“Non cercate di
prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita.” Alda Merini
Novembre è oramai
alle porte. È il mese dedicato alla commemorazione dei morti, un mese che porta
con sé una certa malinconia, forse perché il penultimo dell’anno, forse perché ci
fa ricordare con insistenza le persone ai noi care che non ci sono più.
Questo è il quinto
appuntamento con la poesia di Cristina Biolcati che anche stavolta ci regala un
inedito.
Una
composizione delicata, nostalgica, il ricordo di un padre che non c’è più e l’immagine
di chi è rimasto a riflettere sui tempi andati, sui cambiamenti del tempo che
stiamo vivendo, dell’incertezza che sempre più ci circonda, suoi luoghi dell’anima
che non scorgiamo da così tanto tempo.
Cristina Biolcati
E infine la
domanda che di tanto in tanto ci poniamo con insistenza, ora più che mai: si
stava davvero meglio quando si stava peggio? E poi: era davvero peggiore quel
modo di vivere?
Cristina
Biolcati, scrittrice e poetessa ferrarese e padovana d’adozione, da anni ormai
ci fa sognare e riflettere con i suoi racconti e con le sue liriche (per e con
entrambi si è aggiudicata numerosi premi letterari); di recente abbiamo potuto
leggere il suo primo romanzo thriller “Le congetture di Bonelli” (Delos
Digital), ad inizio estate l’abbiamo ritrovata nel racconto breve “Al riparo
dai sogni” (Officina Milena, per la nuova collana Milena in love), ne “Il
castigo dell’acqua” (il cui ricavato va a sostenere “Sorriso in viaggio”,
associazione che supporta i bambini malati e le famiglie che devono affrontare
spese di viaggio e assisterli nei continui spostamenti per le visite
specialistiche) e nel nuovo romanzo breve “Il suono delle sue ferite” (Delos
Digital Passport).
“Il rapporto con le piante va affrontato con lo stesso impegno e lo
stesso riguardo con cui accogliamo nella nostra vita dei nuovi amici. Anche con
esse dobbiamo ‘fare conoscenza’, imparando le loro preferenze e cercando di
farle sentire a loro agio nella nostra casa. Non dimentichiamo che ogni esemplare
è diverso dall’altro, salvo restando le caratteristiche generale della specie
cui appartiene.”
Il periodo storico che
stiamo vivendo ci ha insegnato a trascorrere un tempo maggiore a casa e a
goderne occupandocene in modo differente rispetto al passato.
Abbiamo imparato a
personalizzare la nostra casa, ad aggiungere decorazioni e a farne
di nuove con le nostre mani.
Ma sappiamo tutte e tutti
che avere un riferimento visivo è sempre utile e a questo scopo un bel manuale può essere l’ideale.
“La casa verde” (24 OreCultura, settembre 2021) di Irene Cuzzaniti è perfetto per gli amanti del verde, per i più
creativi e per quelli che vogliono diventarlo seguiti passo dopo passo dai testi di Arianna Ghilardotti, dalle illustrazioni di Irene Rinaldi e dalle
fotografie di Emanuele Zamponi.
Si parte dall’ingresso
per arrivare al balcone passando per soggiorno, cucina, sala da pranzo, bagno,
studio e camera da letto.
Una bellissima poesia di
Emily Dickinson apre questo bellissimo manuale; centosessantaquattro pagine,
copertina in brossura cartonata e un formato, 21 x 25,5 cm, perfetto per un
libro di questo genere.
Con “La casa verde”
verrete guidati alla realizzazione di centrotavola di fiori e ortaggi, dell’antica
tecnica giapponese detta kokedama, terrari chiusi, aperti e acquatici,
flower sticks e molto altro. Ogni tutorial è arricchito da aneddoti sulle specie
usate o consigli per la cura delle piante e anche un po’ di sé stessi.
Perché gli effetti
benefici del giardinaggio sono ormai noti, occuparsi di fiori e piante è
rilassante, combatte lo stress, riduce l’ansia, migliora le funzioni cognitive
ed è un toccasana per salute fisica e mentale.
