Della stessa sostanza dei padri, Davide Rocco Colacrai
"Ho capito che l’amore
non è una malattia,/ che non posso essere guarito nel mio canto alla vita,/ che
la promessa legata al letto come un Gesù Cristo è solo un inganno,/ un
avvicinarsi sottovoce e in punta di piedi al soffitto e al cielo,/ quasi
un’unghia storta di vento,/ e ho capito anche finalmente che questo guscio di
miracoli/ all’incontrario che additano come manicomio/ è un condominio di
santi.”
Sacro e profano, pazzia e
omosessualità, politica e migrazione. Questi sono solamente alcuni degli
argomenti trattati nella sua silloge poetica, la terza edita dalla casa
editrice anconetana Le Mezzelane.
“Della stessa sostanza
dei padri – Poesie al Maschile” (marzo 2021) si compone di 27 poesie che
parlano dell'uomo in tutte le sue sfumature e percezioni.
Davide Rocco Colacrai, giurista
e criminologo, scrive ormai da anni e numerosi sono i riconoscimenti letterari nazionali
e internazionali ricevuti dal 2008 ad oggi.
“Sento il mio corpo
liquido, senza sartiame,/ e assoluto,/ quasi una lacrima che scivola sui
polpastrelli del mare/ mentre il sole dipinge il suo raggio/ con cui mi
trafigge/ e mi ritrovo sposo senza promessa e senza vestito/ un albatro di
bruma che si tende oltre l’onda,/ dove i ricordi non sono ancora nati/ e gli
occhi tacciono, mentre le dita predicono un’eco della mia terra.”
La sua è una poesia elegante
e dal sapore istintivo e viscerale che raccoglie sensazioni ed osservazioni
personali ma soprattutto persone. Sono le persone a fare il mondo e queste sono
le protagoniste di versi che non hanno paura di addentrarsi in tematiche forti
e delicate.
Davide Rocco Colacrai
Impressioni e sentimenti
personali si intrecciano alle vicissitudini di personaggi noti come Stefano
Cucchi, Stephen Hawking, Rudolf Nureyev, Pedro Lemebel, per citarne alcuni.
Colacrai mette le sue
parole al servizio di uomini che hanno sofferto, che hanno goduto di questo
mondo, ma che non sempre sono stati ricambiati in positivo.
Tramite i suoi versi essi
parlano, si esprimono con dolore, con schiettezza e con profonda tenerezza.
Ogni componimento ha un
preciso rimando e questo viene esplicitato con l’aggiunta di significative e
interessanti note a piè di pagina.
“Tutte le mie ore le consumavo a scegliere
storie,/ a sciogliere vite,/ ad ascoltarne il destino che non capivo appieno,/ e
il cuore, e così intuivo un senso, il coraggio,/ forse me stesso, di là dal
molo, oltre il mare.”
Una poesia priva di arzigogoli,
diretta, luminosa, attuale e reale.
Una raccolta da leggere e
rileggere ogni volta con occhi nuovi, una risposta a "Istantanee Donna -
Poesie al femminile" (2017) ed una testimonianza dell’evoluzione della
maturità emotiva e spirituale dell’autore.
“Mi chiamo Chiara, ho
vent’anni e vivo incazzata da quando ne avevo due. Sembra impossibile, lo so,
eppure. Credo sia stato in quel periodo che ho imparato che la mia famiglia non
era un posto felice; che ho iniziato a odiare mio padre.”
“Dove dormono le fate”
(Delos Digital, gennaio 2021) è il nuovo racconto lungo (il primo dalla
pubblicazione del primo romanzo “Le congetture di Bonelli”, Delos Digital) della scrittrice
ferrarese, ma padovana d’adozione,Cristina Biolcati.
Siamo tra Ferrara e
provincia. Chiara è una figlia ma talvolta anche una madre e una moglie. Questi
sono i ruoli che la sua famiglia le impone, seppure involontariamente. Una
madre presente con un marito egocentrico ed infantile che pensa solo a se
stesso e che non esita ad abbandonare moglie e figli nel momento in cui decide
di rifarsi una vita. Nuova moglie, nuova figlia, nuova casa e nuovo paese ma il
finale è scontato. Se non fosse che anche il figlio della prima moglie si
ritrova coinvolto in tutto questo e a peggiorare ulteriormente la situazione
arriva anche la pandemia che avvicina e allontana nuovamente. Un circolo
vizioso dal quale uscire potrebbe risultare impossibile.
