“Anna come sono tante, Anna
permalosa, Anna bello sguardo, Sguardo che ogni giorno Perde qualcosa. Se chiude
gli occhi lei lo sa, Stella di periferia, Anna con le amiche, Anna che vorrebbe
andar via. Marco grosse scarpe e poca carne, Marco cuore in allarme, Con sua
madre una sorella, Poca vita sempre quella, Se chiude gli occhi lui lo sa, Lupo
di periferia, Marco col branco, Marco che vorrebbe andar via.”
Queste sono le parole
della canzone “Anna e Marco” di Lucio Dalla ma è anche la storia dei due
omonimi protagonisti di “Supereroi” (Einaudi, 2020) del regista, sceneggiatore
e scrittore romano Paolo Genovese.
Anna è proprio così, un
po’ permalosa, a volte insicura ma altre piena di fiducia che vorrebbe sempre
andare via, soprattutto quando comincia ad intravedere la felicità tanto
agognata. Marco ha il cuore in allarme, sotto diversi punti di vista, sa bene
cosa vuole ma a volte anche lui vorrebbe andare via.
Marco e Anna si incontrano
quasi per caso e da quel momento, seppure ad intermittenza, il loro legame
diventa indissolubile. Il loro è un amore imperfetto come tanti e come tanti
combattono quotidianamente, consapevoli che, come il titolo suggerisce, servono
i superpoteri per amarsi tutta una vita. E non sempre il finale sarà come ce lo
eravamo immaginato.
“Con gli anni ho capito
che l’uomo perfetto non esiste, tantomeno l’amore perfetto. E che forse l’unica
perfezione sta in quell’energia che lo fa resistere al tempo.”
“Supereroi” è un romanzo
che si fa divorare, che colpisce per l’imperfezione dei suoi personaggi, per
l’essere così reale e realistico, per l’amore che scaturisce da ogni pagina.
Il concetto di base è che
l’amore non è mai semplice e questo viene raccontato in maniera schietta e
diretta come raramente capita.
“Si volta verso di lei e
la tira a sé in uno di quegli abbracci con cui si cerca di trasmettere energia.
Lo ha sempre fatto fin da bambino: stringere forte qualcuno, sentire un
formicolio e far finta che sia energia che passa di corpo in corpo, come un
supereroe che si preoccupa dei più deboli.”
Anna e Marco si
rincorrono e sarebbe così semplice lasciarsi andare e decidere di arrendersi
all’evidenza, ma siamo esseri umani complessi e dotati di intelligenza che
troppo spesso ci porta a rimuginare persino sulle cose più semplici.
Paolo Genovese
E al termine di questa
bellissima e commovente storia ci ritroveremo a chiederci quanti sono i momenti
della nostra vita che possiamo definire perfetti e quanti ce ne potranno essere
in futuro, e chi o cosa ci avvicina alle persone che amiamo: un algoritmo, il
destino o semplicemente le nostre decisioni più ragionate?
“I riflessi dell’acqua
danzano sulla pietra e i colori dei coralli rimbalzano sul volto di Anna. La
sua espressione è quella di chi si è appena accorto che la bellezza e la
felicità esistono realmente, basta avere il filtro giusto nell’animo.”
Ma soprattutto: amarsi
per tutta la vita è possibile?
Per scoprirlo, o se non
altro per rifletterci o semplicemente per immedesimarsi nella storia, non resta
che leggere “Supereroi” e sperare che la fine arrivi il più tardi possibile.
Parte oggi una nuova
rubrica dedicata alla poesia!
Per cominciare ogni quindicesimo
giorno del mese pubblicherò una poesia dello scrittore romano Marco Giuli ma
sono certa che presto gli autori e le autrici aumenteranno.
“Inno all'amore” è una
delle cinquanta liriche della raccolta “L'anima de li pensieri mia” (gennaio 2021, autopubblicazione
disponibile su Amazon).
Marco Giuli
I temi trattati
sono diversi: si va dall’amore all’amata Roma, dalla forzata
reclusione all’amicizia senza dimenticare personaggi divenuti (purtroppo)
protagonisti della cronaca come Stefano Cucchi o Emanuela
Orlandi. Non mancano i momenti di spensieratezza, i ricordi del passato, i
pensieri per il futuro e gli affetti più cari.
