lunedì 17 maggio 2021

“Supereroi. Servono i superpoteri per amarsi tutta una vita” di Paolo Genovese: quando l’amore è più imperfetto, instabile e profondo che mai

Supereroi, Paolo Genovese

“Anna come sono tante, Anna permalosa, Anna bello sguardo, Sguardo che ogni giorno Perde qualcosa. Se chiude gli occhi lei lo sa, Stella di periferia, Anna con le amiche, Anna che vorrebbe andar via. Marco grosse scarpe e poca carne, Marco cuore in allarme, Con sua madre una sorella, Poca vita sempre quella, Se chiude gli occhi lui lo sa, Lupo di periferia, Marco col branco, Marco che vorrebbe andar via.”

Queste sono le parole della canzone “Anna e Marco” di Lucio Dalla ma è anche la storia dei due omonimi protagonisti di “Supereroi” (Einaudi, 2020) del regista, sceneggiatore e scrittore romano Paolo Genovese.

Anna è proprio così, un po’ permalosa, a volte insicura ma altre piena di fiducia che vorrebbe sempre andare via, soprattutto quando comincia ad intravedere la felicità tanto agognata. Marco ha il cuore in allarme, sotto diversi punti di vista, sa bene cosa vuole ma a volte anche lui vorrebbe andare via.

Marco e Anna si incontrano quasi per caso e da quel momento, seppure ad intermittenza, il loro legame diventa indissolubile. Il loro è un amore imperfetto come tanti e come tanti combattono quotidianamente, consapevoli che, come il titolo suggerisce, servono i superpoteri per amarsi tutta una vita. E non sempre il finale sarà come ce lo eravamo immaginato.

“Con gli anni ho capito che l’uomo perfetto non esiste, tantomeno l’amore perfetto. E che forse l’unica perfezione sta in quell’energia che lo fa resistere al tempo.”

“Supereroi” è un romanzo che si fa divorare, che colpisce per l’imperfezione dei suoi personaggi, per l’essere così reale e realistico, per l’amore che scaturisce da ogni pagina.

Il concetto di base è che l’amore non è mai semplice e questo viene raccontato in maniera schietta e diretta come raramente capita.

“Si volta verso di lei e la tira a sé in uno di quegli abbracci con cui si cerca di trasmettere energia. Lo ha sempre fatto fin da bambino: stringere forte qualcuno, sentire un formicolio e far finta che sia energia che passa di corpo in corpo, come un supereroe che si preoccupa dei più deboli.”

Anna e Marco si rincorrono e sarebbe così semplice lasciarsi andare e decidere di arrendersi all’evidenza, ma siamo esseri umani complessi e dotati di intelligenza che troppo spesso ci porta a rimuginare persino sulle cose più semplici.

Paolo Genovese
E al termine di questa bellissima e commovente storia ci ritroveremo a chiederci quanti sono i momenti della nostra vita che possiamo definire perfetti e quanti ce ne potranno essere in futuro, e chi o cosa ci avvicina alle persone che amiamo: un algoritmo, il destino o semplicemente le nostre decisioni più ragionate?

“I riflessi dell’acqua danzano sulla pietra e i colori dei coralli rimbalzano sul volto di Anna. La sua espressione è quella di chi si è appena accorto che la bellezza e la felicità esistono realmente, basta avere il filtro giusto nell’animo.”

Ma soprattutto: amarsi per tutta la vita è possibile?

Per scoprirlo, o se non altro per rifletterci o semplicemente per immedesimarsi nella storia, non resta che leggere “Supereroi” e sperare che la fine arrivi il più tardi possibile.

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sabato 15 maggio 2021

"Inno all’amore": la poesia di Marco Giuli


Parte oggi una nuova rubrica dedicata alla poesia!

Per cominciare ogni quindicesimo giorno del mese pubblicherò una poesia dello scrittore romano Marco Giuli ma sono certa che presto gli autori e le autrici aumenteranno.

“Inno all'amore” è una delle cinquanta liriche della raccolta “L'anima de li pensieri mia” (gennaio 2021, autopubblicazione disponibile su Amazon).

Marco Giuli

I temi trattati sono diversi: si va dall’amore all’amata Roma, dalla forzata reclusione all’amicizia senza dimenticare personaggi divenuti (purtroppo) protagonisti della cronaca come Stefano Cucchi o Emanuela Orlandi. Non mancano i momenti di spensieratezza, i ricordi del passato, i pensieri per il futuro e gli affetti più cari.

