giovedì 28 giugno 2018

“Violet” di Davide Cavazza: quando tormento e sensi di colpa si rifugiano nel silenzio più oscuro

“Poco lontano, si udì il rintocco delle campane di una chiesa. La bambina spinge sempre più forte la sua altalena e per quel solo attimo stacca le manine dalle catene che reggono la seduta, perché non sempre si può fare ciò che si deve. E non si può essere puniti per questo. Quell'istante sbilanciò il suo esile corpicino e le gambe protese aumentarono lo slancio. Quando l’altalena tornò indietro era leggera e senza più un’anima, come se un fulmine avesse interrotto senza preavviso quella parabola che incantava, avanti e indietro. La bambina dalle guance viola iniziò così il suo volo in un mondo silenzioso.”
 Agnese non parla più, il silenzio è divenuto il suo rifugio, insieme al suono della sua viola d’amore, ma mentre la voce è svanita il tormento è lì, stabile e irremovibile. Ogni giorno alle 19 si reca sempre nello stesso luogo mentre la notte si esibisce come cantante in locali nascosti e di bassa lega e termina le serate abbordando ogni volta uomini diversi che la seguono ammaliati. Federico Brandi è il suo terapeuta e durante i loro incontri è lui a parlare
Davide Cavazza
mentre lei cerca di comunicare un qualcosa difficile da recepire. C’è poi don Antonio con le sue omelie e con i suoi tentativi di redenzione per una qualche sconosciuta colpa. I tre provano sentimenti simili e forse anche i loro errori, se di questo si tratta, potrebbero avere qualcosa in comune.

“Violet” (Leone Editore, 2018) è l’ultimo romanzo di Davide Cavazza, scrittore bolognese consulente per diverse organizzazioni non governative e già autore di “Campagne per le Organizzazioni Non Profit (Emi, 2006), “La gabbia” (2013) e “Diciannove novantuno” entrambi editi dalla Leone Editore.

La storia è avvolta nella nebbia fin dall'inizio, i tre protagonisti navigano nel loro dolore e nelle loro incertezze alla ricerca di espiazione per delle colpe mai esplicitate.

Agnese, che diventa Violet nelle notti più tormentate, cerca rifugio in ogni luogo la circondi, persino in chiesa dove resta ad ascoltare i sermoni di don Antonio, il quale intuisce che qualcosa nel profondo logora quella donna.

La settimana della Santa Pasqua potrebbe essere l’occasione per lavare via ogni negatività ma non è così semplice, per nessuno dei tre. Lo stesso prete diventa umano e manifesta le complessità del suo ruolo, sempre in bilico tra oscurità e solitudine.

Violet, Davide Cavazza
“E la sua debolezza era umana. Solo che un prete confessa gli altri, ma nessuno confessa un prete. Come se indossare un abito sacro ed essere sempre a contatto con Dio rendesse invincibili i suoi ministri. Il non vivere una vita come gli altri è un vuoto che non si riempie di sole preghiere, si riempie di pensieri che la luce divina a volte illumina e a volte no.”

Interessante anche il personaggio di Federico Brandi, terapeuta che arriva a mettere in dubbio la sua professionalità, che riflette sulle difficoltà del suo lavoro e sulle complicazioni date dal coinvolgimento emotivo che non riesce ad evitare.

Ancora una volta lo stile di Davide Cavazza è riconoscibile, con le sue parole colpisce e commuove e chi in precedenza aveva letto il suo "Diciannove novantuno" noterà piacevolmente alcuni piccoli rimandi a questo.

“Violet” è intriso di una tristezza colma di riflessioni, il lettore si domanda da dove derivino tali sentimenti e solamente il finale, tanto sconvolgente quanto inaspettato, rivelerà l’unica verità.

“Agnese non usava mai l’ombrello. Anche quello era un piccolo modo per punirsi. O per lavare via la colpa. Non c’era nulla di fisico o di meccanico che potesse servirle, doveva conservare intatte le sue difese senza sprecare energie nel cercare inutili scorciatoie alla natura. Se Madre Natura voleva l’acqua era giusto che lei si bagnasse senza opporre resistenza. La resistenza doveva tenerla tutta per il suo cuore enorme e viola dal dolore.”

