mercoledì 5 maggio 2021

“Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile”, la nuova silloge poetica di Davide Rocco Colacrai

Della stessa sostanza dei padri, Davide Rocco Colacrai

 

"Ho capito che l’amore non è una malattia,/ che non posso essere guarito nel mio canto alla vita,/ che la promessa legata al letto come un Gesù Cristo è solo un inganno,/ un avvicinarsi sottovoce e in punta di piedi al soffitto e al cielo,/ quasi un’unghia storta di vento,/ e ho capito anche finalmente che questo guscio di miracoli/ all’incontrario che additano come manicomio/ è un condominio di santi.”

Sacro e profano, pazzia e omosessualità, politica e migrazione. Questi sono solamente alcuni degli argomenti trattati nella sua silloge poetica, la terza edita dalla casa editrice anconetana Le Mezzelane.

Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile” (marzo 2021) si compone di 27 poesie che parlano dell'uomo in tutte le sue sfumature e percezioni.

Davide Rocco Colacrai, giurista e criminologo, scrive ormai da anni e numerosi sono i riconoscimenti letterari nazionali e internazionali ricevuti dal 2008 ad oggi.

“Sento il mio corpo liquido, senza sartiame,/ e assoluto,/ quasi una lacrima che scivola sui polpastrelli del mare/ mentre il sole dipinge il suo raggio/ con cui mi trafigge/ e mi ritrovo sposo senza promessa e senza vestito/ un albatro di bruma che si tende oltre l’onda,/ dove i ricordi non sono ancora nati/ e gli occhi tacciono, mentre le dita predicono un’eco della mia terra.”

La sua è una poesia elegante e dal sapore istintivo e viscerale che raccoglie sensazioni ed osservazioni personali ma soprattutto persone. Sono le persone a fare il mondo e queste sono le protagoniste di versi che non hanno paura di addentrarsi in tematiche forti e delicate.

Davide Rocco Colacrai

Impressioni e sentimenti personali si intrecciano alle vicissitudini di personaggi noti come Stefano Cucchi, Stephen Hawking, Rudolf Nureyev, Pedro Lemebel, per citarne alcuni.

Colacrai mette le sue parole al servizio di uomini che hanno sofferto, che hanno goduto di questo mondo, ma che non sempre sono stati ricambiati in positivo.

Tramite i suoi versi essi parlano, si esprimono con dolore, con schiettezza e con profonda tenerezza.

Ogni componimento ha un preciso rimando e questo viene esplicitato con l’aggiunta di significative e interessanti note a piè di pagina.

“Tutte le mie ore le consumavo a scegliere storie,/ a sciogliere vite,/ ad ascoltarne il destino che non capivo appieno,/ e il cuore, e così intuivo un senso, il coraggio,/ forse me stesso, di là dal molo, oltre il mare.”

Una poesia priva di arzigogoli, diretta, luminosa, attuale e reale.   

Una raccolta da leggere e rileggere ogni volta con occhi nuovi, una risposta a "Istantanee Donna - Poesie al femminile" (2017) ed una testimonianza dell’evoluzione della maturità emotiva e spirituale dell’autore. 

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lunedì 12 aprile 2021

“Dove dormono le fate” di Cristina Biolcati: tra vita reale, padri snaturati e desiderio di felicità

Dove dormono le fate, Cristina Biolcati

“Mi chiamo Chiara, ho vent’anni e vivo incazzata da quando ne avevo due. Sembra impossibile, lo so, eppure. Credo sia stato in quel periodo che ho imparato che la mia famiglia non era un posto felice; che ho iniziato a odiare mio padre.”

“Dove dormono le fate” (Delos Digital, gennaio 2021) è il nuovo racconto lungo (il primo dalla pubblicazione del primo romanzo “Le congetture di Bonelli”, Delos Digital) della scrittrice ferrarese, ma padovana d’adozione, Cristina Biolcati.

Siamo tra Ferrara e provincia. Chiara è una figlia ma talvolta anche una madre e una moglie. Questi sono i ruoli che la sua famiglia le impone, seppure involontariamente. Una madre presente con un marito egocentrico ed infantile che pensa solo a se stesso e che non esita ad abbandonare moglie e figli nel momento in cui decide di rifarsi una vita. Nuova moglie, nuova figlia, nuova casa e nuovo paese ma il finale è scontato. Se non fosse che anche il figlio della prima moglie si ritrova coinvolto in tutto questo e a peggiorare ulteriormente la situazione arriva anche la pandemia che avvicina e allontana nuovamente. Un circolo vizioso dal quale uscire potrebbe risultare impossibile.

