice di Tokyo” di Sarah I. Belmonte: arte, amore, donne e storia tra Giappone e Sicilia

La pittrice di Tokyo, Sarah I. Belmonte
“Ma consegnò più tristezza di quella che potevo immaginare di provare. La valanga, che arginavo con bacchette di bambù, si ruppe travolgendomi, e non riuscii a finire il mio pane e latte, lo osservai gonfiarsi oltremodo dentro a una vecchia ciotola ormai sbeccata che mi ero portata cinquant’anni prima. E io ero come quel pane, piena di Palermo, dentro un involucro partorito da qualche parte in Giappone.”
Siamo nella Palermo del
1938, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Jolanda è una giovane donna
in età da marito che di sposarsi non vuole sentirne; macchina fotografica
sempre in spalla vuole essere libera, lavorare, cosa non semplice in quegli anni
per una donna siciliana, e godersi la vita. È questo il motivo per il quale si
ritrova a scrivere poesie sotto falso nome e a svolgere il lavoro da fotoreporter
che il padre le permette di svolgere in attesa del matrimonio. Poi un giorno
scopre che una misteriosa benefattrice ha pagato per lei un biglietto per Tokyo
ed è così che viene a conoscenza
di O’Tama Kiyohara, artista giapponese che per amore trascorse più di
cinquant’anni a Palermo, creando un ponte tra le sue due isole. È per Jolanda
un nuovo entusiasmate inizio fatto di bellezza, di tradizioni, di nuove visioni
e, chissà, di nuovi amori.
“La pittrice di Tokyo” (Rizzoli, gennaio 2022) è l’ultimo bellissimo romanzo
della scrittrice siciliana Sarah I. Belmonte nel quale storia e
tradizione, biografia e finzione si fondono con forza e delicatezza al tempo
stesso.
O'Tama Kiyohara è stata realmente un'artista
giapponese vissuta a lungo a Palermo insieme al marito Vincenzo Ragusa,
noto scultore, ed è reale il fatto che fu la prima artista giapponese a
dipingere nello stile occidentale.
Una storia al femminile che
narra la difficoltà delle donne nel realizzare le proprie aspirazioni e andare
oltre le mire matrimoniali di genitori che non comprendevano quanto fosse importante
anche per esse poter vivere nella libertà di pensiero e di movimento.
“Mi conosce troppo bene,
ma sa che cosa sarebbe successo se in giro si fosse saputo che quelle parole
erano di una donna e non di un uomo, come se la libertà e la giustizia avessero
un sesso, come se potessero essere partorite solo da loro. Eppure a partorire
sono le donne, ma le nostre idee devono restare dietro alle spalle di un Signor
Nessuno qualsiasi.”
Il fascino della Sicilia si
fonde con quello giapponese mostrando quanto lontani e quanto simili i due
mondi possano essere. 
Sarah I. Belmonte
Si parla di arte, di
amore passionale, di donne coraggiose e ferme nelle loro idee, donne che per
raggiungere i loro obiettivi si imbarcano per un lungo viaggio verso mete
lontane dalle loro origini e famiglie.
“La vita non è mai un
viaggio con un’unica rotta e il passato deve essere un luogo a cui ritornare
per essere felici.”
“La pittrice di Tokyo” è bello, sognante, spietato, fortemente attuale
per le tematiche trattate, ben scritto e non si vorrebbe mai giungere ad una
conclusione.
Sarah I. Belmonte, nella
cui scrittura mi ero piacevolmente imbattuta già qualche anno fa, ha scritto un
romanzo molto bello grazie al quale ci ha permesso di conoscere le vicende di
una grande donna innamorata dell’arte e della vita che ha saputo riscattarsi dalle
imposizioni di una società arcaica e le cui opere sono ancora qui per
ricordarci le sue abilità e il suo esempio di femminilità a tutto tondo e di
determinazione.
Se amate il Giappone vi innamorerete di questo romanzo, se non lo amate comincerete a farlo al termine di questa incantevole lettura.