Il linguaggio è semplice, popolare, dialettale, ma ogni parola è importante e portavoce di sentimenti profondi e talvolta di un disagio che ancora stiamo vivendo a causa del periodo storico particolare che stiamo affrontando.

Una raccolta poetica che nasce nel duemilaventi con componimenti figli della pandemia e portatori di sentimenti comuni a tutti noi.

Per saperne di più su questa e sull’autore andate a leggere l’intervista che trovate qui.

Vi lascio alla lirica in questione, un vero e proprio inno all’amore universale, un amore che lascia svegli la notte, un amore che non si arrende, un amore che sopravvive al di là di tutto e tutti.  

 

La colpa è della luna

se io sto qui a pensà a te

Ormai è tarda notte

e sto già al quinto caffè

Du’ stelle te so’ vicine

e sembrano ditte qualcosa

e tu silenziosa sorridi,

le damigelle con la sposa.

 

La colpa è dell'amore

che punta e poi pretende

te fa senti no scemo,

che ama e non s'arrende

e se è vero che in amore

vince colui che fugge

io sto qui a pensà a te,

e sta cosa me distrugge.

 

Però a pensacce bene,

la colpa è anche mia

Uno scemo innamorato

che ama alla follia

che non glie frega niente

se er core batte forte

più forte er sentimento

che vincerà anche la morte.



lunedì 10 maggio 2021

“Swing Low” di Miriam Toews: un’esistenza felice nonostante depressione e psicosi manico depressiva

Swing Low, Miriam Toews

“Ero intrappolato in una terra di nessuno, paralizzato da qualche parte tra il mio passato e il mio futuro, incapace di muovermi o sognare o gridare aiuto, o perfino di morire.”

A diciassette anni Mel si convinse di essere un uovo e gli psichiatri, dopo aver espresso la loro diagnosi, gli dissero che non avrebbe mai potuto avere una vita normale e fare ciò che desiderava. Il primo passo fu la prescrizione di farmaci ma Mel se ne fregò di quanto gli venne detto, si sposò con Elvira, ebbe due figlie e fu un appassionato e gentile insegnante, amante della natura e della flora in particolare.

Quella di “Swing Low” (Marcos Y Marcos, 2021, traduzione di Maurizia Balmelli) è la sua storia scritta dalla figlia Miriam, talentuosa scrittrice canadese, che in prima persona visse gli alti e bassi del padre, che si godette i momenti buoni e provò ad esserci in quelli negativi.

Depressione e psicosi maniaco depressiva caratterizzano numerosi momenti dell’esistenza di Mel, un uomo che non si fece mai schiacciare dai pareri delle altre persone ma che talvolta dovette arrendersi alla sua condizione, rallentare e prendersi cura di sé.

Le parole sono quelle di Miriam che scrive come avrebbe fatto il padre, con dolcezza e risolutezza.

Ci sono le descrizioni delle lunghe passeggiate terapeutiche, delle vulcaniche idee che lo portarono ad essere tanto amato a scuola, dei momenti di smarrimento e delle paure di risultare un peso per le persone che gli orbitavano attorno.

Quello di Mel non è un percorso semplice, è una vita fatta di tante soddisfazioni ma anche di momenti non semplici, di silenzi forzati, di giornate trascorse a letto in attesa che tutto passi.

Miriam Toews

Vita e scoperta sono fondamentali per questo uomo che ha vissuto una esistenza piena nonostante tutto e tutti, un po’ per la sua determinazione ma anche per la fortuna di aver trovato persone intelligenti e premurose che hanno compreso il suo potenziale e si sono presi cura di lui in ogni momento facendolo sentire desiderato e sempre incluso.

“Leggiamo per sentire che non siamo soli. A mio avviso C.S. Lewis era un uomo geniale. Credeva in Dio, era a detta di tutti un buono scrittore e una persona gentile. Una domanda che tuttavia avrei voluto fargli è la seguente: come fa uno a sentirsi meno solo quando non riesce più a leggere?”

A rendergli in alcuni attimi un po’ più complicata la vita fu l’essere nato in una comunità mennonita di stampo patriarcale. È interessante scoprire alcune caratteristiche di questo poco conosciuto movimento religioso molto particolare (e non in positivo) e con delle similarità al più noto mormonismo.