“Dove dormono le fate” è
il racconto di una giovane donna che osserva ciò che accade attorno a lei.
Tenta di non farsi sopraffare ma al tempo stesso nutre il desiderio di agire,
di far sentire la sua voce, di non sottostare alla volontà altrui.
Cristina Biolcati
Il padre è colui che tira
le fila degli accadimenti. Volenti o nolenti la prima moglie, le figlie e il
figlio girano attorno alle sue scelte, a ciò che gli altri percepiscono di lui,
al suo talento nel mostrarsi in maniera differente dalla realtà.
“Perché papà scherza
sempre, ha la battuta pronta! Utilizza il dialetto, fa paragoni buffi, Sarebbe
simpatico, se non fosse mio padre.”
Le parole scorrono così
come scorre la vita, tra alti e bassi, tra fatti che sorprendono ma che in
fondo non rappresentano altro che le esistenze di ognuno di noi.
Perché stare in questo
mondo non è mai semplice e ancora meno lo è ora che disponiamo di minori
libertà e che le convivenze imposte divengono per tanti ancora meno
sopportabili.
Una lettura coinvolgente
che porta avanti il lettore tramite le parole della giovane Chiara, attraverso la
sua rabbia, il suo stupore di fronte a vicissitudini sempre nuove e
incredibili.
Difficile non riconoscere
lo stile di Cristina Biolcati tra vita reale, fiducia, ironia e momenti di pura poesia.
Una lettura scorrevole e
veloce per chi ha voglia di intraprendere un viaggio, a tratti difficoltoso, in
città e famiglie differenti dalla propria.
“Non so spiegare la
sensazione che provo quando corro con Bill sotto lo sterminato cielo azzurro
della prateria. È come se mi guidasse fuori dal buio, fuori da un senso di
solitudine che nemmeno sapevo di provare.”
Canada. In una cittadina
di campagna Leonard, dodicenne, trascorre le sue giornate con Bill, detto Bill
Zampe di Coniglio, un giovane uomo solitario evitato da tutti. Leonard non ha
amici a parte Bill; i due non hanno bisogno di tante parole per capirsi e Bill
insegna al ragazzino a piazzare le trappole per i conigli selvatici e a
strappare loro le zampe che rivende poi come portafortuna.
Entrambi non
desiderano altro che pace e nonostante Bill sia spesso scostante un affetto
sincero li unisce. Leonard a scuola è perseguitato dai bulli e a casa trova
quotidianamente un padre alcolizzato non certo incline ai gesti d’affetto.
Un giorno però qualcosa
accade, Bill compie un atto violento proprio davanti a Leonard e niente sarà
più lo stesso. Il fatto sciocca Leonard ma anziché allontanarlo definitivamente
da Bill la sua ossessione aumenta tanto da portarlo a studiare psichiatria e
intraprenderne la professione.
Leonard sarà un giovane e
brillante psichiatra e il lavoro in uno dei più grandi istituti psichiatrici
canadesi gli mostrerà nuove prospettive ma lo condurrà anche verso un passato
ancora sconosciuto.
“Bill” (Playground, 2020,
traduzione di Chiara Brovelli) è l’ultimo romanzo della canadese Helen Humphreys,
la cui storia è tratta da un fatto di cronaca del 1947.
Bastano poche parole per
essere rapiti da questo libro (anche la copertina non passa inosservata)
che racconta una storia tanto bella quanto inquietante.
Tutto nasce con, e da, quella
che definiremo un’ossessione, ma se si trattasse invece di un rifugio, di un
luogo sicuro nel quale scoprire un po’ di quella felicità mai conosciuta
altrove?
“Bill” è un romanzo di
formazione ma non solo; è la denuncia di fatti che vanno contro i diritti
Helen Humphreys
dell’uomo, contro l’umana sopportazione.