Link per l'acquisto qui 

lunedì 25 giugno 2018

“Quattro madri” di Shifra Horn: la forza, la solitudine, gli amori e la magia di quattro incredibili donne

Quattro madri, Shifra Horn

“Sono nata nel letto di ottone della mia bisnonna Sarah nell’estate del 1948. Le salve dei cannoni giordani salutarono il fatidico evento con adeguati rumori di sottofondo. Le granate fendevano il cielo incandescente di Gerusalemme, cercando l’indirizzo di chi aveva un appuntamento di sangue con il destino. Quel giorno unii la mia voce alla loro, e gridai per la prima volta. Me l’hanno raccontato le tre donne testimoni del mio arrivo in questo mondo.”
Approcciarsi ai romanzi di scrittori israeliani è sempre un’esperienza particolare, quasi trascendente. Se pensiamo a questa parte della letteratura ci vengono subito in mente voci maschili ma avete mai provato a leggere le tante scrittrici che popolano la letteratura ebraica contemporanea?

Se la risposta è no il mio consiglio è di cominciare con Shifra Horn, ne rimarrete stregati come è capitato a me.

“Quattro madri” (Fazi Editore, giugno 2018, traduzione di Sarah Kaminski) è la storia di quattro generazioni di donne vissute a Gerusalemme nell’ultimo secolo. La voce narrante è quella di Amal, nata nell’estate del 1948, pochi mesi dopo la nascita dello Stato di Israele, l’anno della terribile guerra arabo-israeliana. Amal, appartenente alla quinta generazione, è stata abbandonata dal marito il giorno dopo la nascita del loro figlio maschio ma nonostante ciò la madre, la nonna e la bisnonna sono felici perché finalmente la maledizione che incombeva sulle donne della famiglia è finita e nessuna figlia femmina potrà più ereditarla. 

Ecco che le memorie tornano indietro nel tempo, ricordando Mazal, orfana, dalla quale prese il via la maledizione, seguita da Sarah, una bellezza unica e con capelli dorati simboleggianti i suoi poteri magici, da Pnina Mazal, che sentiva i pensieri di tutti, compresi quelli del fratello che, nato con una disabilità, non poteva parlare, e infine Gheula, la madre di Amal, intelligente, idealista e pronta a difendere i più deboli senza risparmiarsi.

“Quattro madri” andrebbe letto davanti alle fiamme di un falò, in un’atmosfera simile a quelle di un ancestrale passato nel quale le storie, le leggende, si tramandavano per via orale.

Storia e fantasia si incrociano in quello che è certamente un romanzo superlativo, un capolavoro della narrativa che non può che ammaliare il lettore, anche quello più esigente.

In poco meno di quattrocento pagine scorrono cento anni di storia e di tradizioni, si respirano i profumi di una Gerusalemme da sempre epicentro di culture, di lingue, di voci e speranze.

“Continuando a parlare di guerra, raccontai loro anche dell’altra guerra, dell’assedio di Gerusalemme, della fame e della carestia e di come, quando le foglie di malva si seccavano nei campi d’estate, la mia bisnonna sapesse preparare delle gustose leccornie con le foglie di gelso ripiene di riso che comprava al mercato nero, e di come riuscivo ancora a sentire in bocca quel sapore agrodolce.”

Ci sono le tradizioni e cerimonie ebraiche come il Bar Mitzvà, c’è il ricordo del passaggio
Shifra Horn
della cometa di Halley, che in tanti temevano mortalmente, ci sono i pensieri di donne che hanno amato e sofferto, rinchiuse in una solitudine propria del mondo femminile per antonomasia.

C’è quel letto di ottone sul e attorno al quale si sono avvicendate le storie delle donne protagoniste, tutte madri, tutte amanti, tutte affascinanti e tutte prima o poi abbandonate.

“E così, cullata nel suo letto di ottone che mi risucchiò nel suo grembo con la gentile insistenza del silenzioso, discreto, vecchio materasso, che aveva soffocato i singhiozzi di persone da tempo perdute, e inghiottito i lamenti appassionati di quanti erano affogati nella sua morbidezza, mi immersi in quella montagna di foto. In quella notte insonne, fra un cambio di pannolini e l’allattamento, mi preparai a imbarcarmi per un viaggio in cerca della mia famiglia.”

I vortici della sensualità ci introducono tra le tradizioni ebraiche e quelle arabe, in un mondo orientale che alimenta il surrealismo della narrazione.

“Quattro madri” è una corale potente e commovente di voci femminili che, come le donne di ogni etnia e tempo, si ribellano al tentativo di apparire, agli occhi degli uomini, inferiori.

