martedì 15 ottobre 2019

“Lo stato dell’unione: Scene da un matrimonio” di Nick Hornby: gli sterili discorsi di una coppia in crisi

Lo stato dell'unione: scene da un matrimonio

“Ma la vita è lunga, e noi siamo soltanto a metà del cammino.”
"Alta fedeltà" è stato apprezzato a livello globale e così tanti suoi libri dopo questo ma ho trovato le trame sempre un po’ troppo o forse non abbastanza. Poi qualche giorno fa ho letto dell'uscita del nuovo “Lo stato dell’unione: Scene da un matrimonio” e mi sono detta: perché no? 

Lui si chiama Tom ed è un critico musicale al momento disoccupato; Lei Louise, gerontologa che ha tradito il marito.  Il loro è un momento di crisi e decidono di affidarsi ad una consulente matrimoniale. Si tratta di un incontro settimanale che viene preceduto dalle conversazioni dei due in un pub. Cercano di capire cosa sia accaduto dall'inizio della loro unione ad oggi e tra situazioni paradossali e metafore ricche di ironia, quasi sarcasmo, ci si chiede se si tratti di un rapporto che potrà mai essere ricucito.

Il lettore assiste a veri e propri brevi sketch nei quali marito e moglie interagiscono esponendo i problemi personali e osservando altri pazienti che si affidano alla medesima consulente.

“Lo stato dell’unione: Scene da un matrimonio” (Guanda, ottobre 2019, traduzione di Elettra Caporello) è questo e non molto altro, purtroppo.

Le pagine sono poche e poco intense. Sì, l’ironia non manca ma cosa resta di questi dialoghi che di concreto hanno poco?

Mi aspettavo qualcosa di più, poi una settimana fa circa mi sono ritrovata a leggere un’intervista ad Hornby su Robinson de La Repubblica che mi ha lasciato piuttosto esterrefatta.

Tra le varie esternazioni Hornby afferma che un tempo la lettura era un rimedio contro la noia, mentre
Nick Hornby
oggi ci sono altre forme di espressione come Youtube, Spotify o Twitter. Non a caso i figli non leggono e, col senno di poi, se ciò che avevano a disposizione erano i libri del padre, forse è meglio così.

Asserisce persino che la cultura non renda le persone migliori, mi chiedo quindi cosa scriva a fare questo scrittore inglese campione di vendite in tutto il mondo (forse si tratta puramente di una questione di introiti economici?) e perché non ci mettiamo a fare altro che non sia leggere? Una bella giornata su Facebook o Instagram può certamente scacciare via la noia, no?

In fondo oggigiorno i livelli di attenzione sono bassissimi, quindi chiudiamo questi inutili libri, frequentiamo maggiormente i social e lasciamo perdere le inutili e noiose librerie, se poi i libri che ci troviamo sono di questo genere…

Infine, e sulla falsa riga della citazione qui sopra, non posso che ricordare che la vita è troppo breve per sprecarla con libri che non valgono la pena di essere letti!

domenica 15 settembre 2019

IT - Capitolo due di Andrés Muschietti: la trasposizione thriller-comica del romanzo di Stephen King



Premetto che questo che leggerete è solo il mio parere, che si tratta della recensione di chi ha letto e amato il libro e che eviterò gli spoiler.

Ho atteso con curiosità IT – Capitolo due (USA, 2019), nonostante il primo non mi avesse convinto pienamente. Forse non era male come film horror a sé, sottolineo che ne ho visto di migliori, mancava però la magia alla Stand by me che riempie le pagine del romanzo di Stephen King e non capii, né capisco ora, perché sia stato necessario modificare alcuni fatti e personaggi. 

Mi basta pensare a Mike rappresentato come una sorta di schiavo orfano che nel primo film avrebbe potuto tranquillamente non esserci.

Sono consapevole del fatto che non sia sempre possibile riprodurre tutto ciò che leggiamo, però stravolgere i fatti, invertire ruoli, trasformare i luoghi non è mai la scelta migliore.

È ciò che purtroppo capita anche nel secondo capitolo, ancora una volta diretto dall’argentino Andrés Muschietti. Venuta a conoscenza della durata della pellicola, ben 165 minuti, mi sono detta che in effetti per raccontare quanto mancava (viste le oltre 1200 pagine del romanzo) di tempo ne era serviva tanto.