Leonard segue Bill come
fosse il capobranco, lo annusa, lo osserva, lo ammira e rispetta. Ed entrambi
trovano l’uno nell’altro qualcosa di inedito, un rapporto esclusivo, forse
animalesco, forse morboso in maniera non sana.
“Rimaniamo così, sdraiati
sotto il tremolio delle stelle. Buttiamo fuori l’aria insieme e poi inspiriamo,
finché il nostro respiro non trasforma i nostri corpi in due motori, nel buio.”
Sono le parole e gli
occhi di Leonard a raccontare i fatti e sempre lui ci porta verso una verità
dura, dolorosa e tristemente reale.
“Bill” si fa divorare, le
duecento pagine scorrono velocemente grazie ad una scrittura scorrevole e
leggera, malgrado la storia non semplice.
Amore, ossessione,
inconscio, a tratti improbabile, poetico dall’inizio alla fine, in una parola
bellissimo.
“So dieci giorni che non
te vedo/ e me ne sto da solo mentre appanno il vetro/ di questa macchina
disegnando due cuori/ attraverso i quali riesco a vedè fuori. // E fuori c'è
Roma, con tutta la sua bellezza/ anche quando piove, te vede e t'accarezza/ anche
quando non ci sei, ma tanto sto tranquillo/ perché tanto stai a tornà,/ e manco
a farlo apposta/ al telefono uno squillo.”
O forse ricorderete la
mia intervista nella quale Marco ci raccontò la sua passione per la scrittura,
per Stephen King (sua la seguitissima fan page Stephen King Italia),
l’esperienza con le case editrici, la scelta di autopubblicarsi e il rapporto
con i social media.
Lo conoscerete ora come
autore di versi, poesie in dialetto romanesco composte perlopiù durante il
periodo del lockdown e in ogni caso nel corso dell’anno 2020 appena
trascorso.
Un anno per nulla
semplice che ha portato tutti noi a dedicarci ad attività ed interessi nuovi
rispetto al passato.
“L'anima de li pensieri
mia” è disponibile su Amazon per l’acquisto (sia su supporto cartaceo che
digitale) e comprende 50 componimenti poetici molto attuali.
I temi trattati sono
diversi: si va dall’amore all’amata Roma, dalla forzata reclusione all’amicizia
senza dimenticare personaggi divenuti (purtroppo) protagonisti della cronaca
come Stefano Cucchi o Emanuela Orlandi. Non mancano i momenti di
spensieratezza, i ricordi del passato, i pensieri per il futuro e gli affetti
più cari.
Il linguaggio è semplice,
popolare, dialettale, ma ogni parola è importante e portavoce di sentimenti
profondi e talvolta di un disagio che ancora stiamo vivendo a causa del periodo
storico particolare che stiamo affrontando.
Ma lascio ora parlare lo
stesso Marco Giuli che ringrazio ancora una volta per la disponibilità.
Ciao
Rebecca, è sempre un piacere parlare con te. Io sto abbastanza bene dai.
Abbiamo avuto tutti dei momenti difficili, chi più chi meno. Nel corso del 2020
abbiamo imparato che cosa vuol dire affrontare una pandemia. Ragazzi, è
qualcosa che, al di là di tutti i discorsi complottisti, racconteremo ai nostri
ragazzi un domani. Sempre se per quel domani ne saremo usciti del tutto (ride
ndr…).
Abbiamo
visto le nostre città deserte, o quasi. E se da una parte questo ci rattrista
un po’ dall’altra ci permette di ammirare angoli di città che prima, preso
dalla frenesia del vivere e dal caos della gente, non ti accorgevi esistessero.
Ne parlo nel mio ultimo libro “L’anima de li pensieri mia” con una poesia
intitolata “Roma mia”.
Marco Giuli
Questa
volta ci siamo ritrovati per parlare della tua nuova pubblicazione. Come
nascono queste poesie e per quale motivo hai deciso di condividerle con un
pubblico più ampio?