“Dove dormono le fate” è il racconto di una giovane donna che osserva ciò che accade attorno a lei. Tenta di non farsi sopraffare ma al tempo stesso nutre il desiderio di agire, di far sentire la sua voce, di non sottostare alla volontà altrui.

Cristina Biolcati

Il padre è colui che tira le fila degli accadimenti. Volenti o nolenti la prima moglie, le figlie e il figlio girano attorno alle sue scelte, a ciò che gli altri percepiscono di lui, al suo talento nel mostrarsi in maniera differente dalla realtà.

“Perché papà scherza sempre, ha la battuta pronta! Utilizza il dialetto, fa paragoni buffi, Sarebbe simpatico, se non fosse mio padre.”

Le parole scorrono così come scorre la vita, tra alti e bassi, tra fatti che sorprendono ma che in fondo non rappresentano altro che le esistenze di ognuno di noi. 

Perché stare in questo mondo non è mai semplice e ancora meno lo è ora che disponiamo di minori libertà e che le convivenze imposte divengono per tanti ancora meno sopportabili.

Una lettura coinvolgente che porta avanti il lettore tramite le parole della giovane Chiara, attraverso la sua rabbia, il suo stupore di fronte a vicissitudini sempre nuove e incredibili.

Difficile non riconoscere lo stile di Cristina Biolcati tra vita reale, fiducia, ironia e momenti di pura poesia.

Una lettura scorrevole e veloce per chi ha voglia di intraprendere un viaggio, a tratti difficoltoso, in città e famiglie differenti dalla propria. 

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martedì 23 febbraio 2021

“Bill” di Helen Humphreys: storia d’amore e follia tra bullismo e trappole per conigli

Bill, Helen Humphreys

“Non so spiegare la sensazione che provo quando corro con Bill sotto lo sterminato cielo azzurro della prateria. È come se mi guidasse fuori dal buio, fuori da un senso di solitudine che nemmeno sapevo di provare.”

Canada. In una cittadina di campagna Leonard, dodicenne, trascorre le sue giornate con Bill, detto Bill Zampe di Coniglio, un giovane uomo solitario evitato da tutti. Leonard non ha amici a parte Bill; i due non hanno bisogno di tante parole per capirsi e Bill insegna al ragazzino a piazzare le trappole per i conigli selvatici e a strappare loro le zampe che rivende poi come portafortuna. 

Entrambi non desiderano altro che pace e nonostante Bill sia spesso scostante un affetto sincero li unisce. Leonard a scuola è perseguitato dai bulli e a casa trova quotidianamente un padre alcolizzato non certo incline ai gesti d’affetto.

Un giorno però qualcosa accade, Bill compie un atto violento proprio davanti a Leonard e niente sarà più lo stesso. Il fatto sciocca Leonard ma anziché allontanarlo definitivamente da Bill la sua ossessione aumenta tanto da portarlo a studiare psichiatria e intraprenderne la professione. 

Leonard sarà un giovane e brillante psichiatra e il lavoro in uno dei più grandi istituti psichiatrici canadesi gli mostrerà nuove prospettive ma lo condurrà anche verso un passato ancora sconosciuto.

“Bill” (Playground, 2020, traduzione di Chiara Brovelli) è l’ultimo romanzo della canadese Helen Humphreys, la cui storia è tratta da un fatto di cronaca del 1947.

Bastano poche parole per essere rapiti da questo libro (anche la copertina non passa inosservata) che racconta una storia tanto bella quanto inquietante.

Tutto nasce con, e da, quella che definiremo un’ossessione, ma se si trattasse invece di un rifugio, di un luogo sicuro nel quale scoprire un po’ di quella felicità mai conosciuta altrove?

“Bill” è un romanzo di formazione ma non solo; è la denuncia di fatti che vanno contro i diritti 

Helen Humphreys
dell’uomo, contro l’umana sopportazione.

Leonard segue Bill come fosse il capobranco, lo annusa, lo osserva, lo ammira e rispetta. Ed entrambi trovano l’uno nell’altro qualcosa di inedito, un rapporto esclusivo, forse animalesco, forse morboso in maniera non sana.