“Swing Low” è un bellissimo omaggio al padre morto suicida, un atto d’amore, una testimonianza lucida e commovente da parte di una figlia che da lui ha preso l’esempio di forza e coraggio senza tralasciare i momenti di fragilità, anch’essi altrettanto importanti ed indimenticabili.

“Continuai a sognare senzatetto due o tre volte a settimana, e ogni sogno finiva in nero come se mi avessero svuotato nel cervello una vernice densa e scura per coprire tutto quanto, ogni singolo puntolino di luce che fosse fortuitamente filtrato nel mio inconscio, come un bambino piccolo che si avventura nel traffico, troppo piccolo, troppo bello, troppo prezioso per trovarsi in un luogo tanto pericoloso e caotico.”

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mercoledì 5 maggio 2021

“Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile”, la nuova silloge poetica di Davide Rocco Colacrai

Della stessa sostanza dei padri, Davide Rocco Colacrai

 

"Ho capito che l’amore non è una malattia,/ che non posso essere guarito nel mio canto alla vita,/ che la promessa legata al letto come un Gesù Cristo è solo un inganno,/ un avvicinarsi sottovoce e in punta di piedi al soffitto e al cielo,/ quasi un’unghia storta di vento,/ e ho capito anche finalmente che questo guscio di miracoli/ all’incontrario che additano come manicomio/ è un condominio di santi.”

Sacro e profano, pazzia e omosessualità, politica e migrazione. Questi sono solamente alcuni degli argomenti trattati nella sua silloge poetica, la terza edita dalla casa editrice anconetana Le Mezzelane.

Della stessa sostanza dei padri – Poesie al Maschile” (marzo 2021) si compone di 27 poesie che parlano dell'uomo in tutte le sue sfumature e percezioni.

Davide Rocco Colacrai, giurista e criminologo, scrive ormai da anni e numerosi sono i riconoscimenti letterari nazionali e internazionali ricevuti dal 2008 ad oggi.

“Sento il mio corpo liquido, senza sartiame,/ e assoluto,/ quasi una lacrima che scivola sui polpastrelli del mare/ mentre il sole dipinge il suo raggio/ con cui mi trafigge/ e mi ritrovo sposo senza promessa e senza vestito/ un albatro di bruma che si tende oltre l’onda,/ dove i ricordi non sono ancora nati/ e gli occhi tacciono, mentre le dita predicono un’eco della mia terra.”

La sua è una poesia elegante e dal sapore istintivo e viscerale che raccoglie sensazioni ed osservazioni personali ma soprattutto persone. Sono le persone a fare il mondo e queste sono le protagoniste di versi che non hanno paura di addentrarsi in tematiche forti e delicate.

Davide Rocco Colacrai

Impressioni e sentimenti personali si intrecciano alle vicissitudini di personaggi noti come Stefano Cucchi, Stephen Hawking, Rudolf Nureyev, Pedro Lemebel, per citarne alcuni.

Colacrai mette le sue parole al servizio di uomini che hanno sofferto, che hanno goduto di questo mondo, ma che non sempre sono stati ricambiati in positivo.

Tramite i suoi versi essi parlano, si esprimono con dolore, con schiettezza e con profonda tenerezza.

Ogni componimento ha un preciso rimando e questo viene esplicitato con l’aggiunta di significative e interessanti note a piè di pagina.

“Tutte le mie ore le consumavo a scegliere storie,/ a sciogliere vite,/ ad ascoltarne il destino che non capivo appieno,/ e il cuore, e così intuivo un senso, il coraggio,/ forse me stesso, di là dal molo, oltre il mare.”

Una poesia priva di arzigogoli, diretta, luminosa, attuale e reale.   

Una raccolta da leggere e rileggere ogni volta con occhi nuovi, una risposta a "Istantanee Donna - Poesie al femminile" (2017) ed una testimonianza dell’evoluzione della maturità emotiva e spirituale dell’autore. 

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lunedì 12 aprile 2021

“Dove dormono le fate” di Cristina Biolcati: tra vita reale, padri snaturati e desiderio di felicità

Dove dormono le fate, Cristina Biolcati

“Mi chiamo Chiara, ho vent’anni e vivo incazzata da quando ne avevo due. Sembra impossibile, lo so, eppure. Credo sia stato in quel periodo che ho imparato che la mia famiglia non era un posto felice; che ho iniziato a odiare mio padre.”