Mazal, Sarah, Pnina Mazal e Gheula sono appassionate, ognuna a modo proprio, e le loro incredibili storie sono la memoria, non sempre fedele alla realtà storica, di un popolo tormentato alla ricerca, proprio come loro, di indipendenza, di libertà, di speranza e disincanto.

Link per l'acquisto qui

venerdì 15 giugno 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti, lo strazio dell’amore, l’intolleranza dell’uomo


Il figlio prediletto, Angela Nanetti
“I ricordi adesso erano una poltiglia di terra impastata di rosso, ce l’avevo in bocca, scricchiolava tra i denti, gli colava sul mento. Aveva l’odore che saliva dalla tonnara durante la mattanza. Si alzò di scatto rovesciando la sedia e corse fuori, si sporse dal parapetto e vomitò l’anima.”
Giugno 1970, piccolo paese della Calabria. Tutto comincia dentro una macchina, dove Nunzio e Antonio, giovani promesse del calcio, consumano il loro amore segreto.

Improvvisamente alcuni uomini incappucciati e armati tirano fuori i due giovani dal veicolo e li colpiscono violentemente, uccidendo Antonio. 

Tre giorni dopo Nunzio Lo Cascio, dolorante nel corpo ma soprattutto nell’anima, viene fatto salire su un treno con destinazione Londra. Il padre e i fratelli hanno voluto tutto questo e ora Nunzio dovrà trovare da solo la forza per andare avanti e costruirsi una nuova vita. Anni dopo a ripensare a questa storia è la nipote di Nunzio, Annina, giovane donna anche lei in fuga da una realtà nella quale gli uomini comandano e le donne ubbidiscono, approdata in una Londra dalle mille possibilità con sempre in mente il pensiero della madre e della nonna rimaste a casa.

“Perché le madri non muoiono, sono come le montagne, anche le sante Rosalie. Muore l’Aspromonte? No, moriamo noi.”

Il figlio prediletto” (Neri Pozza, 2018)  è una storia straziante e davvero forte. Da una parte la ribellione nei confronti di una realtà assurda, dall'altra la mancanza di fiducia nell'umanità.
Angela Nanetti

Nunzio e Annina sono legati da un filo rosso che non può essere spezzato, nonostante le differenze di età. Entrambi lottano per una libertà della quale sono stati privati, ma qualcosa di forte li riporta alle origini, verso madri enigmatiche e sofferenti e padri da cancellare. 

A fare da cornice il contesto storico, quello dell’Italia con i suoi immigrati verso il nord dell’Europa e quella dell’Inghilterra che vedeva una donna, Margaret Thatcher, imporsi al governo, nel bene e nel male.

“Il figlio prediletto” colpisce dritto al cuore, il lettore soffre con Nunzio, con Antonio, con Annina, e non li dimentica, mai, neppure dopo aver lasciato quelle pagine così importanti e grevi. 

Un romanzo inquieto, una scrittura, quella di Angela Nanetti (scrittrice e autrice principalmente di libri per ragazzi), che si mostra con tutta la sua forza e prepotenza; è davvero un peccato che non sia presente nella cinquina dell’ambito Premio Strega 2018.
  
Link per l'acquisto qui

lunedì 11 giugno 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “Anni luce” di Andrea Pomella, on the road tra le capitali europee sulle orme della generazione grunge anni ‘90

Anni luce, Andrea Pomella

“È la storia di un’amicizia, e riguarda, certo, anche i Pearl Jam, Ma non solo i Pearl Jam. Riguarda tutto ciò che si metteva in moto quando dalle casse dello stereo usciva una loro canzone, il vortice di angosce, divertimenti, memorie, furori, gioie, inquietudini che si incanalava attraverso la loro musica. Non solo i Pearl Jam, perché non si possono raccontare i Pearl Jam senza accennare a cosa è stato il grunge, e quindi senza allargare il cerchio a quelle band di Seattle che, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, sconvolsero il mondo della musica scatenando l’ultima, grande fluttuazione della storia del rock, prima dell’attuale glaciazione.”
Tutti noi abbiamo vissuto quello strano e contrastante periodo che va dall'adolescenza all'età adulta, ognuno in modo differente e con sfondi e colonne sonore diverse. Il protagonista del romanzo è un giovane ragazzo romano degli anni ’90, frontman di una band che ha come punto di riferimento la musica grunge ed in particolare i Pearl Jam

C’è l’amicizia con Q, il chitarrista con il quale si crea un rapporto quasi simbiotico. E poi quel viaggio in Europa, sui treni e per le strade delle capitali e delle città più piccole e se il whisky è finito tornare in Italia perché lì costa meno e poi ripartire subito, macinando chilometri ed esperienze nuove e inaspettate. Un viaggio iniziatico che porta verso la conclusione di quel primo periodo della vita, o forse addirittura verso la conclusione di un’intera generazione.