“Rimaniamo così, sdraiati sotto il tremolio delle stelle. Buttiamo fuori l’aria insieme e poi inspiriamo, finché il nostro respiro non trasforma i nostri corpi in due motori, nel buio.”

Sono le parole e gli occhi di Leonard a raccontare i fatti e sempre lui ci porta verso una verità dura, dolorosa e tristemente reale.

“Bill” si fa divorare, le duecento pagine scorrono velocemente grazie ad una scrittura scorrevole e leggera, malgrado la storia non semplice.

Amore, ossessione, inconscio, a tratti improbabile, poetico dall’inizio alla fine, in una parola bellissimo. 

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lunedì 1 febbraio 2021

“L'anima de li pensieri mia”: intervista a Marco Giuli e la sua prima raccolta poetica in vernacolo

L'anima de li pensieri mia, Marco Giuli

“So dieci giorni che non te vedo/ e me ne sto da solo mentre appanno il vetro/ di questa macchina disegnando due cuori/ attraverso i quali riesco a vedè fuori. // E fuori c'è Roma, con tutta la sua bellezza/ anche quando piove, te vede e t'accarezza/ anche quando non ci sei, ma tanto sto tranquillo/ perché tanto stai a tornà,/ e manco a farlo apposta/ al telefono uno squillo.”

Ricordate Marco Giuli, scrittore romano autore di titoli come “Per prendersi una vittoria” o “Il giornale di domani"?

O forse ricorderete la mia intervista nella quale Marco ci raccontò la sua passione per la scrittura, per Stephen King (sua la seguitissima fan page Stephen King Italia), l’esperienza con le case editrici, la scelta di autopubblicarsi e il rapporto con i social media.

Lo conoscerete ora come autore di versi, poesie in dialetto romanesco composte perlopiù durante il periodo del lockdown e in ogni caso nel corso dell’anno 2020 appena trascorso.

Un anno per nulla semplice che ha portato tutti noi a dedicarci ad attività ed interessi nuovi rispetto al passato.

“L'anima de li pensieri mia” è disponibile su Amazon per l’acquisto (sia su supporto cartaceo che digitale) e comprende 50 componimenti poetici molto attuali.

I temi trattati sono diversi: si va dall’amore all’amata Roma, dalla forzata reclusione all’amicizia senza dimenticare personaggi divenuti (purtroppo) protagonisti della cronaca come Stefano Cucchi o Emanuela Orlandi. Non mancano i momenti di spensieratezza, i ricordi del passato, i pensieri per il futuro e gli affetti più cari.

Il linguaggio è semplice, popolare, dialettale, ma ogni parola è importante e portavoce di sentimenti profondi e talvolta di un disagio che ancora stiamo vivendo a causa del periodo storico particolare che stiamo affrontando.

Ma lascio ora parlare lo stesso Marco Giuli che ringrazio ancora una volta per la disponibilità.

 

Bentornato Marco. Prima di tutto come stai vivendo questo
periodo ancora così difficile in una Roma mai vista così deserta?

Ciao Rebecca, è sempre un piacere parlare con te. Io sto abbastanza bene dai. Abbiamo avuto tutti dei momenti difficili, chi più chi meno. Nel corso del 2020 abbiamo imparato che cosa vuol dire affrontare una pandemia. Ragazzi, è qualcosa che, al di là di tutti i discorsi complottisti, racconteremo ai nostri ragazzi un domani. Sempre se per quel domani ne saremo usciti del tutto (ride ndr…).

Abbiamo visto le nostre città deserte, o quasi. E se da una parte questo ci rattrista un po’ dall’altra ci permette di ammirare angoli di città che prima, preso dalla frenesia del vivere e dal caos della gente, non ti accorgevi esistessero. Ne parlo nel mio ultimo libro “L’anima de li pensieri mia” con una poesia intitolata “Roma mia”.

Marco Giuli

 

Questa volta ci siamo ritrovati per parlare della tua nuova pubblicazione. Come nascono queste poesie e per quale motivo hai deciso di condividerle con un pubblico più ampio?