Il linguaggio è
semplice, popolare, dialettale, ma ogni parola è importante e
portavoce di sentimenti profondi e talvolta di un disagio che ancora stiamo
vivendo a causa del periodo storico particolare che stiamo affrontando.
Una raccolta
poetica che nasce nel duemilaventi con componimenti figli della pandemia e
portatori di sentimenti comuni a tutti noi.
Per saperne di
più su questa e sull’autore andate a leggere l’intervista che trovate qui.
Vi lascio alla lirica in questione, un vero e proprio inno all’amore universale, un amore che lascia svegli
la notte, un amore che non si arrende, un amore che sopravvive al di
là di tutto e tutti.
“Ero intrappolato in una terra di nessuno, paralizzato da qualche parte tra il mio passato e il mio futuro, incapace di muovermi o sognare o gridare aiuto, o perfino di morire.”
A diciassette anni Mel si
convinse di essere un uovo e gli psichiatri, dopo aver espresso la loro
diagnosi, gli dissero che non avrebbe mai potuto avere una vita normale e fare
ciò che desiderava. Il primo passo fu la prescrizione di farmaci ma Mel se ne fregò
di quanto gli venne detto, si sposò con Elvira, ebbe due figlie e fu un
appassionato e gentile insegnante, amante della natura e della flora in
particolare.
Quella di “Swing Low” (Marcos
Y Marcos, 2021, traduzione di Maurizia Balmelli) è la sua storia scritta dalla
figlia Miriam, talentuosa scrittrice canadese, che in prima persona visse gli
alti e bassi del padre, che si godette i momenti buoni e provò ad esserci in
quelli negativi.
Depressione e psicosi
maniaco depressiva caratterizzano numerosi momenti dell’esistenza di Mel, un
uomo che non si fece mai schiacciare dai pareri delle altre persone ma che
talvolta dovette arrendersi alla sua condizione, rallentare e prendersi cura di
sé.
Le parole sono quelle di
Miriam che scrive come avrebbe fatto il padre, con dolcezza e risolutezza.
Ci sono le descrizioni delle
lunghe passeggiate terapeutiche, delle vulcaniche idee che lo portarono ad
essere tanto amato a scuola, dei momenti di smarrimento e delle paure di
risultare un peso per le persone che gli orbitavano attorno.
Quello di Mel non è un
percorso semplice, è una vita fatta di tante soddisfazioni ma anche di momenti
non semplici, di silenzi forzati, di giornate trascorse a letto in attesa che
tutto passi.
Miriam Toews
Vita e scoperta sono
fondamentali per questo uomo che ha vissuto una esistenza piena nonostante tutto e
tutti, un po’ per la sua determinazione ma anche per la fortuna di aver trovato
persone intelligenti e premurose che hanno compreso il suo potenziale e si sono
presi cura di lui in ogni momento facendolo sentire desiderato e sempre
incluso.
“Leggiamo per sentire che
non siamo soli. A mio avviso C.S. Lewis era un uomo geniale. Credeva in Dio,
era a detta di tutti un buono scrittore e una persona gentile. Una domanda che
tuttavia avrei voluto fargli è la seguente: come fa uno a sentirsi meno solo
quando non riesce più a leggere?”
A rendergli in alcuni
attimi un po’ più complicata la vita fu l’essere nato in una comunità mennonita
di stampo patriarcale. È interessante scoprire alcune caratteristiche di questo
poco conosciuto movimento religioso molto particolare (e non in positivo) e con
delle similarità al più noto mormonismo.
“Swing Low” è un
bellissimo omaggio al padre morto suicida, un atto d’amore, una testimonianza
lucida e commovente da parte di una figlia che da lui ha preso l’esempio di
forza e coraggio senza tralasciare i momenti di fragilità, anch’essi
altrettanto importanti ed indimenticabili.