“Anni luce” (ADD Editore, febbraio 2018) è la visione di quegli anni di Andrea Pomella, l’autore di questo particolare romanzo di formazione che rievoca emozioni e sensazioni forti che si mescolano con le parole di Eddie Vedder che hanno narrato una generazione. Ma non è necessario amare i Pearl Jam per apprezzare questa storia on the road: è sufficiente dotarsi di sensibilità e voglia di osservare questi ragazzi in balia di un’età bastarda la cui
Andrea Pomella
voce andava seguita per godere appieno, o così almeno credevano, di ciò che la vita offriva loro proprio in quel momento.

“Ero la vittima di uno scippo o forse quello era l’unico momento di tutta la mia vita in cui l’alba, la volpe, la città, il cielo rosato, il vento che proveniva dal mare, la fame e la sete, la via lattea, il gelo vellutato che copriva l’erba del prato, il mio zaino da vagabondo, le anime calde che ancora dormivano intorno ai piedi della collina nelle loro case di Scozia, tutto – all'improvviso – faceva di me un’unica, immensa cosa consapevole.”

Ci sono le incertezze, le speranze, la voglia di cristallizzarsi in quei giorni incredibili così pieni di vuoto e paura. C’è una società italiana che stava cambiando inevitabilmente, nella quale anche il pensiero mutava e finalmente il divorzio era legale. “Credo di appartenere alla prima generazione dei figli di divorziati” scrive Pomella, e non si sapeva bene come parlare di quella ‘cosa’ che provocava ancora scandalo, e gli altri “non sapevano come comportarsi con me”.

“Anni luce” è intenso, veloce, disorientante, ricco di musica, di impressioni, di ricordi, di passato e soprattutto uno dei più interessanti candidati al Premio Strega 2018.

Link per l'acquisto qui

lunedì 4 giugno 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “La madre di Eva” di Silvia Ferreri: la disforia di genere e la ricerca di sé stessi

La madre di Eva, Silvia Ferreri


“È un sogno che avevo messo da parte finché non è rispuntato fuori e mi è arrivato in faccia violento e secco come un ceffone. Come una profezia inascoltata. Quando mi è tornato improvvisamente quel giorno, ricordo che mi fermai immobile sulla sedia, col fiato sospeso per paura che mi sfuggisse di nuovo. Perché non me l’ero ricordato prima? Per anni mi sono chiesta se quel sogno avesse potuto dirmi qualcosa, se avessi potuto darmi un indizio. O se fosse solo un sogno. Per anni mi sono tormentata con l’idea che avrei potuto fare qualcosa per cambiare il corso delle cose. Se solo fossi stata più attenta, più pronta. Invece che così lenta a capire.” 
Eva si è sempre sentito Alessandro, fin dai primi anni di vita. Da piccolissimo credevano si trattasse di un gioco da bambini ma ben presto genitori e insegnanti si rendono conto che c’è dell’altro sotto. Eva è nata nel corpo sbagliato, un corpo femminile che come un abito che non piace non sente suo e desidera solamente togliersi. Sono anni di tormento e malcontento, di contrasto con i genitori, di derisione

Finalmente al compimento dei diciotto anni può entrare nella sala operatoria di una clinica serba e cambiare sesso. A raccontare l’attesa di quei diciotto anni è la madre, stanca, impaurita, arrabbiata ma soprattutto piena di amore per quella figlia che non riesce a trovare pace.

La madre di Eva” (Neo Edizioni, 2017) è il primo romanzo della giornalista e scrittrice Silvia Ferreri, uno tra i dodici finalisti del Premio Strega 2018.

Una storia forte, l’immersione in un mondo ancora parzialmente sconosciuto, quello di coloro che necessitano di cambiare sesso a causa di un corpo che nulla ha a che fare con ciò che si sentono dentro di sé. 

Un viaggio lungo diciotto anni durante il quale l’intera famiglia è coinvolta: da una parte il desiderio
Silvia Ferreri
di vedere la propria figlia felice, dall'altra la difficoltà nell'accettare le scelte più difficili come quella di sottoporsi a delicati interventi chirurgici.  