L’idea di fare una raccolta, devo essere sincero, è venuta soltanto dopo qualche poesia. Scrissi la prima, mi ricordo bene, quando ancora non eravamo in quarantena totale. L’idea venne, come spesso accade, un po’ per gioco e un po’ per noia. Feci girare la poesia e vidi che le reazioni di chi la leggeva erano entusiaste. Così, complice la quarantena forzata, e quel sano senso di inquietudine che serve, ad un poeta, per scrivere le sue opere, cominciai a buttare giù rime ogni sera, dopo cena. L’idea era quella di tenerle per me, chiuderle in un cassetto perché rappresentavano un momento particolare e non proprio da ricordare con il sorriso. Man mano che scrivevo, però, sentivo anche il bisogno di far conoscere le mie parole, i miei pensieri, agli altri. Qualcuno diceva: “La vita non ha senso, se non la racconti a nessuno”. E sono completamente d’accordo con questa filosofia.

 

Scrivevi poesie anche in passato o si tratta della prima volta?

Avrò scritto qualche poesia alle elementari, forse. Roba che se le rileggessi adesso mi nasconderei sotto il letto dalla vergogna. Però ricordo che l’emozione nello scriverle, ecco, quello non l’ho più ritrovato. Preferisco scrivere brevi novelle, o racconti lunghi. Ma sotto lockdown non avevo la giusta lucidità mentale per scrivere qualcosa che avrebbe comportato un filo narrativo da seguire in più giorni. Così ho trovato, nelle poesie, una strategia vincente. Anche se non andavo a dormire finché non l’avessi finita.

 

Hai una e più poesie alla o alle quali sei maggiormente legato? E se sì, per quale motivo?

La prima che ho scritto è la mia preferita: Due cuori appannati su Roma. Da questa poesia ho capito che potevo scriverne altre. È stato l’inizio di tutto. Mi ricordo che sotto lockdown la recitai in un videocontest su Instagram e piacque molto anche agli altri partecipanti. Al punto che, Luigi Martini, un bravissimo attore e un mio caro amico, decise di recitarla e registrarla su Youtube.

 

In quanto lettore hai dei poeti di riferimento?

Uno su tutti, il Maestro. Alcuni testi di Franco Califano, recitati poi con la sua inconfondibile voce, sono qualcosa di unico. “Avventura con il travestito”, “Un tempo piccolo”, “Minuetto” o “Nun me portà a casa”, per citarne alcuni, anche tra i meno blasonati ma non altrettanto belli…

All’interno della raccolta sarà facile, infatti, intravedere l’influenza che ha avuto il Maestro in alcune mie poesie. Specie quelle in cui il protagonista è Erichetto (personaggio di mia fantasia).

 

 Cosa rappresenta per te, in un discorso di ampio respiro, la poesia?

Per me la poesia è esperienza. Mi spiego meglio: ognuno di noi vive una vita fatta di sentimenti, azioni, pensieri, conseguenze… Esperienze appunto. La poesia non è altro, quindi, che la trasformazione di queste esperienze in qualcosa di universale. Dove tutti ci si possono rispecchiare. Accade spesso anche per le canzoni, e infatti i cantautori più bravi spesso vengono chiamati anche poeti.

Poesia è anche rimanere bambini. Perché solo con gli occhi di un bambino si possono cogliere quegli aspetti, quei dettagli, minuscoli agli occhi di un adulto, che rendono indimenticabile un verso, una strofa. D’altronde anche Pascoli sosteneva, mitizzando il fanciullino, che soltanto guardando il mondo come fa un bambino è possibile trasformare il fantastico, l’immaginifico in reale.

 

Quali sentimenti e immagini speri di suscitare nei lettori con i tuoi versi?

Come ripete spesso anche King nei suoi libri, spero di suscitare un’emozione. Non importa quale sia l’importante è che ci sia. Può essere gioia, nostalgia, tristezza, rabbia… Ma un’emozione deve esserci. La cosa che più mi spaventa è non riuscire ad emozionare. Per uno scrittore è l’anticamera del fallimento. D’altronde non posso piacere a tutti e non posso nemmeno pretendere che piacciano tutte le mie poesie dalla prima all’ultima. È come quando prendi un disco di un cantante che non conosci, se su dieci tracce almeno una o due ti piacciono allora è un buon disco.

 

Perché poesie in dialetto e non in italiano?