“Dove dormono le fate” (Delos Digital, gennaio 2021) è il nuovo racconto lungo (il primo dalla pubblicazione del primo romanzo “Le congetture di Bonelli”, Delos Digital) della scrittrice ferrarese, ma padovana d’adozione, Cristina Biolcati.

Siamo tra Ferrara e provincia. Chiara è una figlia ma talvolta anche una madre e una moglie. Questi sono i ruoli che la sua famiglia le impone, seppure involontariamente. Una madre presente con un marito egocentrico ed infantile che pensa solo a se stesso e che non esita ad abbandonare moglie e figli nel momento in cui decide di rifarsi una vita. Nuova moglie, nuova figlia, nuova casa e nuovo paese ma il finale è scontato. Se non fosse che anche il figlio della prima moglie si ritrova coinvolto in tutto questo e a peggiorare ulteriormente la situazione arriva anche la pandemia che avvicina e allontana nuovamente. Un circolo vizioso dal quale uscire potrebbe risultare impossibile.

“Dove dormono le fate” è il racconto di una giovane donna che osserva ciò che accade attorno a lei. Tenta di non farsi sopraffare ma al tempo stesso nutre il desiderio di agire, di far sentire la sua voce, di non sottostare alla volontà altrui.

Cristina Biolcati

Il padre è colui che tira le fila degli accadimenti. Volenti o nolenti la prima moglie, le figlie e il figlio girano attorno alle sue scelte, a ciò che gli altri percepiscono di lui, al suo talento nel mostrarsi in maniera differente dalla realtà.

“Perché papà scherza sempre, ha la battuta pronta! Utilizza il dialetto, fa paragoni buffi, Sarebbe simpatico, se non fosse mio padre.”

Le parole scorrono così come scorre la vita, tra alti e bassi, tra fatti che sorprendono ma che in fondo non rappresentano altro che le esistenze di ognuno di noi. 

Perché stare in questo mondo non è mai semplice e ancora meno lo è ora che disponiamo di minori libertà e che le convivenze imposte divengono per tanti ancora meno sopportabili.

Una lettura coinvolgente che porta avanti il lettore tramite le parole della giovane Chiara, attraverso la sua rabbia, il suo stupore di fronte a vicissitudini sempre nuove e incredibili.

Difficile non riconoscere lo stile di Cristina Biolcati tra vita reale, fiducia, ironia e momenti di pura poesia.

Una lettura scorrevole e veloce per chi ha voglia di intraprendere un viaggio, a tratti difficoltoso, in città e famiglie differenti dalla propria. 

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martedì 23 febbraio 2021

“Bill” di Helen Humphreys: storia d’amore e follia tra bullismo e trappole per conigli

Bill, Helen Humphreys

“Non so spiegare la sensazione che provo quando corro con Bill sotto lo sterminato cielo azzurro della prateria. È come se mi guidasse fuori dal buio, fuori da un senso di solitudine che nemmeno sapevo di provare.”

Canada. In una cittadina di campagna Leonard, dodicenne, trascorre le sue giornate con Bill, detto Bill Zampe di Coniglio, un giovane uomo solitario evitato da tutti. Leonard non ha amici a parte Bill; i due non hanno bisogno di tante parole per capirsi e Bill insegna al ragazzino a piazzare le trappole per i conigli selvatici e a strappare loro le zampe che rivende poi come portafortuna. 

Entrambi non desiderano altro che pace e nonostante Bill sia spesso scostante un affetto sincero li unisce. Leonard a scuola è perseguitato dai bulli e a casa trova quotidianamente un padre alcolizzato non certo incline ai gesti d’affetto.

Un giorno però qualcosa accade, Bill compie un atto violento proprio davanti a Leonard e niente sarà più lo stesso. Il fatto sciocca Leonard ma anziché allontanarlo definitivamente da Bill la sua ossessione aumenta tanto da portarlo a studiare psichiatria e intraprenderne la professione. 

Leonard sarà un giovane e brillante psichiatra e il lavoro in uno dei più grandi istituti psichiatrici canadesi gli mostrerà nuove prospettive ma lo condurrà anche verso un passato ancora sconosciuto.