Ma andiamo alla trama. Sono trascorsi ventisette anni dall’inizio delle vicende (da ricordare che non siamo negli anni Ottanta come nel libro ma alcuni anni dopo il 2010), i sette ragazzi sono cresciuti e Mike, che ha proseguito la sua vita a Derry nel Maine, ricorda ancora tutto ciò che è accaduto e richiama gli amici perché sono ricominciati gli omicidi e le scomparse. Avevano giurato di cancellare IT dalla faccia della terra e questa torna ad essere nuovamente la loro missione. Il ritorno è per tutti doloroso ma il sacrificio è necessario per ricordare il passato e tentare di eliminare il clown assassino.

Fin qui tutto bene, la prima ora del film non è male, peccato che le cose che dovrebbero spaventare sono veramente poco realistiche, ci si solleva dalla poltrona solamente quando qualche essere, non troppo inquietante, appare all'improvviso, e le volte non sono tante.   

Ci sono vari ruoli invertiti, il perché andrebbe chiesto al regista, alcuni davvero fastidiosi per chi ha letto il romanzo. Si ha l’impressione che abbia voluto inserire degli elementi del libro per accontentare i lettori per poi cambiare rotta e fare un po’ di testa sua.

Ora comunque capisco perché alcuni lo abbiano scambiato per un film comico: troviamo un po’ di tutto, dalle battute volgari che dovrebbero far ridere a Gollum che fa visita a IT (si stava annoiando nella Terra di Mezzo), dal falò al volpino mannaro ma il clou si raggiunge quando parte “Angel of the morning” nella versione di Juice Newton... Splendida canzone, se nel giusto contesto.

Non parliamo del finale… con scene ripetitive e… chi ha visto capirà cosa intendo.

Ma non dimentico il bellissimo cameo di Stephen King in persona, uno dei motivi per i quali vale la pena di sorbirsi quasi tre ore di film!

Nel frattempo io ritorno col pensiero al romanzo, continuerò a chiedermi ‘perché????’ e a nutrire la speranza che qualcuno riesca a creare una miniserie finalmente fedele nella quale respirare le stesse atmosfere. 





martedì 3 settembre 2019

Due figlie e altri animali feroci di Leo Ortolani: le peripezie delle adozioni internazionali e l’amore degli aspiranti genitori

Due figlie e altri animali feroci, Leo Ortolani

“E poi sono così piccole, che quando un po’ pioviggina, al pomeriggio, e le vesti con le mantelline di plastica colorate, una azzurra e l’altra gialla, sembrano due hobbit del SIGNORE DEGLI ANELLI, che camminano tra i fiori, più alti di loro, e vedi solo queste due testine che si raccontano qualcosa nel loro linguaggio, che pare un cinguettio, colorate come due pappagallini, gli uccellini più inutili del mondo. Che però tutti adorano.”
La calda estate pare essere al termine, il che significa meno caldo e il giungere dell’autunno, la mia stagione preferita. 

Spero abbiate letto tanto in questi ultimi mesi. Io l’ho fatto e tra i vari libri ci sono stati vari romanzi a fumetti, fra i quali “Due figlie e altri animali feroci” (Bao Publishing, aprile 2019) di Leo Ortolani.

Conoscevo questo fumettista, e sicuramente anche voi avrete sentito parlare del suo Rat-Man, ma non avevo mai letto nulla di suo.

Con “Due figlie e altri animali feroci” è stato amore a prima vista. Lo stile dei fumetti mi piace tantissimo e amo il fatto che questo libro sia nato da uno scambio di lettere internazionali che risale al periodo trascorso da Ortolani e la moglie in Colombia, per adottare due piccole e dolcissime selvagge.

Si parla di adozioni, delle difficoltà che due aspiranti genitori devono affrontare per riuscire a portarsi a casa un bambino, o in questo caso due bambine, molto legate tra loro, la burocrazia infinita, i ‘depistaggi’, le domande assurde, i bluff di alcune associazioni.

Un percorso non certo semplice, solo i più decisi ce la fanno, ma ricco di emozioni, soprattutto nel momento in cui ci si ritrova davanti a delle scricciole così curiose, ma anche impaurite e dai caratteri particolari e tutte da scoprire.