L’idea
di fare una raccolta, devo essere sincero, è venuta soltanto dopo qualche
poesia. Scrissi la prima, mi ricordo bene, quando ancora non eravamo in
quarantena totale. L’idea venne, come spesso accade, un po’ per gioco e un po’
per noia. Feci girare la poesia e vidi che le reazioni di chi la leggeva erano
entusiaste. Così, complice la quarantena forzata, e quel sano senso di
inquietudine che serve, ad un poeta, per scrivere le sue opere, cominciai a
buttare giù rime ogni sera, dopo cena. L’idea era quella di tenerle per me,
chiuderle in un cassetto perché rappresentavano un momento particolare e non
proprio da ricordare con il sorriso. Man mano che scrivevo, però, sentivo anche
il bisogno di far conoscere le mie parole, i miei pensieri, agli altri.
Qualcuno diceva: “La vita non ha senso, se non la racconti a nessuno”. E sono
completamente d’accordo con questa filosofia.
Scrivevi
poesie anche in passato o si tratta della prima volta?
Avrò
scritto qualche poesia alle elementari, forse. Roba che se le rileggessi adesso
mi nasconderei sotto il letto dalla vergogna. Però ricordo che l’emozione nello
scriverle, ecco, quello non l’ho più ritrovato. Preferisco scrivere brevi
novelle, o racconti lunghi. Ma sotto lockdown non avevo la giusta lucidità
mentale per scrivere qualcosa che avrebbe comportato un filo narrativo da
seguire in più giorni. Così ho trovato, nelle poesie, una strategia vincente.
Anche se non andavo a dormire finché non l’avessi finita.
Hai
una e più poesie alla o alle quali sei maggiormente legato? E se sì, per quale
motivo?
La
prima che ho scritto è la mia preferita: Due cuori appannati su Roma. Da questa
poesia ho capito che potevo scriverne altre. È stato l’inizio di tutto. Mi
ricordo che sotto lockdown la recitai in un videocontest su Instagram e piacque
molto anche agli altri partecipanti. Al punto che, Luigi Martini, un bravissimo
attore e un mio caro amico, decise di recitarla e registrarla su Youtube.
In
quanto lettore hai dei poeti di riferimento?
Uno
su tutti, il Maestro. Alcuni testi di Franco Califano, recitati poi con la sua
inconfondibile voce, sono qualcosa di unico. “Avventura con il travestito”, “Un
tempo piccolo”, “Minuetto” o “Nun me portà a casa”, per citarne alcuni, anche
tra i meno blasonati ma non altrettanto belli…
All’interno
della raccolta sarà facile, infatti, intravedere l’influenza che ha avuto il
Maestro in alcune mie poesie. Specie quelle in cui il protagonista è Erichetto
(personaggio di mia fantasia).
Cosa
rappresenta per te, in un discorso di ampio respiro, la poesia?
Per
me la poesia è esperienza. Mi spiego meglio: ognuno di noi vive una vita fatta
di sentimenti, azioni, pensieri, conseguenze… Esperienze appunto. La poesia non
è altro, quindi, che la trasformazione di queste esperienze in qualcosa di
universale. Dove tutti ci si possono rispecchiare. Accade spesso anche per le
canzoni, e infatti i cantautori più bravi spesso vengono chiamati anche poeti.
Poesia
è anche rimanere bambini. Perché solo con gli occhi di un bambino si possono
cogliere quegli aspetti, quei dettagli, minuscoli agli occhi di un adulto, che
rendono indimenticabile un verso, una strofa. D’altronde anche Pascoli
sosteneva, mitizzando il fanciullino, che soltanto guardando il mondo come fa
un bambino è possibile trasformare il fantastico, l’immaginifico in reale.
Quali
sentimenti e immagini speri di suscitare nei lettori con i tuoi versi?
Come
ripete spesso anche King nei suoi libri, spero di suscitare un’emozione. Non
importa quale sia l’importante è che ci sia. Può essere gioia, nostalgia,
tristezza, rabbia… Ma un’emozione deve esserci. La cosa che più mi spaventa è
non riuscire ad emozionare. Per uno scrittore è l’anticamera del fallimento.
D’altronde non posso piacere a tutti e non posso nemmeno pretendere che
piacciano tutte le mie poesie dalla prima all’ultima. È come quando prendi un
disco di un cantante che non conosci, se su dieci tracce almeno una o due ti
piacciono allora è un buon disco.
Perché
poesie in dialetto e non in italiano?