“Continuai a sognare
senzatetto due o tre volte a settimana, e ogni sogno finiva in nero come se mi
avessero svuotato nel cervello una vernice densa e scura per coprire tutto
quanto, ogni singolo puntolino di luce che fosse fortuitamente filtrato nel mio
inconscio, come un bambino piccolo che si avventura nel traffico, troppo
piccolo, troppo bello, troppo prezioso per trovarsi in un luogo tanto
pericoloso e caotico.”
Della stessa sostanza dei padri, Davide Rocco Colacrai
"Ho capito che l’amore
non è una malattia,/ che non posso essere guarito nel mio canto alla vita,/ che
la promessa legata al letto come un Gesù Cristo è solo un inganno,/ un
avvicinarsi sottovoce e in punta di piedi al soffitto e al cielo,/ quasi
un’unghia storta di vento,/ e ho capito anche finalmente che questo guscio di
miracoli/ all’incontrario che additano come manicomio/ è un condominio di
santi.”
Sacro e profano, pazzia e
omosessualità, politica e migrazione. Questi sono solamente alcuni degli
argomenti trattati nella sua silloge poetica, la terza edita dalla casa
editrice anconetana Le Mezzelane.
“Della stessa sostanza
dei padri – Poesie al Maschile” (marzo 2021) si compone di 27 poesie che
parlano dell'uomo in tutte le sue sfumature e percezioni.
Davide Rocco Colacrai, giurista
e criminologo, scrive ormai da anni e numerosi sono i riconoscimenti letterari nazionali
e internazionali ricevuti dal 2008 ad oggi.
“Sento il mio corpo
liquido, senza sartiame,/ e assoluto,/ quasi una lacrima che scivola sui
polpastrelli del mare/ mentre il sole dipinge il suo raggio/ con cui mi
trafigge/ e mi ritrovo sposo senza promessa e senza vestito/ un albatro di
bruma che si tende oltre l’onda,/ dove i ricordi non sono ancora nati/ e gli
occhi tacciono, mentre le dita predicono un’eco della mia terra.”
La sua è una poesia elegante
e dal sapore istintivo e viscerale che raccoglie sensazioni ed osservazioni
personali ma soprattutto persone. Sono le persone a fare il mondo e queste sono
le protagoniste di versi che non hanno paura di addentrarsi in tematiche forti
e delicate.
Davide Rocco Colacrai
Impressioni e sentimenti
personali si intrecciano alle vicissitudini di personaggi noti come Stefano
Cucchi, Stephen Hawking, Rudolf Nureyev, Pedro Lemebel, per citarne alcuni.
Colacrai mette le sue
parole al servizio di uomini che hanno sofferto, che hanno goduto di questo
mondo, ma che non sempre sono stati ricambiati in positivo.
Tramite i suoi versi essi
parlano, si esprimono con dolore, con schiettezza e con profonda tenerezza.
Ogni componimento ha un
preciso rimando e questo viene esplicitato con l’aggiunta di significative e
interessanti note a piè di pagina.
“Tutte le mie ore le consumavo a scegliere
storie,/ a sciogliere vite,/ ad ascoltarne il destino che non capivo appieno,/ e
il cuore, e così intuivo un senso, il coraggio,/ forse me stesso, di là dal
molo, oltre il mare.”
Una poesia priva di arzigogoli,
diretta, luminosa, attuale e reale.
Una raccolta da leggere e
rileggere ogni volta con occhi nuovi, una risposta a "Istantanee Donna -
Poesie al femminile" (2017) ed una testimonianza dell’evoluzione della
maturità emotiva e spirituale dell’autore.
“Mi chiamo Chiara, ho
vent’anni e vivo incazzata da quando ne avevo due. Sembra impossibile, lo so,
eppure. Credo sia stato in quel periodo che ho imparato che la mia famiglia non
era un posto felice; che ho iniziato a odiare mio padre.”
“Dove dormono le fate”
(Delos Digital, gennaio 2021) è il nuovo racconto lungo (il primo dalla
pubblicazione del primo romanzo “Le congetture di Bonelli”, Delos Digital) della scrittrice
ferrarese, ma padovana d’adozione,Cristina Biolcati.