“Bill” (Playground, 2020, traduzione di Chiara Brovelli) è l’ultimo romanzo della canadese Helen Humphreys, la cui storia è tratta da un fatto di cronaca del 1947.

Bastano poche parole per essere rapiti da questo libro (anche la copertina non passa inosservata) che racconta una storia tanto bella quanto inquietante.

Tutto nasce con, e da, quella che definiremo un’ossessione, ma se si trattasse invece di un rifugio, di un luogo sicuro nel quale scoprire un po’ di quella felicità mai conosciuta altrove?

“Bill” è un romanzo di formazione ma non solo; è la denuncia di fatti che vanno contro i diritti 

Helen Humphreys
dell’uomo, contro l’umana sopportazione.

Leonard segue Bill come fosse il capobranco, lo annusa, lo osserva, lo ammira e rispetta. Ed entrambi trovano l’uno nell’altro qualcosa di inedito, un rapporto esclusivo, forse animalesco, forse morboso in maniera non sana.

“Rimaniamo così, sdraiati sotto il tremolio delle stelle. Buttiamo fuori l’aria insieme e poi inspiriamo, finché il nostro respiro non trasforma i nostri corpi in due motori, nel buio.”

Sono le parole e gli occhi di Leonard a raccontare i fatti e sempre lui ci porta verso una verità dura, dolorosa e tristemente reale.

“Bill” si fa divorare, le duecento pagine scorrono velocemente grazie ad una scrittura scorrevole e leggera, malgrado la storia non semplice.

Amore, ossessione, inconscio, a tratti improbabile, poetico dall’inizio alla fine, in una parola bellissimo. 

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lunedì 1 febbraio 2021

“L'anima de li pensieri mia”: intervista a Marco Giuli e la sua prima raccolta poetica in vernacolo

L'anima de li pensieri mia, Marco Giuli

“So dieci giorni che non te vedo/ e me ne sto da solo mentre appanno il vetro/ di questa macchina disegnando due cuori/ attraverso i quali riesco a vedè fuori. // E fuori c'è Roma, con tutta la sua bellezza/ anche quando piove, te vede e t'accarezza/ anche quando non ci sei, ma tanto sto tranquillo/ perché tanto stai a tornà,/ e manco a farlo apposta/ al telefono uno squillo.”

Ricordate Marco Giuli, scrittore romano autore di titoli come “Per prendersi una vittoria” o “Il giornale di domani"?

O forse ricorderete la mia intervista nella quale Marco ci raccontò la sua passione per la scrittura, per Stephen King (sua la seguitissima fan page Stephen King Italia), l’esperienza con le case editrici, la scelta di autopubblicarsi e il rapporto con i social media.

Lo conoscerete ora come autore di versi, poesie in dialetto romanesco composte perlopiù durante il periodo del lockdown e in ogni caso nel corso dell’anno 2020 appena trascorso.

Un anno per nulla semplice che ha portato tutti noi a dedicarci ad attività ed interessi nuovi rispetto al passato.

“L'anima de li pensieri mia” è disponibile su Amazon per l’acquisto (sia su supporto cartaceo che digitale) e comprende 50 componimenti poetici molto attuali.

I temi trattati sono diversi: si va dall’amore all’amata Roma, dalla forzata reclusione all’amicizia senza dimenticare personaggi divenuti (purtroppo) protagonisti della cronaca come Stefano Cucchi o Emanuela Orlandi. Non mancano i momenti di spensieratezza, i ricordi del passato, i pensieri per il futuro e gli affetti più cari.

Il linguaggio è semplice, popolare, dialettale, ma ogni parola è importante e portavoce di sentimenti profondi e talvolta di un disagio che ancora stiamo vivendo a causa del periodo storico particolare che stiamo affrontando.

Ma lascio ora parlare lo stesso Marco Giuli che ringrazio ancora una volta per la disponibilità.

 

Bentornato Marco. Prima di tutto come stai vivendo questo
periodo ancora così difficile in una Roma mai vista così deserta?

Ciao Rebecca, è sempre un piacere parlare con te. Io sto abbastanza bene dai. Abbiamo avuto tutti dei momenti difficili, chi più chi meno. Nel corso del 2020 abbiamo imparato che cosa vuol dire affrontare una pandemia. Ragazzi, è qualcosa che, al di là di tutti i discorsi complottisti, racconteremo ai nostri ragazzi un domani. Sempre se per quel domani ne saremo usciti del tutto (ride ndr…).