L’ironia è la protagonista principale, lo è in questo libro così come lo è nella vita di tutti giorni ed Ortolani ci mostra come sia importante sdrammatizzare anche nelle situazioni più complicate.

Leo Ortolani
Oltre centottanta pagine nelle quali Ortolani si trasforma in padre, con tutti i dubbi e le incertezze del caso, fa sfoggio del suo spagnolo, e scopre con Cate una Colombia non troppo inedita. 

Di inedito ci sono le due piccole delle quali è impossibile non innamorarsi, immedesimandosi nell’amore dei due neo genitori.

“E in questo Lucy Maria Repetita Iuvant non ha tutti i torti. In questo hotel, ma anche nell’hotel di Cali, quando chiediamo qualcosa, sembra sempre che non ci capiscano. Ora, se le cose le dico io, a meno che non incontri uno di Padova, qui in Colombia non è che parlino il veneto, e va bene, non mi capite, non c’è problema. Ma se parla in spagnolo la Cate, che lo ha studiato all’università e ci ha fatto pure la tesi, in spagnolo, allora cosa devo pensare?”

La mia prossima lettura di Ortolani sarà “Cinzia” (novembre 2018), la storia della transessuale platinata nata nella saga di Rat-Man.

Sono d’obbligo i complimenti a Leo Ortolani per il coraggio nello scrivere e disegnare storie di questo tipo e alla Bao Publishing che quest’anno compie dieci anni e vanta un catalogo (creato dalla collaborazione di sole 14 persone) ricchissimo e incredibilmente interessante.


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giovedì 29 agosto 2019

“Il commediante trasformato” di Stefan Zweig: il teatro, l’arte della finzione e la rivelazione della realtà

Il commediante trasformato, Stefan Zweig

“E io mi sentivo come se per la prima volta l’aria scorresse in me e un fiotto caldo mi attraversasse le vene. Oh, com'è stato. Solo in quel momento ho capito cosa significa essere artisti: poter mettere il mondo sui suoi cardini e poi imprimergli la spinta. La mia titubanza è finita. Perché qualcosa in quest’ora tra timore e giubilo si è squarciato in me come una vena rossa.”
Ci sono piccole case editrici che si occupano di grandi autori e pubblicano perle della letteratura mondiale. Una di queste è l’italiana, o meglio pistoiese, Via del Vento Edizioni, fondata nel 1991 da Fabrizio Zollo con l’intento di pubblicare testi inediti e rari di grandi letterati italiani e stranieri del Novecento. Da allora sono innumerevoli i testi pubblicati e le collane sono oggi ben quattro.

“Il commediante trasformato” (giugno 2019, Collana «I quaderni di via del Vento», traduzione di Claudia Ciardi), libretto di pregiata fattura, impresso su carta avorio, edito in sole milletrecento copie singolarmente numerate, è un’opera teatrale di Stefan Zweig (1881 – 1942), inedito in Italia.

Simo nel primo decennio del Millenovecento quando Zweig compose questa operetta su richiesta di Josef Kainz. La stesura fu rapida ma non venne mai inserita nel programma di spettacoli, come inizialmente stabilito, a causa della morte del noto attore del Burgtheater di Vienna.

Siamo negli anni durante i quali gli scrittori europei cominciavano a scrivere di finzione e di smascheramento, sulla scia di una società in cambiamento, un’atmosfera estraniante che cancellava le certezze che si credevano tali fino a quel momento.

Il commediante di Zweig è un simbolo del cambiamento in un’Austria asburgica che si apprestava ad affrontare la prima grande guerra globale. I teatranti che vagavano per il
Stefan Zweig
Paese speravano di trovare protezione a corte ma non era per nulla semplice per diverse ragione: da una parte coloro che non dimostravano di avere talento sufficiente, dall’altra la mancata consapevolezza delle capacità degli artisti che si proponevano.

“Il commediante trasformato” è un giovane attore che grazie ad una contessa, un principe ed un cavaliere apre gli occhi sulla sua condizione e realizza ciò che potrebbe essere se si esprimesse in tutto il suo essere.

Divertente, rivelatore, narra un tema caro a Zweig e mostra un’ulteriore prova di scrittura teatrale di un autore che si sperimentò in ogni genere lasciando impronte riconoscibili e ancora oggi molto attuali.