Siamo tra Ferrara e
provincia. Chiara è una figlia ma talvolta anche una madre e una moglie. Questi
sono i ruoli che la sua famiglia le impone, seppure involontariamente. Una
madre presente con un marito egocentrico ed infantile che pensa solo a se
stesso e che non esita ad abbandonare moglie e figli nel momento in cui decide
di rifarsi una vita. Nuova moglie, nuova figlia, nuova casa e nuovo paese ma il
finale è scontato. Se non fosse che anche il figlio della prima moglie si
ritrova coinvolto in tutto questo e a peggiorare ulteriormente la situazione
arriva anche la pandemia che avvicina e allontana nuovamente. Un circolo
vizioso dal quale uscire potrebbe risultare impossibile.
“Dove dormono le fate” è
il racconto di una giovane donna che osserva ciò che accade attorno a lei.
Tenta di non farsi sopraffare ma al tempo stesso nutre il desiderio di agire,
di far sentire la sua voce, di non sottostare alla volontà altrui.
Cristina Biolcati
Il padre è colui che tira
le fila degli accadimenti. Volenti o nolenti la prima moglie, le figlie e il
figlio girano attorno alle sue scelte, a ciò che gli altri percepiscono di lui,
al suo talento nel mostrarsi in maniera differente dalla realtà.
“Perché papà scherza
sempre, ha la battuta pronta! Utilizza il dialetto, fa paragoni buffi, Sarebbe
simpatico, se non fosse mio padre.”
Le parole scorrono così
come scorre la vita, tra alti e bassi, tra fatti che sorprendono ma che in
fondo non rappresentano altro che le esistenze di ognuno di noi.
Perché stare in questo
mondo non è mai semplice e ancora meno lo è ora che disponiamo di minori
libertà e che le convivenze imposte divengono per tanti ancora meno
sopportabili.
Una lettura coinvolgente
che porta avanti il lettore tramite le parole della giovane Chiara, attraverso la
sua rabbia, il suo stupore di fronte a vicissitudini sempre nuove e
incredibili.
Difficile non riconoscere
lo stile di Cristina Biolcati tra vita reale, fiducia, ironia e momenti di pura poesia.
Una lettura scorrevole e
veloce per chi ha voglia di intraprendere un viaggio, a tratti difficoltoso, in
città e famiglie differenti dalla propria.
“Non so spiegare la
sensazione che provo quando corro con Bill sotto lo sterminato cielo azzurro
della prateria. È come se mi guidasse fuori dal buio, fuori da un senso di
solitudine che nemmeno sapevo di provare.”
Canada. In una cittadina
di campagna Leonard, dodicenne, trascorre le sue giornate con Bill, detto Bill
Zampe di Coniglio, un giovane uomo solitario evitato da tutti. Leonard non ha
amici a parte Bill; i due non hanno bisogno di tante parole per capirsi e Bill
insegna al ragazzino a piazzare le trappole per i conigli selvatici e a
strappare loro le zampe che rivende poi come portafortuna.
Entrambi non
desiderano altro che pace e nonostante Bill sia spesso scostante un affetto
sincero li unisce. Leonard a scuola è perseguitato dai bulli e a casa trova
quotidianamente un padre alcolizzato non certo incline ai gesti d’affetto.
Un giorno però qualcosa
accade, Bill compie un atto violento proprio davanti a Leonard e niente sarà
più lo stesso. Il fatto sciocca Leonard ma anziché allontanarlo definitivamente
da Bill la sua ossessione aumenta tanto da portarlo a studiare psichiatria e
intraprenderne la professione.
Leonard sarà un giovane e
brillante psichiatra e il lavoro in uno dei più grandi istituti psichiatrici
canadesi gli mostrerà nuove prospettive ma lo condurrà anche verso un passato
ancora sconosciuto.
“Bill” (Playground, 2020,
traduzione di Chiara Brovelli) è l’ultimo romanzo della canadese Helen Humphreys,
la cui storia è tratta da un fatto di cronaca del 1947.
Bastano poche parole per
essere rapiti da questo libro (anche la copertina non passa inosservata)
che racconta una storia tanto bella quanto inquietante.
Tutto nasce con, e da, quella
che definiremo un’ossessione, ma se si trattasse invece di un rifugio, di un
luogo sicuro nel quale scoprire un po’ di quella felicità mai conosciuta
altrove?