Eva, un nome evocativo, la prima donna che procreò la stirpe umana, un nome beffardo che qui nulla ha a che fare con la femminilità e tutto ciò che le gira intorno.

Difficile schierarsi da una parte o dall'altra, entrambi hanno le loro motivazioni, le loro sofferenze, i loro dubbi. 

Ed entrambi infine si riconoscono in uno stesso obiettivo, per quanto percepito da differenti prospettive.  

Un romanzo attuale, crudo, spiazzante, un grido di libertà contro una natura che si mostra in tutta la crudeltà.

Un ottimo candidato al Premio Strega 2018!

Link per l'acquisto qui

giovedì 31 maggio 2018

“L'incubo di Biancaneve: La città dei mercenari” di Scarlet Danae: l’avventura dark di una novella eroina


“Sorrisi e guardai la mela, che aveva cominciato e divenire nera come il petrolio, ricoprendosi di una sostanza appiccicosa che si scioglieva lungo le mie mani. Eppure, la trovavo ancora invitante, così le diedi un morso, poi un altro… ed un altro ancora. La mela perdeva un succo rosso e denso, colorando le mie labbra, macchiando le mie mani di un liquido viscoso. Il sapore era divenuto rugginoso ed aspro. Guardai in alto i colori luminosi, mentre le mie mani strizzavano la mela nera e lercia, che contrastava tra i colori accesi che mi circondavano. Conficcai le unghie nella polpa carnosa e viscida. Mordevo la mela, che ad ogni boccone diveniva sempre più pesante, ma io riempii il mio stomaco di quel peso finché non caddi in ginocchio.”
Bianca viveva serenamente prima che il padre morisse e la lasciasse con la seconda moglie, una donna meschina e interessata solo a sé e a sfruttare quella ragazza come prostituta. Certe situazioni non sono semplici e Bianca si ritrova nel tunnel della droga, una realtà ormai assimilata e paragonabile, per lei, alla realtà. 

Poi un giorno quell'incontro e la proposta di assaggiare una nuova droga che viene spacciata dentro le mele. La tentazione è grande ma a stupire è il mondo parallelo nel quale improvvisamente Bianca si ritrova: sette streghe lo governano e il suo primo, non accolto
favorevolmente, compito è quello di recarsi presso la città dei mercenari e salvare il principe Darknight. Riuscirà nella paradossale impresa?

L'incubo di Biancaneve: La città dei mercenari” (agosto 2017, selfpublishing) è il primo romanzo di Scarlet Danae, un dark fantasy molto particolare e coinvolgente, una rivisitazione della nota fiaba popolare (la versione che noi conosciamo è quella dei fratelli Grimm) “Biancaneve”.

Quella di Scarlet Danae è una versione molto più cupa, dark, rispetto alle rappresentazioni più note ed è anche presente un tono ironico, che sfocia di tanto in tanto nel sarcastico, a rendere ancora più godibile la storia.

La Biancaneve che conoscevate qui non esiste più, la grazia e la buona educazione non fanno parte del carattere e degli atteggiamenti di Bianca e la figura femminile assume un’importanza maggiore: non è più una donna succube e con l’unico desiderio di volersi sposare. Bianca sa il fatto suo e nonostante le fragilità è forte e determinata.

Una parte centrale poi è ambientata dentro un castello labirintico e perdercisi è tra le esperienze più piacevoli, oltre che divertenti, per il lettore.

Una scrittura scorrevole, uno stile semplice ma efficace, un esordio niente male con un buon margine di miglioramento futuro.





TITOLO: L’incubo di Biancaneve: La città dei mercenari
AUTORE: Scarlet Danae
GENERE: Dark Fantasy
EDITORE: Self Publishing
NUMERO DI PAGINE: 168
PREZZO ED. DIGITALE: 0,99 €
PREZZO ED. CARTACEA: 6,00 €
LINK D’ACQUISTO QUI







Biografia di Scarlet Danae:

Nata a Roma il 5 ottobre, in una stagione né troppo calda né troppo fredda, incarno alla perfezione il mio segno zodiacale, la bilancia, anche se mi trascino dietro un dispettoso ascendente scorpione. Secondo mia madre, ho cominciato a scribacchiare non appena ho imparato che la "A" era fatta da due linee oblique ed una orizzontale, anche se questi primi e fantomatici racconti abbondavano di errori grammaticali e nonsense a gogo. 