Abbiamo visto le nostre città deserte, o quasi. E se da una parte questo ci rattrista un po’ dall’altra ci permette di ammirare angoli di città che prima, preso dalla frenesia del vivere e dal caos della gente, non ti accorgevi esistessero. Ne parlo nel mio ultimo libro “L’anima de li pensieri mia” con una poesia intitolata “Roma mia”.

Marco Giuli

 

Questa volta ci siamo ritrovati per parlare della tua nuova pubblicazione. Come nascono queste poesie e per quale motivo hai deciso di condividerle con un pubblico più ampio?

L’idea di fare una raccolta, devo essere sincero, è venuta soltanto dopo qualche poesia. Scrissi la prima, mi ricordo bene, quando ancora non eravamo in quarantena totale. L’idea venne, come spesso accade, un po’ per gioco e un po’ per noia. Feci girare la poesia e vidi che le reazioni di chi la leggeva erano entusiaste. Così, complice la quarantena forzata, e quel sano senso di inquietudine che serve, ad un poeta, per scrivere le sue opere, cominciai a buttare giù rime ogni sera, dopo cena. L’idea era quella di tenerle per me, chiuderle in un cassetto perché rappresentavano un momento particolare e non proprio da ricordare con il sorriso. Man mano che scrivevo, però, sentivo anche il bisogno di far conoscere le mie parole, i miei pensieri, agli altri. Qualcuno diceva: “La vita non ha senso, se non la racconti a nessuno”. E sono completamente d’accordo con questa filosofia.

 

Scrivevi poesie anche in passato o si tratta della prima volta?

Avrò scritto qualche poesia alle elementari, forse. Roba che se le rileggessi adesso mi nasconderei sotto il letto dalla vergogna. Però ricordo che l’emozione nello scriverle, ecco, quello non l’ho più ritrovato. Preferisco scrivere brevi novelle, o racconti lunghi. Ma sotto lockdown non avevo la giusta lucidità mentale per scrivere qualcosa che avrebbe comportato un filo narrativo da seguire in più giorni. Così ho trovato, nelle poesie, una strategia vincente. Anche se non andavo a dormire finché non l’avessi finita.

 

Hai una e più poesie alla o alle quali sei maggiormente legato? E se sì, per quale motivo?

La prima che ho scritto è la mia preferita: Due cuori appannati su Roma. Da questa poesia ho capito che potevo scriverne altre. È stato l’inizio di tutto. Mi ricordo che sotto lockdown la recitai in un videocontest su Instagram e piacque molto anche agli altri partecipanti. Al punto che, Luigi Martini, un bravissimo attore e un mio caro amico, decise di recitarla e registrarla su Youtube.

 

In quanto lettore hai dei poeti di riferimento?

Uno su tutti, il Maestro. Alcuni testi di Franco Califano, recitati poi con la sua inconfondibile voce, sono qualcosa di unico. “Avventura con il travestito”, “Un tempo piccolo”, “Minuetto” o “Nun me portà a casa”, per citarne alcuni, anche tra i meno blasonati ma non altrettanto belli…

All’interno della raccolta sarà facile, infatti, intravedere l’influenza che ha avuto il Maestro in alcune mie poesie. Specie quelle in cui il protagonista è Erichetto (personaggio di mia fantasia).

 

 Cosa rappresenta per te, in un discorso di ampio respiro, la poesia?

Per me la poesia è esperienza. Mi spiego meglio: ognuno di noi vive una vita fatta di sentimenti, azioni, pensieri, conseguenze… Esperienze appunto. La poesia non è altro, quindi, che la trasformazione di queste esperienze in qualcosa di universale. Dove tutti ci si possono rispecchiare. Accade spesso anche per le canzoni, e infatti i cantautori più bravi spesso vengono chiamati anche poeti.

Poesia è anche rimanere bambini. Perché solo con gli occhi di un bambino si possono cogliere quegli aspetti, quei dettagli, minuscoli agli occhi di un adulto, che rendono indimenticabile un verso, una strofa. D’altronde anche Pascoli sosteneva, mitizzando il fanciullino, che soltanto guardando il mondo come fa un bambino è possibile trasformare il fantastico, l’immaginifico in reale.

 

Quali sentimenti e immagini speri di suscitare nei lettori con i tuoi versi?