“Bill” è un romanzo di
formazione ma non solo; è la denuncia di fatti che vanno contro i diritti
Helen Humphreys
dell’uomo, contro l’umana sopportazione.
Leonard segue Bill come
fosse il capobranco, lo annusa, lo osserva, lo ammira e rispetta. Ed entrambi
trovano l’uno nell’altro qualcosa di inedito, un rapporto esclusivo, forse
animalesco, forse morboso in maniera non sana.
“Rimaniamo così, sdraiati
sotto il tremolio delle stelle. Buttiamo fuori l’aria insieme e poi inspiriamo,
finché il nostro respiro non trasforma i nostri corpi in due motori, nel buio.”
Sono le parole e gli
occhi di Leonard a raccontare i fatti e sempre lui ci porta verso una verità
dura, dolorosa e tristemente reale.
“Bill” si fa divorare, le
duecento pagine scorrono velocemente grazie ad una scrittura scorrevole e
leggera, malgrado la storia non semplice.
Amore, ossessione,
inconscio, a tratti improbabile, poetico dall’inizio alla fine, in una parola
bellissimo.
“So dieci giorni che non
te vedo/ e me ne sto da solo mentre appanno il vetro/ di questa macchina
disegnando due cuori/ attraverso i quali riesco a vedè fuori. // E fuori c'è
Roma, con tutta la sua bellezza/ anche quando piove, te vede e t'accarezza/ anche
quando non ci sei, ma tanto sto tranquillo/ perché tanto stai a tornà,/ e manco
a farlo apposta/ al telefono uno squillo.”
O forse ricorderete la
mia intervista nella quale Marco ci raccontò la sua passione per la scrittura,
per Stephen King (sua la seguitissima fan page Stephen King Italia),
l’esperienza con le case editrici, la scelta di autopubblicarsi e il rapporto
con i social media.
Lo conoscerete ora come
autore di versi, poesie in dialetto romanesco composte perlopiù durante il
periodo del lockdown e in ogni caso nel corso dell’anno 2020 appena
trascorso.
Un anno per nulla
semplice che ha portato tutti noi a dedicarci ad attività ed interessi nuovi
rispetto al passato.
“L'anima de li pensieri
mia” è disponibile su Amazon per l’acquisto (sia su supporto cartaceo che
digitale) e comprende 50 componimenti poetici molto attuali.
I temi trattati sono
diversi: si va dall’amore all’amata Roma, dalla forzata reclusione all’amicizia
senza dimenticare personaggi divenuti (purtroppo) protagonisti della cronaca
come Stefano Cucchi o Emanuela Orlandi. Non mancano i momenti di
spensieratezza, i ricordi del passato, i pensieri per il futuro e gli affetti
più cari.
Il linguaggio è semplice,
popolare, dialettale, ma ogni parola è importante e portavoce di sentimenti
profondi e talvolta di un disagio che ancora stiamo vivendo a causa del periodo
storico particolare che stiamo affrontando.
Ma lascio ora parlare lo
stesso Marco Giuli che ringrazio ancora una volta per la disponibilità.
Ciao
Rebecca, è sempre un piacere parlare con te. Io sto abbastanza bene dai.
Abbiamo avuto tutti dei momenti difficili, chi più chi meno. Nel corso del 2020
abbiamo imparato che cosa vuol dire affrontare una pandemia. Ragazzi, è
qualcosa che, al di là di tutti i discorsi complottisti, racconteremo ai nostri
ragazzi un domani. Sempre se per quel domani ne saremo usciti del tutto (ride
ndr…).
Abbiamo
visto le nostre città deserte, o quasi. E se da una parte questo ci rattrista
un po’ dall’altra ci permette di ammirare angoli di città che prima, preso
dalla frenesia del vivere e dal caos della gente, non ti accorgevi esistessero.
Ne parlo nel mio ultimo libro “L’anima de li pensieri mia” con una poesia
intitolata “Roma mia”.
Marco Giuli
Questa
volta ci siamo ritrovati per parlare della tua nuova pubblicazione. Come
nascono queste poesie e per quale motivo hai deciso di condividerle con un
pubblico più ampio?