No in realtà ci sono anche alcune poesie in italiano, dipende poi molto dal contesto e dall’argomento che volevo trattare. Poesie come quella dedicata a Emanuela Orlandi o quella su Stefano Cucchi, ad esempio, sentivo la necessità di scriverla usando un linguaggio più attaccato alle mie origini, proprio perché raccontavano uno spaccato di vita romana. Più in generale il mio intento è quello di raccontare le mie esperienze, emozioni, quello che avevo dentro in un modo, diciamo così, confidenziale e popolare. Come quando si è tra amici. Ecco, le mie poesie, sono un modo per dirvi: “Ehi, sono vostro amico. Adesso vi racconto una cosa. State a sentire…”

 

Hai in progetto qualche presentazione della tua raccolta?

La settimana prossima sarò ospite della trasmissione radiofonica “Stregati dalla Rete” su RadioRock. Sarà una bella occasione per promuovere il mio libro e perché no, recitare qualche poesia in diretta.

 

Nel mese di ottobre la casa editrice Porto Seguro ha pubblicato il tuo “You’ll never walk alone”. Ce ne parli brevemente?

“You’llnever walk alone” è il mio primo romanzo breve. L’idea è nata subito dopo i fatti di cronaca che hanno caratterizzato il prepartita di Liverpool Roma in Champions League circa un paio di anni fa, forse qualcosa di più. Ho sentito il bisogno di raccontare quegli eventi, ma non in modo giornalistico o critico. Bensì con una storia di amicizia. Due ragazzi di Roma, che partono per vedere quella partita e rimangono coinvolti nei disordini fuori lo stadio. Uno dei due ragazzi è su una sedia a rotelle e prima di arrivare a Liverpool affronteranno entrambi un viaggio on the road pieno di emozioni e difficoltà. 

Marco Giuli


Nella precedente intervista avevi espresso il tuo frequente utilizzo dei social. È stato così anche nel 2020? E hanno forse avuto per te un ruolo ancora più importante rispetto al passato?

I social hanno avuto un ruolo ancor più fondamentale nel corso di questo 2020. Per certi momenti erano l’unico mezzo di comunicazione con l’esterno, con gli altri. Mi sono fermato spesso a pensare a come sarebbe stata, questa pandemia, se ci avesse costretti a stare a casa negli anni ‘90. Quando non c’erano chiamate illimitate, wifi in casa, né Skype, né Whatsapp, né Facebook. Come avremmo trovato il modo di sentirci con gli amici, i familiari? Sarebbe stato tutto maledettamente più complicato. Dall’altra parte, però, ogni tanto sento anche il bisogno di staccare. Altrimenti si rischia di perdere il contatto con la realtà. Di quando in quando, anche se non troppo spesso, sento il bisogno di spegnere il telefono e camminare per la città. Guardare la gente in giro, ascoltare i discorsi di due anziani al bar, guardare loro le mani… ecco, queste cose nessun social network potrà dartele.

 

Ti abbiamo conosciuto prima come scrittore di racconti più o meno lunghi: al riguardo hai qualche nuovo progetto di cui farci partecipi in anteprima?

Per ora voglio godermi il momento. Quest’anno cercherò di far conoscere “L’anima de li pensieri mia” e “You’ll never walk alone” a più persone possibile. Per i prossimi anni ho già qualcosa in una cartella sul mio pc. Non posso svelare ancora nulla, sono ancora in fase di studio e di raccolta materiale. Quello che posso dire è che vorrei cercare di alzare ancora di più l’asticella. Mi piacerebbe scrivere la biografia di qualche personaggio storico…

Grazie Marco, in bocca al lupo per la tua raccolta di poesie e per tutti i tuoi progetti!

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mercoledì 27 gennaio 2021

“Un ca**o ebreo” di Katharina Volckmer: l’importanza della memoria, della sessualità, del corpo e dell’essere donna

Un cazzo ebreo, Katharina Volckmer
“Ha notato anche lei, dottor Seligman, o forse è abbastanza fortunato da essere troppo vecchio per questi tipo di modernità, come questi nuovi schiavi siano tutti progettati per tenerci dentro casa? Come ci stiano provando di ogni contatto umano, procacciandoci cibo, spesa e orgasmi mentre annegano quello che rimane dei nostri cervelli in programmi televisivi senza fine? Come si fotteranno e sfameranno fino a farci dimenticare in che modo pronunciamo il nostro stesso nome? Fino a farci dimenticare che non siamo solamente la foto di noi stessi su uno schermo. Fino a isolare il nostro inutile residuo di identità dietro una cortina di comfort e silenzio.”