Come ripete spesso anche King nei suoi libri, spero di suscitare un’emozione. Non importa quale sia l’importante è che ci sia. Può essere gioia, nostalgia, tristezza, rabbia… Ma un’emozione deve esserci. La cosa che più mi spaventa è non riuscire ad emozionare. Per uno scrittore è l’anticamera del fallimento. D’altronde non posso piacere a tutti e non posso nemmeno pretendere che piacciano tutte le mie poesie dalla prima all’ultima. È come quando prendi un disco di un cantante che non conosci, se su dieci tracce almeno una o due ti piacciono allora è un buon disco.

 

Perché poesie in dialetto e non in italiano?

No in realtà ci sono anche alcune poesie in italiano, dipende poi molto dal contesto e dall’argomento che volevo trattare. Poesie come quella dedicata a Emanuela Orlandi o quella su Stefano Cucchi, ad esempio, sentivo la necessità di scriverla usando un linguaggio più attaccato alle mie origini, proprio perché raccontavano uno spaccato di vita romana. Più in generale il mio intento è quello di raccontare le mie esperienze, emozioni, quello che avevo dentro in un modo, diciamo così, confidenziale e popolare. Come quando si è tra amici. Ecco, le mie poesie, sono un modo per dirvi: “Ehi, sono vostro amico. Adesso vi racconto una cosa. State a sentire…”

 

Hai in progetto qualche presentazione della tua raccolta?

La settimana prossima sarò ospite della trasmissione radiofonica “Stregati dalla Rete” su RadioRock. Sarà una bella occasione per promuovere il mio libro e perché no, recitare qualche poesia in diretta.

 

Nel mese di ottobre la casa editrice Porto Seguro ha pubblicato il tuo “You’ll never walk alone”. Ce ne parli brevemente?

“You’llnever walk alone” è il mio primo romanzo breve. L’idea è nata subito dopo i fatti di cronaca che hanno caratterizzato il prepartita di Liverpool Roma in Champions League circa un paio di anni fa, forse qualcosa di più. Ho sentito il bisogno di raccontare quegli eventi, ma non in modo giornalistico o critico. Bensì con una storia di amicizia. Due ragazzi di Roma, che partono per vedere quella partita e rimangono coinvolti nei disordini fuori lo stadio. Uno dei due ragazzi è su una sedia a rotelle e prima di arrivare a Liverpool affronteranno entrambi un viaggio on the road pieno di emozioni e difficoltà. 

Marco Giuli


Nella precedente intervista avevi espresso il tuo frequente utilizzo dei social. È stato così anche nel 2020? E hanno forse avuto per te un ruolo ancora più importante rispetto al passato?

I social hanno avuto un ruolo ancor più fondamentale nel corso di questo 2020. Per certi momenti erano l’unico mezzo di comunicazione con l’esterno, con gli altri. Mi sono fermato spesso a pensare a come sarebbe stata, questa pandemia, se ci avesse costretti a stare a casa negli anni ‘90. Quando non c’erano chiamate illimitate, wifi in casa, né Skype, né Whatsapp, né Facebook. Come avremmo trovato il modo di sentirci con gli amici, i familiari? Sarebbe stato tutto maledettamente più complicato. Dall’altra parte, però, ogni tanto sento anche il bisogno di staccare. Altrimenti si rischia di perdere il contatto con la realtà. Di quando in quando, anche se non troppo spesso, sento il bisogno di spegnere il telefono e camminare per la città. Guardare la gente in giro, ascoltare i discorsi di due anziani al bar, guardare loro le mani… ecco, queste cose nessun social network potrà dartele.

 

Ti abbiamo conosciuto prima come scrittore di racconti più o meno lunghi: al riguardo hai qualche nuovo progetto di cui farci partecipi in anteprima?

Per ora voglio godermi il momento. Quest’anno cercherò di far conoscere “L’anima de li pensieri mia” e “You’ll never walk alone” a più persone possibile. Per i prossimi anni ho già qualcosa in una cartella sul mio pc. Non posso svelare ancora nulla, sono ancora in fase di studio e di raccolta materiale. Quello che posso dire è che vorrei cercare di alzare ancora di più l’asticella. Mi piacerebbe scrivere la biografia di qualche personaggio storico…

Grazie Marco, in bocca al lupo per la tua raccolta di poesie e per tutti i tuoi progetti!

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