No
in realtà ci sono anche alcune poesie in italiano, dipende poi molto dal
contesto e dall’argomento che volevo trattare. Poesie come quella dedicata a
Emanuela Orlandi o quella su Stefano Cucchi, ad esempio, sentivo la necessità
di scriverla usando un linguaggio più attaccato alle mie origini, proprio
perché raccontavano uno spaccato di vita romana. Più in generale il mio intento
è quello di raccontare le mie esperienze, emozioni, quello che avevo dentro in
un modo, diciamo così, confidenziale e popolare. Come quando si è tra amici.
Ecco, le mie poesie, sono un modo per dirvi: “Ehi, sono vostro amico. Adesso vi
racconto una cosa. State a sentire…”
Hai
in progetto qualche presentazione della tua raccolta?
La
settimana prossima sarò ospite della trasmissione radiofonica “Stregati dalla
Rete” su RadioRock. Sarà una bella occasione per promuovere il mio libro e
perché no, recitare qualche poesia in diretta.
Nel
mese di ottobre la casa editrice Porto Seguro ha pubblicato il tuo “You’ll
never walk alone”. Ce ne parli brevemente?
“You’llnever walk alone” è il mio primo romanzo breve. L’idea è nata subito dopo i
fatti di cronaca che hanno caratterizzato il prepartita di Liverpool Roma in
Champions League circa un paio di anni fa, forse qualcosa di più. Ho sentito il
bisogno di raccontare quegli eventi, ma non in modo giornalistico o critico.
Bensì con una storia di amicizia. Due ragazzi di Roma, che partono per vedere
quella partita e rimangono coinvolti nei disordini fuori lo stadio. Uno dei due
ragazzi è su una sedia a rotelle e prima di arrivare a Liverpool affronteranno
entrambi un viaggio on the road pieno di emozioni e difficoltà.
Marco Giuli
Nella
precedente intervista avevi espresso il tuo frequente utilizzo dei social. È
stato così anche nel 2020? E hanno forse avuto per te un ruolo ancora più
importante rispetto al passato?
I
social hanno avuto un ruolo ancor più fondamentale nel corso di questo 2020.
Per certi momenti erano l’unico mezzo di comunicazione con l’esterno, con gli
altri. Mi sono fermato spesso a pensare a come sarebbe stata, questa pandemia,
se ci avesse costretti a stare a casa negli anni ‘90. Quando non c’erano
chiamate illimitate, wifi in casa, né Skype, né Whatsapp, né Facebook. Come
avremmo trovato il modo di sentirci con gli amici, i familiari? Sarebbe stato
tutto maledettamente più complicato. Dall’altra
parte, però, ogni tanto sento anche il bisogno di staccare. Altrimenti si
rischia di perdere il contatto con la realtà. Di quando in quando, anche se non
troppo spesso, sento il bisogno di spegnere il telefono e camminare per la
città. Guardare la gente in giro, ascoltare i discorsi di due anziani al bar,
guardare loro le mani… ecco, queste cose nessun social network potrà dartele.
Ti
abbiamo conosciuto prima come scrittore di racconti più o meno lunghi: al
riguardo hai qualche nuovo progetto di cui farci partecipi in anteprima?
Per
ora voglio godermi il momento. Quest’anno cercherò di far conoscere “L’anima de
li pensieri mia” e “You’ll never walk alone” a più persone possibile. Per i
prossimi anni ho già qualcosa in una cartella sul mio pc. Non posso svelare
ancora nulla, sono ancora in fase di studio e di raccolta materiale. Quello che
posso dire è che vorrei cercare di alzare ancora di più l’asticella. Mi
piacerebbe scrivere la biografia di qualche personaggio storico…
Grazie Marco, in bocca al lupo per la tua raccolta di poesie e per tutti i tuoi progetti!
“Ha
notato anche lei, dottor Seligman, o forse è abbastanza fortunato da essere
troppo vecchio per questi tipo di modernità, come questi nuovi schiavi siano
tutti progettati per tenerci dentro casa? Come ci stiano provando di ogni
contatto umano, procacciandoci cibo, spesa e orgasmi mentre annegano quello che
rimane dei nostri cervelli in programmi televisivi senza fine? Come si
fotteranno e sfameranno fino a farci dimenticare in che modo pronunciamo il nostro
stesso nome? Fino a farci dimenticare che non siamo solamente la foto di noi
stessi su uno schermo. Fino a isolare il nostro inutile residuo di identità
dietro una cortina di comfort e silenzio.”