La pubblicazione risale al 7 gennaio ma solo negli ultimi giorni se ne comincia a parlare, certamente complice la Giornata della Memoria 2021.

Il titolo non passa inosservato e ciò che questo libro contiene neppure. Ma cominciamo con la trama, se così può essere definita.

In uno studio medico di Londra una giovane donna è distesa su un lettino e si affida alle abili mani del dottor Seligman (non a caso ebreo, il cui nome significa, letteralmente, uomo beato) per un’operazione molto importante che si sta svolgendo in anestesia locale. E dal momento che la donna è pienamente cosciente comincia a parlare sciorinando la sua vita dall’inizio a quel momento, ricordando la madre autoritaria e il padre inesistente, analizzando la società, l’isolamento imperante, gli uomini che ha incontrato, la percezione dell’essere donna, l’amore che ha provato. Un flusso inesauribile di pensieri, un lungo monologo che spazia da un tema all’altro con rapidità e ironia (talvolta quasi nera) e che non annoia mai.

Va anche detto che lascia alquanto titubanti in alcuni passaggi.

Si comincia con la protagonista che racconta di aver sognato di essere Hitler che parlava con Mussolini di non so cosa. Prosegue con alcuni motti di disprezzo nei confronti della Germania (l’autrice, classe 1987, è tedesca ma vive ora a Londra dove lavora), dell’Italia e forse di un po’ tutti.  Quasi un vaneggiare. Ci sono poi i genitori, la vita privata, la sessualità, il suo corpo, i corpi femminili, i legami con il passato e la voglia di rimediare ad un qualcosa che poi così chiaro non è.

Katharina Volckmer
“Un cazzo ebreo” (La nave di Teseo, 2021, traduzione di Chiara Spaziani), primo romanzo di Katharina Volckmer,  è un testo diretto, schietto, che a tratti cade nella volgarità con una parvenza di coscienza sempre presente.

Diciamola tutta, con un titolo differente (quello originale è “The appointment. Or, The Story of a Jewish Cock”) non so se avrebbe attirato da subito così tanti lettori ma la provocazione ci sta e ci sta che sia ben scritto e che ogni riga porti alla successiva con facilità, nonostante i dubbi relativi a ciò che stiamo leggendo che a tratti somiglia più a fantascienza o a un testo intriso di sesso e perversione.

“Sono soltanto stanca e l’idea di potermi concentrare esclusivamente sul mio desiderio mi appare un sogno perduto da tempo. Di poter spegnere il mio partner quando non ho alcuna emozione da condividere.”

Gli articoli che parlano di questo libro sono numerosi (ne ho letto solo alcuni) ma si ha l’impressione che si basino principalmente su quanto viene detto sugli ebrei, sul passato nazista della Germania, sull’antisemitismo mai sopito, su un’educazione, a detta della Volckmer, volta alla cancellazione più che alla comprensione e all’analisi.

Questo è senza dubbio un aspetto importante di “Un cazzo ebreo” (e sono certa che in tanti faranno il possibile per accentuarlo allo sfinimento) ma siamo sicuri che sia l’unico?

“Non sono mai le cose rumorose a ucciderci, le cose che fanno vomitare e urlare e piangere. Quelle cose stanno solo cercando attenzione. Sono come gatti in primavera, dottor Seligman, vogliono provare la nostra resistenza, ci svegliano nel cuore della notte e ascoltano la melodia delle nostre maledizioni – ma non hanno cattive intenzioni. La morte è tutto quello che ci cresce dentro, tutto quello che alla fine esploderà, traboccando dai suoi circuiti naturali e inondando tutto ciò che ha bisogno di respirare.”

Dove mettiamo le riflessioni su vita e morte e soprattutto sulle donne, sulla violenza e sui corpi? La libertà dei corpi, la necessità di essere ciò che ci obbligano ad essere, la nostra percezione e quella degli altri?

Quanto spesso ci ritroviamo chiusi in un corpo che sono gli altri, e per altri intendo principalmente la collettività, a manipolare? E quanto ciò influenza la nostra psiche?