"Oggi cenare insieme può voler dire anche semplicemente riunire gli amici per una spaghettata improvvisata attorno a un tavolo: che può essere in cucina o in un angolo del soggiorno, perché anche la tipologia delle stanze della casa è cambiata. A maggior ragione, sottolineare la presenza di ciascun commensale con un segnaposto fatto in casa sorprenderà i vostri invitati molto più di una fila di bicchieri diversi e li farà sentire accolti con affetto. Per realizzarli potete utilizzare molto semplicemente le erbe aromatiche del vostro vaso."
Ma non è tutto. Ne “La
casa verde” c’è tanto Giappone, sono presenti numerosi riferimenti storici
interessanti (oltre che utili per comprendere le origini delle composizioni e
dell’importanza di questi nelle varie parti della casa), ci sono le piante più
comuni e quelle meno note e particolari, si parla di piante e animali domestici
(e come evitare che questi restino intossicati), di scoperte della NASA e si
sfatano leggende metropolitane.
“La casa verde” è uno di
quei manuali di cui ci si innamora a prima vista, che si ha voglia di sfogliare
infinite volte e del quale non ci si dimentica mai perché indispensabile per
una casa green, ricca di decorazioni floreali particolari, all’insegna della tutela
della salute e chic!
“E se avesse urlato?
Invocato aiuto? Nessuno avrebbe capito. Nessuno avrebbe capito. Nessuno avrebbe
colto la ragione del terrore che Saška provava di fronte a quell’uomo tutto
sommato ordinario. Sì, il volto pallido, gli occhiali scuri… Ma cosa le accadeva
davvero quando lui la guardava in quel modo da dietro le lenti impenetrabili?”
Scrivere una sinossi e
parlare di questo romanzo non è così semplice, un po’ per la complessità dello
stesso, un po’ per la paura di spoilerare a svantaggio di chi non lo ha ancora
letto.
Ma comincio col dirvi che
si tratta di qualcosa di molto particolare e probabilmente non avete mai letto
niente di simile prima d’ora.
Tutto comincia con Saška,
una giovane ragazza che, durante le vacanze estive al mare con la madre, viene
avvicinata da uno strano uomo con gli occhiali da sole che la obbliga ad
eseguire dei compiti davvero singolari, come svegliarsi ogni mattina alle
quattro e nuotare nuda dalla riva ad una boa e viceversa.
Dopo ogni prova
vomita monete. Una volta tornata a
casa le prove aumentano, così come le monete. Sempre spinta dalla paura l’anno
successivo, terminate le scuole superiori, viene obbligata a trasferirsi in un
piccolo paesino della Russia per frequentare l’Istituto di Tecniche speciali.
Cosa si studi non è chiaro, così come poco comprensibili sono le materie e i
loro contenuti.
I docenti pretendono tanto, al limite della crudeltà, i compagni
dello stesso anno sono spaventati e quelli più grandi sembrano essere altrove
con la mente e talvolta con il corpo. Saška fa subito amicizia con Kostja, un
ragazzo sensibile che più volte la riporterà alla realtà ma la fame di
conoscenza e la voglia di andare oltre porteranno la ragazza ad innumerevoli
metamorfosi e crisi.
Niente è chiaro ma è certo che Saška dovrà decidere se
andare avanti su questa strada o tornare indietro per ritrovare le persone alle
quali è più legata.
Aliette De Bodard lo ha
definito un ‘Harry Potter sotto steroidi’, Lev Grossmann afferma che ha avuto
un grande ascendente sulla sua scrittura e Charlie Holmberg scrive che, cosa
che personalmente posso confermare, ‘è come una droga: più leggi, più senti il
bisogno di continuare a leggere’.
“Che senso aveva andare a
scuola, o iscriversi all’università, se al mondo esisteva – se davvero esisteva
– un uomo oscuro che nelle mani stringeva sogni, realtà, incidenti?”