La
pubblicazione risale al 7 gennaio ma solo negli ultimi giorni se ne comincia a
parlare, certamente complice la Giornata della Memoria 2021.
Il
titolo non passa inosservato e ciò che questo libro contiene neppure. Ma
cominciamo con la trama, se così può essere definita.
In
uno studio medico di Londra una giovane donna è distesa su un lettino e si
affida alle abili mani del dottor Seligman (non a caso ebreo, il cui nome
significa, letteralmente, uomo beato) per un’operazione molto importante che si
sta svolgendo in anestesia locale. E dal momento che la donna è pienamente
cosciente comincia a parlare sciorinando la sua vita dall’inizio a quel
momento, ricordando la madre autoritaria e il padre inesistente, analizzando la
società, l’isolamento imperante, gli uomini che ha incontrato, la percezione
dell’essere donna, l’amore che ha provato. Un flusso inesauribile di pensieri,
un lungo monologo che spazia da un tema all’altro con rapidità e ironia
(talvolta quasi nera) e che non annoia mai.
Va
anche detto che lascia alquanto titubanti in alcuni passaggi.
Si
comincia con la protagonista che racconta di aver sognato di essere Hitler che
parlava con Mussolini di non so cosa. Prosegue con alcuni motti di disprezzo nei
confronti della Germania (l’autrice, classe 1987, è tedesca ma vive ora a
Londra dove lavora), dell’Italia e forse di un po’ tutti. Quasi un vaneggiare. Ci sono poi i genitori, la vita privata, la
sessualità, il suo corpo, i corpi femminili, i legami con il passato e la
voglia di rimediare ad un qualcosa che poi così chiaro non è.
Katharina Volckmer
“Un
cazzo ebreo” (La nave di Teseo, 2021, traduzione di Chiara Spaziani), primo romanzo di Katharina Volckmer, è un testo
diretto, schietto, che
a tratti cade nella volgarità con una parvenza di coscienza sempre presente.
Diciamola
tutta, con un titolo differente (quello originale è “The appointment. Or, The
Story of a Jewish Cock”) non so se avrebbe attirato da subito così tanti
lettori ma la provocazione ci sta e ci sta che sia ben scritto e che ogni riga
porti alla successiva con facilità, nonostante i dubbi relativi a ciò che stiamo
leggendo che a tratti somiglia più a fantascienza o a un testo intriso di sesso
e perversione.
“Sono
soltanto stanca e l’idea di potermi concentrare esclusivamente sul mio
desiderio mi appare un sogno perduto da tempo. Di poter spegnere il mio partner
quando non ho alcuna emozione da condividere.”
Gli
articoli che parlano di questo libro sono numerosi (ne ho letto solo alcuni) ma
si ha l’impressione che si basino principalmente su quanto viene detto sugli
ebrei, sul passato nazista della Germania, sull’antisemitismo mai sopito, su un’educazione,
a detta della Volckmer, volta alla cancellazione più che alla comprensione e
all’analisi.
Questo
è senza dubbio un aspetto importante di “Un cazzo ebreo” (e sono certa che in
tanti faranno il possibile per accentuarlo allo sfinimento) ma siamo sicuri che
sia l’unico?
“Non
sono mai le cose rumorose a ucciderci, le cose che fanno vomitare e urlare e
piangere. Quelle cose stanno solo cercando attenzione. Sono come gatti in
primavera, dottor Seligman, vogliono provare la nostra resistenza, ci svegliano
nel cuore della notte e ascoltano la melodia delle nostre maledizioni – ma non
hanno cattive intenzioni. La morte è tutto quello che ci cresce dentro, tutto
quello che alla fine esploderà, traboccando dai suoi circuiti naturali e
inondando tutto ciò che ha bisogno di respirare.”
Dove
mettiamo le riflessioni su vita e morte e soprattutto sulle donne, sulla
violenza e sui corpi? La libertà dei corpi, la necessità di essere ciò che ci
obbligano ad essere, la nostra percezione e quella degli altri?