Un libretto prezioso, da conservare con cura, da leggere e rileggere e del quale godere pienamente grazie alla curatela di Claudia Ciardi.

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lunedì 29 luglio 2019

“Attraverso la finestra di Snell” di Paolo Pergola: tra squali, mucche dormienti e scienziati appassionati con le loro esilaranti scoperte

Attraverso la finestra di Snell, Paolo Pergola

“E quindi non c’era da stupirsi che si stesse occupando della collaborazione tra animali. Lo faceva anche Tarzan, credo. E Alan era la versione marina di Tarzan. Alan si mise a raccontare a Anders Dahl dei suoi studi. Gli spiegò come funzionava questa storia della collaborazione tra cernie e murene. È da un po’ che ci si è accorti che certe cernie da queste parti vanno a caccia con altre specie, soprattutto con le murene.”
Ci sono piccole case editrici che nascono, si acquietano e poi rinascono cambiando veste e proponendo al mondo della letteratura delle piccole grandi opere d’arte che non possono sfuggire al lettore con la L maiuscola.

Mi riferisco alla Italosvevo con la sua Piccola Biblioteca di letteratura inutile ideata e curata dallo scrittore e poeta Giovanni Nucci.

Volumi di piccolo formato, carta pregiata, rilegatura in brossura a filo refe e pagine intonse da tagliare col tagliacarte. 

Immaginate di avere in mano un libro ancora vergine, da esplorare in ogni sua caratteristica, non solo contenutistica ma anche fisica. Qualcosa che non capita spesso. 

“Attraverso la finestra di Snell – Storie di animali e degli umani che li osservano” (marzo 2019) è un qualcosa di unico nel suo genere. L’autore, Paolo Pergola, è un ricercatore in zoologia membro dell’Opificio di Letteratura Potenziale, un'unione di studiosi di varie discipline che opera principalmente nel campo della sperimentazione linguistica applicata alla prosa e alla poesia italiana.

E Pergola la lingua italiana la sa usare molto bene, con stile, giocando con le parole e con un’ironia che ricorda lo stile delle incredibili “Cosmicomiche” di Calvino.

Non è un’opera di divulgazione scientifica, e non pretende di esserlo, ma una raccolta di racconti con protagonisti non tanto gli animali quanto gli studiosi che se ne occupano in modo talmente appassionato da sfociare nell’esilarante.

Studieremo i mitocondri in religiosa contemplazione, gli squali della Groenlandia con gli occhi dello zoologo Anders Dahl Jakobsen, le rotte migratorie delle tartarughe, gli attacchi
Paolo Pergola
alle aringhe da parte delle orche, Drabek ci introduce nel mondo delle mucche che dormono perpendicolari alle ombre degli alberi al tramonto, paragoneremo le capacità di volo delle urie e quelle dei pinguini, analizzeremo l’altezza dalla quale le cornacchie lanciano le cozze per farle aprire e poterle mangiare.

Sono queste e altre le storie che vengono raccontate, con la particolarità che tutte si mescolano a situazioni assurde, per gli scienziati protagonisti si tratta di affari serissimi, davvero singolari e divertenti.

Persino la migrazione delle farfalle Monarca ha del comico grazie al racconto di Pergola, per non parlare di Glenn Johnson, accademico con uno scarsissimo senso dell’orientamento.

Poco meno di centocinquanta pagine irresistibili, la dimostrazione di ciò a cui può portare una passione incontrastata per il proprio mestiere.

“Attraverso la finestra di Snell” è un vero e proprio varco verso il mondo della cultura, quella vera, fatta di letture particolari, di ironia intelligente, di tradizione letteraria italiana.

Concludendo, se siete veri Bibliofili questa è una pubblicazione (ma dovreste vedere gli altri titoli della stessa casa editrice!!) che proprio non potete perdervi!


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lunedì 15 luglio 2019

“Favola di New York” di Victor Lavalle: gli amori e gli incubi delle nostre realtà quotidiane

Favola di New York, Victor Lavalle

“Tu ed Emma siete finiti in una fiaba dell’orrore. Tutte le donne su quest’isola hanno vissuto quello che state vivendo voi, e chiudere gli occhi e fingere che non sia così non ti aiuterà. Hai raggiunto l’altra riva e non puoi più tornare indietro. Su una cosa William aveva ragione: siamo streghe. Però ti dico una cosa: quell'uomo ha a che fare con entità mostruose.”
Se fosse un film sarebbe un horror, se fosse una fiaba sarebbe una delle più truculente dei fratelli Grimm. Certamente si tratterebbe di qualcosa di sconvolgente.