Ho sviluppato una vera e propria passione per la scrittura tra la fine delle elementari e l'inizio delle medie, influenzata da scrittori come Roald Dahl e dai manga che leggevo quotidianamente, veri e propri carburanti per la mia immaginazione. Non ho mai avuto un genere preferito, passo dal fantasy, allo psicologico, al sociale fino a letture trash del "o-mio-dio-ma-che-stai-a-dì-non-può-averlo-scritto-fatto-sul-serio". Attualmente i miei autori preferiti sono Murakami, Chuck Palahniuk, Stefano Benni e Terry Brooks (non solo questi in realtà), mentre sono innumerevoli i mangaka che seguo, ma particolarmente ammiro Ryohgo Narita e Hiromu Arakawa. 

Attualmente, ho nel cassetto - inteso come cartelle sul Desktop - innumerevoli storie, racconti brevi e schemi narrativi, ma mi sono decisa a pubblicare solo il 1 agosto del 2017 con il primo episodio della novella "L'Incubo di Biancaneve" col sottotitolo de "La città dei mercenari". I commenti positivi ottenuti fino ad ora mi hanno incoraggiata a pubblicare il secondo episodio, migliorando anche grazie ai consigli raccolti riguardo ai nodi deboli del racconto. Spero di poter proseguire quest'avventura, mettendocela tutta e continuando a conquistare le tappe per raggiungere un pubblico di lettori sempre più vasto e, soprattutto, vicino.


Pagina Facebook qui
Profilo Goodreads qui
Profilo Instagram qui 

lunedì 21 maggio 2018

Aspettando il Premio Strega 2018: “Come un giovane uomo” di Carlo Carabba - la fatica del vivere tra le impetuose emozioni dell’anima

Come un giovane uomo, Carlo Carabba

“Nel corso degli anni, ormai cresciuto, avrei tentato più volte, passeggiano o correndo, di risalire a quel tempo smarrito, sperando che il contatto con lo stesso suolo che avevo visto coperto di bianco – come nelle fiabe la ripetizione di un gesto che era stato familiare rivela alla principessa smemorata che è tornata a compierlo le sue nobili origini e che non è quella che sta vivendo l’esistenza a cui è destinata – sapesse ritrovare la vibrazione originaria che aveva prodotto l’eco di ricordi che da tanti anni risuonava nella mia mente, restituendomi il centro perduto della reminiscenza e dell’oblio di cui ignoravo tanto e da cui tanto di quello che ero e sono dipende: la mia infanzia.”
Ci sono libri che ci vengono regalati, altri che troviamo in libreria, altri ancora che scopriamo per caso. Questo in particolare l’ho scoperto con la pubblicazione dei dodici candidati al Premio Strega 2018, la trama mi ha subito incuriosito e la copertina ancora più.

“Come un giovane uomo” (Marsilio, 2018) è la storia di Carlo, o meglio di parte della sua vita, narrata a partire da due coincidenze: la caduta della neve a Roma (dopo vent’anni dalla prima volta in cui la vide) e l’incidente di Mascia, caduta a causa della neve che si scioglieva, ora in coma. Quella stesse neve che una volta fu fonte di felicità ora diviene presagio negativo di un futuro incerto. Nasce così una lunga riflessione che parte dall’infanzia di Carlo, che altro non è che l’autore stesso, tra amicizie trovate e altre perdute, questioni familiari complicate e desideri inespressi a causa di un animo fragile e troppo spesso incerto.
Carlo Carabba


Per gran parte del libro le frasi si trascinano lunghe e a tratti pesanti ma c’è qualcosa in profondità, qualcosa di forte e poetico, che fa andare avanti nella lettura, per la curiosità di conoscere l’intera storia, per la voglia di scoprire se quell'agognata serenità e quel desiderato sfogo dell’anima abbiano poi preso vita.

Non è un libro semplice da leggere, manca forse un po’ di leggerezza a smorzare i toni cupi forieri di dolore, una sofferenza labirintica che si muove tra infanzia e adolescenza, verso un’età adulta che si impone con prepotenza. 

L’elaborazione del lutto è la vera protagonista, attorno ad essa si dipanano i dubbi e le insicurezze dell’autore, Carlo Carabba, – ragazzo e uomo, e soprattutto la paura di non riuscire a gestire le emozioni. Ma va letto per lo stile riconoscibile e sentito, per ricordare che non tutto va come ci aspettavamo ma che nonostante il dolore la vita ha un senso, sta a noi la decidere da che parte dell’esistenza stare.


Link per l'acquisto qui