“Vita nostra” (FaziEditore, ottobre 2021, traduzione di Silvia Carli e Denise Silvestri) romanzo
pluripremiato dei coniugi Marina & Sergej Djačenko (originari di Kiev,
attualmente risiedono in California; questo è il loro primo libro tradotto in
lingua italiana) è difficilmente collocabile in un unico genere: in parte è un
fantasy ma c’è anche tanta filosofia ed è soprattutto un romanzo di formazione.
Marina & Sergej Djačenko
“Quando Saška si riconosceva
come una Parola, si sentiva lieve come mai nella vita. Era la tranquillità con
cui un dente di leone sbocciava per primo in un prato verde. Un felice istante
senza vento, senza futuro e, dunque, senza morte.”
Saška è una ragazza come
tante, in un’età di incertezze e alle prese con la scelta dell’università. Ma
non sempre le cose vanno come avremo immaginato ed è proprio ciò che capita a
lei quando viene ‘scelta’ per qualcosa che faticherà a capire dall’inizio alla
fine.
Scoprirà anche che l’ambizione
può portare lontano, troppo lontano a volte.
Il mito della caverna di
Platone è senza dubbio il riferimento filosofico più evidente, ma c’è tanto
altro: psicologia, fantascienza, magia, soprannaturale.
Si parla di rapporto tra genitori
e figli, di amicizia, di amore sondato in profondità, a tratti persino
cervellotico, “Vita nostra” potrebbe rappresentare una realtà dai risvolti simili
ad un film dell’orrore o potrebbe essere la nostra realtà quotidiana vista da
una prospettiva diversa, nascosta, visibile solo a pochi.
“Sono tutti parole. Le persone
sono state pronunciate ad alta voce a un certo punto da qualcuno. E continuano
a esprimere parole e concetti senza avere idea del loro significato autentico.”
Fantastico, poetico, labirintico
(i mondi, quelli psichici, sono quelli di Escher e di Piranesi) spietato e
commovente.
“Vita nostra” è questo è tanto altro, un libro che sorprende, fa
riflettere e al quale si continua a pensare anche una volta terminato.
“Avevo trentadue anni e
un enorme fardello di dubbi sulle spalle. La vita mi aveva insegnato quanto
potesse essere imprevedibile e strana e, quando meno te lo aspetti, era lì a
dirti che doveva cambiare strada, che dovevi svoltare e andare in una direzione
del tutto diversa da quella che avevi preso.”
Elisa e Patty sono due
giovani donne sposate molto diverse tra loro ma accomunate dall’insoddisfazione
per la propria vita.
La prima ha un marito che è stato colpito da ictus e la
vita con lui, che a volte non la riconosce neppure, non è più la stessa. Patty
ha invece un marito maschilista e cinque figli che sono degli uragani: le mura
di casa le stanno strette e più che donna si sente ormai una domestica.
Le due,
vicine di casa, diventano amiche e decidono di andare alla ricerca della
felicità che spetta loro.
Quasi per caso trovano su Facebook il ‘Trauma group’
i cui membri, che si riuniscono periodicamente, sono tutti vittime di traumi o
disagi di vario tipo. Elisa e Patty si fanno prendere dall’entusiasmo e
rischieranno di farsi travolgere da qualcosa che forse così reale non è.
“Tutto il gelo che vuoi”
(Album Editori, 2021) è il divertente (ma non solo) ultimo romanzo della scrittrice
aversana Adriana Fabozzi.
Una storia che racconta
di donne stufe di una vita divenuta monotona e priva di stimoli.
Elisa vive con il senso
di colpa dato dalla voglia di svagarsi, di vedere altra gente, di uscire da
quella casa nella quale si trova un marito che ormai non ricorda quasi più
nulla della loro vita felice insieme.
Ma nessuno le vieta di
rifarsi una vita e dovrà andare oltre i pregiudizi che vorrebbero la donna accanto
all’uomo senza mai lamentarsi e fingendo sentimenti da tempo sconosciuti.
Adriana Fabozzi
“Fino ad ora l’ho
assecondata, ma è arrivato il momento che accetti la realtà, signora cara. Suo
marito ha avuto un ictus e lei deve trovarsi un impegno, una distrazione, un
hobby, qualcosa, insomma, che non abbia a che fare con lui.”