“Favola di New York” (Fazi Editore, giugno 2019, traduzione di Sabina Terziani) è la storia di Lillian e Brian che si innamorano e hanno un bellissimo bambino, ma un giorno il padre scompare e al figlio restano solo una scatola con un libro dentro e un incubo ricorrente. 

È anche la storia di Apollo ed Emma, anche loro si innamorano e hanno un bellissimo bambino. Lui compra e vende libri antichi, lei fa la bibliotecaria. La nascita del figlio scombussola la routine dei due, lei torna a lavorare troppo presto ma lui non si rende conto del disagio che la moglie sta vivendo e quando accade il terribile fatto lui non se ne capacita. Vuole vendetta, ma per cosa? Siamo certi che lui sia consapevole di ciò che ha vissuto in quel periodo? È se quella tragedia nascondesse dell’altro? Qualcosa di lontano da ogni immaginazione?

“Quel momento in cui il tempo si era fermato e il bimbo aveva esitato sulla soglia tra due mondi – realtà ed eternità – e sia Apollo sia Emma, toccandolo, avevano indugiato sulla soglia. Erano stati una famiglia, tra l’attuale e l’eterno. Insieme.”

“Favola di New York” nasce come una storia di amore, di culture differenti, di amore sviscerato per i libri, per finire poi verso qualcosa di incredibile, negativamente parlando.

Se vi aspettate una storia lineare fatta di sentimenti positivi avete sbagliato libro. In questo accade di tutto, si viaggia in una New York fatta di parchi, di foreste nascoste, di isole, di scantinati abbandonati. Una New York pregna di superstizioni e di leggende, sacro e profano si mescolano per dirigersi verso le origini di una città che ha visto arrivare sulle sue coste persone da ogni parte del mondo.

Non scambiatela però per un dark fantasy, no, nulla del genere. Si tratta di un romanzo molto attuale che racconta fatti che non si allontanano troppo dalla realtà, raccontato con una fusione di culture, di visioni, di tradizioni lontane nel tempo e nello spazio.
Victor Lavalle

“La mattina i ratti facevano jogging insieme alla gente: i fumi della spazzatura incendiata arroventavano l’aria, I cinque borroughs erano dati per spacciati. Eppure l’aria doveva per forza essere pervasa anche da una certa folle magia se Lillian e Brian si incontrarono proprio in quella settimana di sciopero. Venivano entrambi da paesi remoti e si erano ritrovati nel Queens. Nessuno dei due immaginava che innamorarsi avrebbe scatenato un tale scompiglio.”


Brian Kagwa è un giovane uomo che crede di conoscere la sua città ma si rende ben presto conto di aver vissuto in una realtà parallela e quando gli occhi gli si aprono si ritrova sbattuto in un luogo che vede per la prima volta, più oscuro e più malvagio di come lui avesse mai immaginato. I libri lo avevano protetto per tanto tempo ma questi nascondevano anche la verità.

“Era andato a vivere da solo a diciannove anni, in un monolocale a Jackson Heights talmente pieno di libri che c’era a malapena lo spazio per un letto singolo.”

“Favola di New York” fa riflettere (e rabbrividire) sul mondo fatto di connessioni in rete illimitate che stiamo vivendo. Abbiamo mai realmente valutato i pro e i contro? Sappiamo a cosa stiamo andando incontro ogni qualvolta navighiamo su Internet, apriamo il nostro portatile o accediamo ai social network?

“Bene: cosa credi che sia un computer o un cellulare? È la tua casa, ci vivi dentro. Ma una casa reale, fatta di mattoni e cemento, perlomeno ha una porta e delle finestre che puoi chiudere. La tecnologia invece non ha porte che puoi sbarrare. Oggigiorno la gente condivide tutto.”

“Favola di New York” è una storia di amore, di separazione, di famiglia e di solitudine; è una storia che parrebbe lontana dal nostro mondo ma leggetela e scoprirete quanto ci riguarda tutti, nel profondo, perché racconta di noi, di ciò che ci circonda, nel bene e nel male.