Quanto
spesso ci ritroviamo chiusi in un corpo che sono gli altri, e per altri intendo
principalmente la collettività, a manipolare? E quanto ciò influenza la nostra
psiche?
E
tra le ultime pagine di questo testo così particolare (non spoilero nulla, non
vi preoccupate) si legge una grande e cruda verità troppo spesso ignorata: “E
non facevo che sbagliarmi, costantemente confusa dal fatto che, in quanto donna,
ci sia in realtà meno da nascondere di un uomo, ma questo è stato prima di capire
che un cazzo è una specie di spada, un oggetto di orgoglio e confronto, mentre
una vagina rappresenta una cosa debole, della cui proprietà ci si può fidare poco.
Una cosa che verrà sempre fottuta, che può essere stuprata e può restare
incinta e arrecare vergogna a una casa e a una famiglia.”
Forse
si può arrivare addirittura a pensare che essere donne sia uno svantaggio? E
tale riflessione in cosa può sfociare?
In
tanti punti mi sono dovuta fermare per rileggere frasi poco chiare o ambigue ma
mi fermo qui perché è necessario arrivare alla fine per comprendere tante altre
cose e scoprire il ruolo di K.
Qualora
decideste di intraprendere questa lettura ricordate di non limitarvi all’aspetto
più legato all’ebraicità, andate anche oltre e provate a leggere con sensibilità,
con onestà, con coraggio e ironia, senza farvi spaventare dalle parole utilizzate, senza porvi limiti.
"Si baciarono, come fossero due disperati aggrappati ad un ramo che riaffiora dalle sabbie mobili. E questa volta fu un baci o appassionato, che andò oltre la stanchezza e la lucidità. Due esseri simili e soli, che si erano ritrovati e si attraevano.”
𝑳'𝒂𝒏𝒈𝒐𝒍𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒄𝒖𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒅𝒊 𝑩𝒆𝒄𝒌𝒚 & 𝑳𝒆𝒈𝒈𝒆𝒓𝒆 𝒆̀ 𝑽𝒊𝒂𝒈𝒈𝒊𝒂𝒓𝒆 sono felici di presentarvi il primo Gruppo di Lettura che vede protagonista la scrittrice Cristina Biolcati con il suo primo romanzo, il thriller "Le congetture di Bonelli".
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La lettura inizia il 1° febbraio e termina il 1° marzo 2021 ed entro questa data verranno comunicati giorno ed orario nei quali si discuterà il libro, con presente l'autrice stessa.
Se siete interessati cliccate su Parteciperò e verrete ricontattati da me a fine mese tramite messaggio privato.
ottenere gratuitamente il PDF che io stessa invierò in privato a chi selezionerà 'Partecipo' sulla pagina Facebook dell'evento.
L'incontrò si terrà sulla pagina Leggere è viaggiare e sempre lì potrete trovare aggiornamenti al riguardo.
Sinossi del romanzo: Stadio Bonelli finge di essere un investigatore privato, mentre in realtà è un pirata informatico. Quando il figlio di un noto gioielliere scompare, è lui che viene chiamato dalla famiglia a indagare, nella speranza che il fatto non diventi di dominio pubblico e non venga allertata la polizia. In un crescendo di eventi, il ruvido Bonelli si troverà a far coppia con la giovane moglie dello scomparso, la bella Annelise, fortemente determinata a scoprire cosa sia accaduto al marito. I colpi di scena si susseguono, così come la scia di sangue, in quello che diventa un gioco pericoloso. Il caso, in apparenza semplice, sfugge al controllo e nessuno è ciò che sembra. Nascosto nel buio, qualcuno infatti cova vendetta. Fino all’inaspettata resa dei conti.
Vi aspettiamo numerose/i! Sarà bello poter commentare insieme il romanzo (gli spunti di riflessione sono davvero tanti, a partire dal fatto che la protagonista è una donna) e ascoltare le vostre opinioni sincere di lettrici/lettori!
Non vi resta che andare andare sull'evento Facebook e cliccare su PARTECIPO!