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giovedì 10 giugno 2021
“Il bambino che disegnava le ombre” di Oriana Ramunno: ad Auschwitz e Birkenau tra cadaveri e cavie-bambini

Il bambino che disegnava le ombre, Oriana Ramunno
“Hugo sentì il corpo scosso dai fremiti. Pensò a Gioele, alla puntura di fenolo che Josef Mengele gli avrebbe fatto non appena suo fratello fosse morto, al rumore che il suo cuore avrebbe fatto quando si sarebbe spaccato.”
Siamo nel pieno della Seconda
guerra mondiale. È dicembre e ad Auschwitz nevica copiosamente quando viene
ritrovato il cadavere di Sigismud Braun, un pediatra che lavorava nello stesso blocco
di Josef Mengele, noto per gli esperimenti sui gemelli. Hugo Fischer,
investigatore di punta della Kriminalpolizei, viene chiamato ad indagare e
scoprire chi l’abbia assassinato.
Da Berlino Fischer viene catapultato nei campi di
Auschwitz e Birkenau, un mondo che conosceva in modo superficiale ma del quale
ignorava le dinamiche più profonde e cruente.
A dargli una mano nelle indagini il piccolo
Gioele, ebreo di origine italiana, colui che ha trovato il medico morto e che
ha tratteggiato, in disegno, la scena del delitto.
Gioele è una delle cavie di Mengele e tra lui e
Fischer nascerà un rapporto di affetto che arricchirà entrambi, nonostante le
aspettative future e il finale potrebbero non essere delle migliori.
Forse in tutto quell’orrore potrà fiorire qualcosa
di insperato o forse niente avrà salvezza e tutto proseguirà così come è
iniziato.
“Di fianco, vide sporgere
gli occhialini rotti e una lametta per rasare la barba. In quel momento, capì
dove tutto era iniziato: nelle cose piccole e comuni, nella banalità delle
azioni quotidiane, nell’inconsapevolezza del pericolo. “
“Il bambino che disegnava
le ombre” (Rizzoli, 2021) è il bellissimo giallo della scrittrice italiana, di origini lucane
ma residente a Berlino, Oriana Ramunno.
Un romanzo che tiene il lettore attaccato alle
pagine dalla prima all’ultima, tra la voglia di voler scoprire insieme a
Fischer chi sia l’assassino e le immagini di luoghi di morte nei quali gli atti
violenti e disumani non mancano mai.
Tra storia e fiction ci ritroviamo a riflettere su
fatti accaduti in un periodo da sempre molto discusso e la bellezza di questo
libro sta anche nell’intelligenza di non cadere mai neipregiudizi e nell’aver
creato personaggi realistici perfetti per il contesto descritto. 
Oriana Ramunno
Ed entriamo nella psiche di chi lavora nei campi facendoci intuire che per nessuno era semplice stare lì, neppure per gli stessi tedeschi, andando così oltre i classici pregiudizi legati a questo periodo storico.
Nelle storie dei vari soggetti non è difficile
rintracciare la banalità del male di Hannah Arendt e l’olocausto come
prodotto della modernità descritto e analizzato da Zygmunt Bauman.
“Hugo annuì. Conosceva i
rischi dell’esporsi troppo e male. Per questo stava zitto da anni. Per questo
appuntava con cura sul cappotto la spilla rossa con la svastica. In tanti, come
lui, tacevano perché consapevoli del pericolo.”
Auschwitz e Birkenau poi sono divenuti luoghi
simbolo e le descrizioni della Ramunno sono così realiste e dettagliate da
avere l’impressione di trovarsi lì, ancora più per chi, come me, qui luoghi li
ha visitati di persona.
Un vero e proprio inferno nel quale le situazioni
crude, alcune a prova di stomaci forti, non vengono risparmiate.
“Odiò Auschwitz. Quel
luogo lo avrebbe rovinato per sempre, lo avrebbe risucchiato e stritolato, se
non fosse fuggito il prima possibile lasciandosi tutto alle spalle.”
“Il bambino che disegnava
le ombre” è davvero bello, coinvolgente, triste e disperato ma al contempo
ricco di speranza, quella scaturisce dalle cose più piccole, di suspence (la
prospettiva di un film mi ha solleticato più volte durante la lettura), e
commuove profondamente, grazie a Fischer, così risoluto e fragile, e
soprattutto a Gioele, ancora piccolo ma già così adulto, consapevole del mondo
che lo circonda e con una profonda necessità di umanità.