Un romanzo unico nel suo genere, bellissimo, profondo, fantastico e sconvolgente al tempo stesso.

“Perché temere le streghe quando Internet riusciva a creare una minaccia peggiore?”

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lunedì 1 luglio 2019

“Ultimo tango all’Ortica” di Rosa Teruzzi: una nuova indagine al femminile tra i vicoli di una Milano più frenetica e romantica che mai

Ultimo tango all'Ortica, Rosa Teruzzi

“Libera scosse il capo, infastidita. Era davvero troppa la confusione che regnava nella sua testa e nel suo cuore e mai, come in quel momento, avrebbe avuto bisogno di un vero amico con cui aprirsi, ma le persone di cui si fidava erano tutte, chi più chi meno, coinvolte nei suoi conflitti e nonno Spartaco, l’unico che avrebbe saputo ascoltarla senza giudicarla, non c’era più.”
Quando Katy occupa il centro della pista da ballo tutti la guardano e rimangono ammaliati dai movimenti sinuosi del suo corpo mentre si esibisce in un appassionante tango, ogni volta con differenti ballerini. 

La balera dell’Ortica, nella periferia di Milano, è piena di gente quella sera di agosto, non appena la musica si ferma lei fugge e la stessa notte un giovane e molesto uomo, ex della ballerina, viene ritrovato morto, ucciso da un colpo di pistola. È stata forse la donna ad ammazzarlo, stanca dei pedinamenti, o qualche altra spasimante? La polizia arresta il maggiordomo di una ricca signora, un uomo taciturno nella cui agenda vengono trovate delle foto di Katy, ma qualcosa non torna e serviranno le abilità delle Miss Marple del Giambellino per svelare il mistero e scagionare l’innocente. Contemporaneamente si intrecciano al delitto dei fatti irrisolti nel tempo e un mistero di famiglia mai sondato fino in fondo.

“Ultimo tango all’Ortica” (Sonzogno, maggio 2019) è il quarto volume che vede protagoniste le investigatrici milanesi e benché vi sia un filo conduttore ad unirli possono tranquillamente essere letti in autonomia.

Libera e Iole, figlia e madre, sono ancora una volta le protagoniste indiscusse, insieme a Vittoria, un po’ più in disparte, ma non meno importante, da quando l’omicidio del padre è stato risolto.

Il presunto colpevole dell’omicidio sul quale indagano è una cara amica di famiglia, coetanea di Iole, e questo le fa sentire ancora più coinvolte. Le loro tecniche nell’indagare si sono fatte più precise e la loro stravaganza le rende spassosissime.

Libera continua a svolgere la professione di fioraia, confezionando bellissimi bouquet
Rosa Teruzzi
oramai famosi ovunque, e Iole non abbandona la sua indole da figlia dei fiori tra sedute di yoga improvvisate e furtivi incontri con spasimanti di volta in volta differenti.   
  
La fioraia non perde il suo romanticismo e la sua immagine di donna innamorata, delusa dall’uomo che credeva avrebbe potuto accompagnarla negli anni a venire, è più bella che mai. Finalmente si sente donna e rivendica il suo essere capace di prendere decisioni senza interferenze esterne.  

“Gabriele, l’unico uomo che in tutti quegli anni avesse mai davvero desiderato, era lì, seduto al suo fianco, e solo sfiorarlo le metteva i brividi. Era lì, ma non poteva più essere suo. E allora come era possibile che lei si sentisse al contempo devastata e quasi sollevata? La paura della sofferenza che può derivare dall’amore era più forte, per lei, del piacere che l’amore porta?”

Ogni libro è un crescendo e ogni indagine è coinvolgente e intrigante.

Rosa Teruzzi ci regala una nuova avventura in una Milano frenetica, romantica ed inedita fatta di libri, di fiori, di gente, di splendidi caselli ferroviari ristrutturati, e di verità nascoste e di donne.

Sì, perché le donne sono le vere protagoniste di questo libro, con la loro forza, la loro debolezza e il diritto di essere rispettate indipendentemente da luoghi comuni maschilisti o da stupidi pregiudizi privi di fondamento.

Le poco più di centoquaranta pagine scorrono velocemente e ora non ci resta che attendere la prossima indagine!

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