“Tutto il gelo che vuoi”
è una storia di riscatto ma anche la consapevolezza di quanto fugace ed irreale
sia ciò che transita per i social network.
Nessuno nega che si
possano conoscere persone interessanti ed instaurare rapporti di amicizia ma è sempre
opportuno cercare di capire cosa si cela dietro profili intriganti e se questi
rispecchiano la realtà. Il fake è sempre dietro l’angolo.
Un romanzo ironico, non è
mai male sdrammatizzare persino nelle situazioni più drammatiche, che sa anche
commuovere e far riflettere nel profondo.
Unica pecca il finale che
avrei visto differente e con un taglio meno netto. Ma forse è solo che mi ero
affezionata alle due protagoniste e non mi sarebbe dispiaciuto andare avanti
con le loro avventure.
“Allora accontentiamolo.
Quanto vuoi che ci costerebbero, in termini economici, dieci anni di pensione
di un impiegato qualsiasi in confronto a ciò che potremmo fare con il resto
della sua vita? Potremmo addirittura definire un nuovo modello di
prepensionamento, su domanda: ti godi un po’ di pensione, poi torno fra le
nostre braccia. Per sempre.”
Immaginate un uomo italiano
comune che da una vita lavora e che alla soglia dei sessant’anni si rende conto
dei tanti anni che ancora gli mancano per approdare alla tanto agognata
pensione.
Immaginate che sempre lui decida di chiedere di poter andare subito
in pensione e tornare al lavoro dopo dieci anni. E se la risposta da parte dell’istituto
della previdenza sociale fosse positiva facendo avverare il suo sogno? E se
ancora questo sogno si trasformasse in un incubo?
Questo ma non solo è
“Leggermente distopico” (La Torre dei Venti Edizioni, 2021), il nuovo romanzo di
Paolo Pajer, dopo i bellissimi, e tutti peculiari nelle loro diversità, “Il
punto estremo” (Erga Edizioni), “Elementi” (Youcanprint) e “Per altre vite” (Il
Ciliegio).
Non crediate che
“Leggermente distopico” si limiti al racconto di un pensionato atipico che, detto
così, potrebbe parere quasi noioso.
Questo è un romanzo nel
quale l’autore si è lasciato andare ad un paradossale che ha tutto delle nostre
realtà, ha utilizzato un sarcasmo che nasconde verità fin troppo note ed è
riuscito a creare immagini (e nomi, con i quali Pajer si è divertito in modo particolare) che divertono e commuovono profondamente.
Il titolo non poteva
essere più azzeccato e a mano a mano che si va avanti nella lettura si ha quasi
paura di cosa potrebbe accadere, di scoprire le sorti del povero Giuseppe
Rossi. Dal distopico ci si sposta senza troppi sforzi verso l’horror, un orrore
così vicino a noi da lasciare attoniti.
Paolo Pajer
“Giuseppe Rossi comprese
improvvisamente, sentendosi accapponare la pelle, a cosa facesse riferimento
Sottocolle. Gli parve di essere caduto in una realtà distopica, folle e impensabile
allo stesso tempo, irreale e assurda, incredibile quanto concreta e
invischiante.”
Un nome come tanti, il
cognome più diffuso in Italia, Rossi, un nipote di nome Gieson, un funzionario,
Clarisso Feroci, che detta legge e ripartisce scosse ma che a sua volta
sottostà agli ordini dei piani più alti.
Nessuno regala nulla ma
tutti sono pronti ad illudere in ogni momento e il burocratese al quale siamo
abituati diventa ancora più assurdo e paradossale.
Un romanzo per tutti
coloro che amano i libri belli e ben scritti, quelli che dell’ironia fanno il
loro punto forte e che riescono a scavare nel profondo delle storie, dei
personaggi e dei lettori stessi.
Infine, per i ‘vecchi’
lettori di Paolo Pajer sarà piacevole trovare dei riferimenti ad un suo
precedente romanzo.