L’idea
di fare una raccolta, devo essere sincero, è venuta soltanto dopo qualche
poesia. Scrissi la prima, mi ricordo bene, quando ancora non eravamo in
quarantena totale. L’idea venne, come spesso accade, un po’ per gioco e un po’
per noia. Feci girare la poesia e vidi che le reazioni di chi la leggeva erano
entusiaste. Così, complice la quarantena forzata, e quel sano senso di
inquietudine che serve, ad un poeta, per scrivere le sue opere, cominciai a
buttare giù rime ogni sera, dopo cena. L’idea era quella di tenerle per me,
chiuderle in un cassetto perché rappresentavano un momento particolare e non
proprio da ricordare con il sorriso. Man mano che scrivevo, però, sentivo anche
il bisogno di far conoscere le mie parole, i miei pensieri, agli altri.
Qualcuno diceva: “La vita non ha senso, se non la racconti a nessuno”. E sono
completamente d’accordo con questa filosofia.
Scrivevi
poesie anche in passato o si tratta della prima volta?
Avrò
scritto qualche poesia alle elementari, forse. Roba che se le rileggessi adesso
mi nasconderei sotto il letto dalla vergogna. Però ricordo che l’emozione nello
scriverle, ecco, quello non l’ho più ritrovato. Preferisco scrivere brevi
novelle, o racconti lunghi. Ma sotto lockdown non avevo la giusta lucidità
mentale per scrivere qualcosa che avrebbe comportato un filo narrativo da
seguire in più giorni. Così ho trovato, nelle poesie, una strategia vincente.
Anche se non andavo a dormire finché non l’avessi finita.
Hai
una e più poesie alla o alle quali sei maggiormente legato? E se sì, per quale
motivo?
La
prima che ho scritto è la mia preferita: Due cuori appannati su Roma. Da questa
poesia ho capito che potevo scriverne altre. È stato l’inizio di tutto. Mi
ricordo che sotto lockdown la recitai in un videocontest su Instagram e piacque
molto anche agli altri partecipanti. Al punto che, Luigi Martini, un bravissimo
attore e un mio caro amico, decise di recitarla e registrarla su Youtube.
In
quanto lettore hai dei poeti di riferimento?
Uno
su tutti, il Maestro. Alcuni testi di Franco Califano, recitati poi con la sua
inconfondibile voce, sono qualcosa di unico. “Avventura con il travestito”, “Un
tempo piccolo”, “Minuetto” o “Nun me portà a casa”, per citarne alcuni, anche
tra i meno blasonati ma non altrettanto belli…
All’interno
della raccolta sarà facile, infatti, intravedere l’influenza che ha avuto il
Maestro in alcune mie poesie. Specie quelle in cui il protagonista è Erichetto
(personaggio di mia fantasia).
Cosa
rappresenta per te, in un discorso di ampio respiro, la poesia?
Per
me la poesia è esperienza. Mi spiego meglio: ognuno di noi vive una vita fatta
di sentimenti, azioni, pensieri, conseguenze… Esperienze appunto. La poesia non
è altro, quindi, che la trasformazione di queste esperienze in qualcosa di
universale. Dove tutti ci si possono rispecchiare. Accade spesso anche per le
canzoni, e infatti i cantautori più bravi spesso vengono chiamati anche poeti.
Poesia
è anche rimanere bambini. Perché solo con gli occhi di un bambino si possono
cogliere quegli aspetti, quei dettagli, minuscoli agli occhi di un adulto, che
rendono indimenticabile un verso, una strofa. D’altronde anche Pascoli
sosteneva, mitizzando il fanciullino, che soltanto guardando il mondo come fa
un bambino è possibile trasformare il fantastico, l’immaginifico in reale.
Quali
sentimenti e immagini speri di suscitare nei lettori con i tuoi versi?
Come
ripete spesso anche King nei suoi libri, spero di suscitare un’emozione. Non
importa quale sia l’importante è che ci sia. Può essere gioia, nostalgia,
tristezza, rabbia… Ma un’emozione deve esserci. La cosa che più mi spaventa è
non riuscire ad emozionare. Per uno scrittore è l’anticamera del fallimento.