E tra le ultime pagine di questo testo così particolare (non spoilero nulla, non vi preoccupate) si legge una grande e cruda verità troppo spesso ignorata: “E non facevo che sbagliarmi, costantemente confusa dal fatto che, in quanto donna, ci sia in realtà meno da nascondere di un uomo, ma questo è stato prima di capire che un cazzo è una specie di spada, un oggetto di orgoglio e confronto, mentre una vagina rappresenta una cosa debole, della cui proprietà ci si può fidare poco. Una cosa che verrà sempre fottuta, che può essere stuprata e può restare incinta e arrecare vergogna a una casa e a una famiglia.”

Forse si può arrivare addirittura a pensare che essere donne sia uno svantaggio? E tale riflessione in cosa può sfociare?

In tanti punti mi sono dovuta fermare per rileggere frasi poco chiare o ambigue ma mi fermo qui perché è necessario arrivare alla fine per comprendere tante altre cose e scoprire il ruolo di K.

Qualora decideste di intraprendere questa lettura ricordate di non limitarvi all’aspetto più legato all’ebraicità, andate anche oltre e provate a leggere con sensibilità, con onestà, con coraggio e ironia, senza farvi spaventare dalle parole utilizzate, senza porvi limiti.

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lunedì 25 gennaio 2021

"Le congetture di Bonelli" di Cristina Biolcati - Primo Gruppo di Lettura in collaborazione con la pagina Leggere è viaggiare


"Si baciarono, come fossero due disperati aggrappati ad un ramo che riaffiora dalle sabbie mobili. E questa volta fu un baci o appassionato, che andò oltre la stanchezza e la lucidità. Due esseri simili e soli, che si erano ritrovati e si attraevano.”

 



𝑳'𝒂𝒏𝒈𝒐𝒍𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒄𝒖𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒅𝒊 𝑩𝒆𝒄𝒌𝒚
& 𝑳𝒆𝒈𝒈𝒆𝒓𝒆 𝒆̀ 𝑽𝒊𝒂𝒈𝒈𝒊𝒂𝒓𝒆 sono felici di presentarvi il primo Gruppo di Lettura che vede protagonista la scrittrice Cristina Biolcati con il suo primo romanzo, il thriller "Le congetture di Bonelli"

DOVE --> Online: facebook.com
QUANDO --> Lunedì 1 febbraio 2021 
       PREZZO: gratis
Chiunque su Facebook o fuori Facebook
QUI il link all'evento su Facebook

La lettura inizia il 1° febbraio e termina il 1° marzo 2021 ed entro questa data verranno comunicati giorno ed orario nei quali si discuterà il libro, con presente l'autrice stessa.
Se siete interessati cliccate su Parteciperò e verrete ricontattati da me a fine mese tramite messaggio privato.

* Per la lettura avete due opzioni *
  1. acquistare il Kindle da qui;
  2. ottenere gratuitamente il PDF che io stessa invierò in privato a chi selezionerà 'Partecipo' sulla pagina Facebook dell'evento.
L'incontrò si terrà sulla pagina Leggere è viaggiare e sempre lì potrete trovare aggiornamenti al riguardo.

Sinossi del romanzo: Stadio Bonelli finge di essere un investigatore privato, mentre in realtà è un pirata informatico. Quando il figlio di un noto gioielliere scompare, è lui che viene chiamato dalla famiglia a indagare, nella speranza che il fatto non diventi di dominio pubblico e non venga allertata la polizia. In un crescendo di eventi, il ruvido Bonelli si troverà a far coppia con la giovane moglie dello scomparso, la bella Annelise, fortemente determinata a scoprire cosa sia accaduto al marito. I colpi di scena si susseguono, così come la scia di sangue, in quello che diventa un gioco pericoloso. Il caso, in apparenza semplice, sfugge al controllo e nessuno è ciò che sembra. Nascosto nel buio, qualcuno infatti cova vendetta. Fino all’inaspettata resa dei conti.
--> Potete leggere la mia recensione qui 

Vi aspettiamo numerose/i! Sarà bello poter commentare insieme il romanzo (gli spunti di riflessione sono davvero tanti, a partire dal fatto che la protagonista è una donna) e ascoltare le vostre opinioni sincere di lettrici/lettori! 
Non vi resta che andare andare sull'evento Facebook e cliccare su PARTECIPO! 
Buona lettura e a presto!! 



martedì 19 gennaio 2021

“Non è mai troppo tardi” di Stefania Russo: un inno alla speranza, all’amore universale e alla vita

Non è mai troppo tardi di Stefania Russo

“È quando sei giovane che la morte ti mette paura. Da vecchia non ha più alcun potere su di te. Quando sei rimasta sulla Terra abbastanza a lungo da poter vedere tutto quello che c’era da vedere, e forse anche un po’ di più, la morte assume un significato del tutto diverso, quasi liberatorio. Non è altro che il flusso naturale delle cose, una prospettiva fisiologica.”