“È quando sei giovane che
la morte ti mette paura. Da vecchia non ha più alcun potere su di te. Quando
sei rimasta sulla Terra abbastanza a lungo da poter vedere tutto quello che
c’era da vedere, e forse anche un po’ di più, la morte assume un significato
del tutto diverso, quasi liberatorio. Non è altro che il flusso naturale delle
cose, una prospettiva fisiologica.”
Buon anno nuovo lettrici
e lettori! Questa è la mia prima recensione del 2021 e spero che anche per voi
l’anno sia cominciato con tante nuove letture interessanti! Le tensioni e le
preoccupazioni dell’anno precedente non hanno favorito la lettura, nonostante
il tempo trascorso a casa, ma proviamo a lasciarci alle spalle i brutti periodi
e pensiamo solamente ai libri!!
Ho deciso di iniziare con
un libro letto nel 2020 e sul quale non avevo ancora scritto, un libro che ho
amato e che trovo ideale per un nuovo inizio ricco di speranza e buoni
sentimenti.
Avete presente quei
palazzoni di cemento grigi che vi accolgono all’entrata di Milano o che avete
visto tante volte in televisione? Avete mai provato ad immaginare chi ci vive? Se
pensate a persone che non se la passano troppo bene economicamente non siete
lontani dalla realtà mentre vi siete sbagliati se avete immaginato malviventi o
persone simili.
“Non è mai troppo tardi”
racconta la storia di Annarita che in quello che chiama Mostro di cemento ci abita
da una vita. Ha ottantaquattro anni, è costretta a muoversi in sedie a rotelle
e potete immaginare l’accessibilità di simili strutture. Da alcuni anni non è
più autosufficiente e Olga le da una mano alcune ore ogni giorno.
La figlia
Katia vive a pochi passi da lei ma sembra non avere più tempo per la madre; per
fortuna c’è anche Stella che della nonna si prende cura e le fa compagnia ogni
volta che le è possibile. Le giornate trascorrono così, tra affetti, amicizie,
un caffè al bar sotto, le messe e le iniziative di don Antonio, le scorribande
di Totò e i suoi amici. E poi la Banca del Tempo, l’idea di Stella che potrebbe
essere la salvezza per la sorella di Olga gravemente malata.
“Non è mai troppo tardi”
(Sperling & Kupfer, 2020) è il primo romanzo della giovane milanese (ora
residente in provincia di Modena) Stefania Russo. Un romanzo del quale si è
parlato tanto e ovunque, motivo per il quale ho deciso di leggerlo e posso ora
dire di non essermene pentita.
La storia è molto bella, molto
più di quanto potreste pensare dopo averne letto la trama.
Stefania Russo
Annarita è una
protagonista perfetta e non vi fate ingannare dall’età, la sua vita è
ricchissima, la sua esperienza è da esempio per i più giovani, e per noi
lettrici e lettori, e ciò che le accade non è poi così lontano dalle nostre
realtà.
“È bizzarro: a volte hai
la sensazione di vivere l’ennesima giornata inutile della tua vita, poi un paio
di amici ti portano due fette di torta e un bricco di caffè, e allora il mondo
ti sembra subito migliore.”
Ogni personaggio di
questa storia riveste un ruolo preciso ed è impossibile non affezionarsi a
ciascuno di loro; cadauno portatore di racconti, di esistenze non semplici ma
con la speranza e la voglia di mettersi in gioco sempre presenti.
Annarita, Stella e tutti
gli altri ci insegnano ad andare avanti nonostante tutto e tutti, a mostrare
considerazione per chi è più grande di noi senza dimenticare che, se avremo
fortuna, un giorno noi stessi arriveremo a quell’età troppo spesso denigrata e
spregiata. Nessuna età è troppo in là per meritare rispetto e felicità.
“Sta per arrivare la mia
felicità e, scusatemi, ma adesso devo andare ad accoglierla.”
“Non è mai troppo tardi”
è dolce, spietatamente reale, emozionante, pregno di solidarietà, di
cooperazione e di quel fine sentimento che ci porta in mondi altri e che ci fa
riflettere sul fatto che forse ciò che chiamiamo umanità ancora esiste, sta
solamente a noi ritrovarla e farla nostra.