D’altronde non posso piacere a tutti e non posso nemmeno pretendere che
piacciano tutte le mie poesie dalla prima all’ultima. È come quando prendi un
disco di un cantante che non conosci, se su dieci tracce almeno una o due ti
piacciono allora è un buon disco.
Perché
poesie in dialetto e non in italiano?
No
in realtà ci sono anche alcune poesie in italiano, dipende poi molto dal
contesto e dall’argomento che volevo trattare. Poesie come quella dedicata a
Emanuela Orlandi o quella su Stefano Cucchi, ad esempio, sentivo la necessità
di scriverla usando un linguaggio più attaccato alle mie origini, proprio
perché raccontavano uno spaccato di vita romana. Più in generale il mio intento
è quello di raccontare le mie esperienze, emozioni, quello che avevo dentro in
un modo, diciamo così, confidenziale e popolare. Come quando si è tra amici.
Ecco, le mie poesie, sono un modo per dirvi: “Ehi, sono vostro amico. Adesso vi
racconto una cosa. State a sentire…”
Hai
in progetto qualche presentazione della tua raccolta?
La
settimana prossima sarò ospite della trasmissione radiofonica “Stregati dalla
Rete” su RadioRock. Sarà una bella occasione per promuovere il mio libro e
perché no, recitare qualche poesia in diretta.
Nel
mese di ottobre la casa editrice Porto Seguro ha pubblicato il tuo “You’ll
never walk alone”. Ce ne parli brevemente?
“You’llnever walk alone” è il mio primo romanzo breve. L’idea è nata subito dopo i
fatti di cronaca che hanno caratterizzato il prepartita di Liverpool Roma in
Champions League circa un paio di anni fa, forse qualcosa di più. Ho sentito il
bisogno di raccontare quegli eventi, ma non in modo giornalistico o critico.
Bensì con una storia di amicizia. Due ragazzi di Roma, che partono per vedere
quella partita e rimangono coinvolti nei disordini fuori lo stadio. Uno dei due
ragazzi è su una sedia a rotelle e prima di arrivare a Liverpool affronteranno
entrambi un viaggio on the road pieno di emozioni e difficoltà.
Marco Giuli
Nella
precedente intervista avevi espresso il tuo frequente utilizzo dei social. È
stato così anche nel 2020? E hanno forse avuto per te un ruolo ancora più
importante rispetto al passato?
I
social hanno avuto un ruolo ancor più fondamentale nel corso di questo 2020.
Per certi momenti erano l’unico mezzo di comunicazione con l’esterno, con gli
altri. Mi sono fermato spesso a pensare a come sarebbe stata, questa pandemia,
se ci avesse costretti a stare a casa negli anni ‘90. Quando non c’erano
chiamate illimitate, wifi in casa, né Skype, né Whatsapp, né Facebook. Come
avremmo trovato il modo di sentirci con gli amici, i familiari? Sarebbe stato
tutto maledettamente più complicato. Dall’altra
parte, però, ogni tanto sento anche il bisogno di staccare. Altrimenti si
rischia di perdere il contatto con la realtà. Di quando in quando, anche se non
troppo spesso, sento il bisogno di spegnere il telefono e camminare per la
città. Guardare la gente in giro, ascoltare i discorsi di due anziani al bar,
guardare loro le mani… ecco, queste cose nessun social network potrà dartele.
Ti
abbiamo conosciuto prima come scrittore di racconti più o meno lunghi: al
riguardo hai qualche nuovo progetto di cui farci partecipi in anteprima?
Per
ora voglio godermi il momento. Quest’anno cercherò di far conoscere “L’anima de
li pensieri mia” e “You’ll never walk alone” a più persone possibile. Per i
prossimi anni ho già qualcosa in una cartella sul mio pc. Non posso svelare
ancora nulla, sono ancora in fase di studio e di raccolta materiale. Quello che
posso dire è che vorrei cercare di alzare ancora di più l’asticella. Mi
piacerebbe scrivere la biografia di qualche personaggio storico…
Grazie Marco, in bocca al lupo per la tua raccolta di poesie e per tutti i tuoi progetti!