Buon anno nuovo lettrici e lettori! Questa è la mia prima recensione del 2021 e spero che anche per voi l’anno sia cominciato con tante nuove letture interessanti! Le tensioni e le preoccupazioni dell’anno precedente non hanno favorito la lettura, nonostante il tempo trascorso a casa, ma proviamo a lasciarci alle spalle i brutti periodi e pensiamo solamente ai libri!!

Ho deciso di iniziare con un libro letto nel 2020 e sul quale non avevo ancora scritto, un libro che ho amato e che trovo ideale per un nuovo inizio ricco di speranza e buoni sentimenti.

Avete presente quei palazzoni di cemento grigi che vi accolgono all’entrata di Milano o che avete visto tante volte in televisione? Avete mai provato ad immaginare chi ci vive? Se pensate a persone che non se la passano troppo bene economicamente non siete lontani dalla realtà mentre vi siete sbagliati se avete immaginato malviventi o persone simili.

“Non è mai troppo tardi” racconta la storia di Annarita che in quello che chiama Mostro di cemento ci abita da una vita. Ha ottantaquattro anni, è costretta a muoversi in sedie a rotelle e potete immaginare l’accessibilità di simili strutture. Da alcuni anni non è più autosufficiente e Olga le da una mano alcune ore ogni giorno. 

La figlia Katia vive a pochi passi da lei ma sembra non avere più tempo per la madre; per fortuna c’è anche Stella che della nonna si prende cura e le fa compagnia ogni volta che le è possibile. Le giornate trascorrono così, tra affetti, amicizie, un caffè al bar sotto, le messe e le iniziative di don Antonio, le scorribande di Totò e i suoi amici. E poi la Banca del Tempo, l’idea di Stella che potrebbe essere la salvezza per la sorella di Olga gravemente malata.

“Non è mai troppo tardi” (Sperling & Kupfer, 2020) è il primo romanzo della giovane milanese (ora residente in provincia di Modena) Stefania Russo. Un romanzo del quale si è parlato tanto e ovunque, motivo per il quale ho deciso di leggerlo e posso ora dire di non essermene pentita.

La storia è molto bella, molto più di quanto potreste pensare dopo averne letto la trama.

Stefania Russo

Annarita è una protagonista perfetta e non vi fate ingannare dall’età, la sua vita è ricchissima, la sua esperienza è da esempio per i più giovani, e per noi lettrici e lettori, e ciò che le accade non è poi così lontano dalle nostre realtà.

“È bizzarro: a volte hai la sensazione di vivere l’ennesima giornata inutile della tua vita, poi un paio di amici ti portano due fette di torta e un bricco di caffè, e allora il mondo ti sembra subito migliore.”

Ogni personaggio di questa storia riveste un ruolo preciso ed è impossibile non affezionarsi a ciascuno di loro; cadauno portatore di racconti, di esistenze non semplici ma con la speranza e la voglia di mettersi in gioco sempre presenti.

Annarita, Stella e tutti gli altri ci insegnano ad andare avanti nonostante tutto e tutti, a mostrare considerazione per chi è più grande di noi senza dimenticare che, se avremo fortuna, un giorno noi stessi arriveremo a quell’età troppo spesso denigrata e spregiata. Nessuna età è troppo in là per meritare rispetto e felicità.

“Sta per arrivare la mia felicità e, scusatemi, ma adesso devo andare ad accoglierla.”

“Non è mai troppo tardi” è dolce, spietatamente reale, emozionante, pregno di solidarietà, di cooperazione e di quel fine sentimento che ci porta in mondi altri e che ci fa riflettere sul fatto che forse ciò che chiamiamo umanità ancora esiste, sta solamente a noi ritrovarla e farla nostra.

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